Dal rifiuto del corpo imposto dai canoni della danza classica alla ricerca di un linguaggio capace di sovvertire le convenzioni: Mamela Nyamza, Leone d’Argento alla Biennale Danza 2026, racconta il proprio percorso artistico e THE HERD/LESS, una coreografia in cui memoria personale, storia sudafricana e tensioni sociali si incontrano sulla scena.
L’obiettivo è sovvertire e trasformare gli strumenti dell’oppressione e della denigrazione in espressioni di innovazione e visione
Il corpo di Mamela Nyamza è stato per anni un terreno di scontro: troppo atletico per il balletto classico, i capelli “sbagliati”, la formazione ricevuta a Gugulethu giudicata “minore”. Da quel rifiuto è nato un linguaggio coreografico che oggi la Biennale Danza 2026 premia con il Leone d’Argento, assegnato da Wayne McGregor per un pensiero del corpo che affonda le radici nella memoria collettiva ed è attraversato dalle correnti della storia, del genere, della società, della politica. Accanto al Leone d’Oro a Bangarra Dance Theatre, prima compagnia interamente aborigena a riceverlo, il premio a Nyamza apre gli orizzonti di questa Biennale a prospettive sempre meno eurocentriche. Nel suo ultimo lavoro, THE HERD/LESS – in prima europea il 19 e il 21 luglio al Teatro Piccolo Arsenale – il corpo della madre, vittima di femminicidio, e gli oggetti poveri delle baracche di lamiera del suo paese natale diventano materia scenica, come racconta lei stessa in questa intervista.
È cresciuta a Gugulethu, ha imparato a danzare scalza, era l’unica nera tra studenti bianchi a Pretoria, ha creato le sue coreografie in salotto e in garage. Oggi ha ricevuto il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia. Cosa significa per lei questo premio e cosa vorrebbe che significasse per le giovani artiste che verranno dopo di lei?
Innanzitutto sono davvero grata alla Biennale di Venezia per questo riconoscimento. Significa molto per me perché vuol dire che sto andando nella direzione giusta, nonostante le numerose difficoltà affrontate nei primi anni della mia vita creativa. Difficoltà, però, che non ho mai vissuto a Gugulethu, dove ho iniziato le lezioni di balletto a otto anni, in una chiesa, con un costume da bagno al posto del body. I ricordi più belli della mia infanzia di giovane allieva di balletto sono legati proprio a Gugulethu. I problemi sono iniziati quando avevo diciotto anni e ho voluto intraprendere una formazione accademica avanzata con il balletto come materia principale. La mia conformazione fisica è stata criticata, la texture dei miei capelli guardata con disapprovazione, persino la formazione che avevo ricevuto a Gugulethu è stata respinta come inferiore. Ma invece di arrendermi ho deciso di sfidare lo status quo con il mio lavoro sulla politica del corpo. Per quanto riguarda i più giovani, ritengo che noi artisti più anziani ed esperti dovremmo fare da loro mentori in modo inclusivo, per far sì che divengano protagonisti di ispirazione, innovazione, disciplina e perseveranza. I giovani artisti non devono avere timore di spingere oltre i confini.
Si è formata nel balletto classico, ha ricevuto una borsa di studio per l’Alvin Ailey school di New York, eppure la sua pratica artistica è costruita sulla decostruzione delle convenzioni della danza formale. Cosa significa smontare un linguaggio dall’interno e che cosa ha invece tenuto vivo nella sua pratica del canone tradizionale? C’è qualcosa della tecnica con cui è cresciuta che ancora abita il suo corpo anche quando danza contro di essa?
Mi sono formata nel balletto classico e ho studiato successivamente all’Alvin Ailey: è proprio lì che ho trovato ulteriore ispirazione per creare un lavoro mio. La decostruzione non va interpretata come una distruzione o una mancanza di rispetto verso il balletto. Quello che ho iniziato a fare, e che continuo a fare, è protestare contro quelle convenzioni classiche usate per discriminare in base alla conformazione fisica. Le aspiranti danzatrici nere, per esempio, devono sentirsi legittimate a esserci, non costrette ad adeguarsi. Affidare a una danzatrice nera il ruolo di prima ballerina va visto come un arricchimento, non come un’alterazione dell’armonia del pezzo. Sono la prima a riconoscere che la formazione e la tecnica ricevute nel balletto mi hanno permesso di costruire il linguaggio attraverso il quale sfido alcuni dei pregiudizi presenti proprio in quella disciplina. Il mio lavoro HATCHED ENSEMBLE celebra in particolare la nostra capacità creativa, con l’obiettivo costante di sovvertire e trasformare gli strumenti dell’oppressione e della denigrazione in espressioni di innovazione e visione.

Il suo lavoro torna continuamente sulla violenza che i corpi delle donne – e in particolare delle donne nere sudafricane – subiscono: lo stupro correttivo, la violenza domestica, l’omicidio. THE HERD/LESS parla di corpi controllati come gregge. Quanto di questa violenza è ancora sistemica, invisibile, normalizzata in Sudafrica e non solo?
Il mio linguaggio creativo resta lo stesso, proprio come una lingua madre che non cambia. I temi, invece, cambiano nel mio lavoro, perché le esperienze non sono mai uguali per tutti. Quindi no, non torno sempre sullo stesso tema, ma porto sempre lo stesso messaggio di protesta contro il pregiudizio e le ingiustizie a ogni livello della società. THE HERD/LESS, per esempio, è uno dei lavori più astratti che ho creato, con molti temi sottili al suo interno: è un lavoro stratificato. C’è sia bellezza che brutalità in questa performance, ma non in modo scontato o letterale, perché le nostre vite non possono mai essere lineari, non sono mai in bianco e nero. In THE HERD/LESS si vedono performer vestiti in modo splendido sulla scena eppure guidati da un uomo che esercita una violenza sottile, con una spada affilata. Le cose belle si vedono facilmente, ma esiste sia una violenza visibile che una invisibile contro gli esseri umani e l’umanità, che ci si rivolga a una donna o a un uomo, a un paese o a una società.
Uno dei suoi lavori più personali, Isingqala, nasce dall’assassinio di sua madre, vittima di violenza di genere. Ha raccontato di aver incorporato i suoi movimenti nelle performance: il modo in cui fumava una sigaretta, come beveva. Come si porta un corpo amato dentro il proprio corpo? E cosa succede a quel corpo quando sale sul palco?
Mia madre è sempre presente nel mio messaggio e in tutte le mie coreografie, non solo perché era mia madre, ma anche per ciò che era e per le esperienze che ha vissuto come persona e come madre. In THE HERD/LESS l’oggetto di scena principale sono dei barattoli di lamiera, autentica derivazione da un’esperienza personale diretta: mia madre è stata vittima di violenza di genere, uccisa dal suo compagno nella loro casa fatta di lamiera zincata. Durante quella lite la stessa casa è diventata una trappola da cui non poter fuggire facilmente, prigioniera sia di un’infrastruttura precaria che della violenza generata dal patriarcato e dalla misoginia. La baracca è per me un’immagine e un’esperienza insieme affascinante e terrificante: ho usato questo tempo, questa esperienza e questo spazio vissuti con mia madre nella mia visione quotidiana e nella creazione del mio lavoro per meglio affrontare le questioni del patriarcato e delle conseguenti ingiustizie quotidiane patite dalle donne.
THE HERD/LESS usa oggetti della tradizione africana meridionale – bastoni, tessuti, strumenti associati al potere – e i danzatori stessi generano dal vivo la partitura sonora con il loro movimento. Come è nato questo linguaggio scenico?
Come già prima accennato, il mio linguaggio creativo non cambia mai, cambiano solo i temi di ogni lavoro. Il tema di THE HERD/LESS è triplice: mecenatismo, patriarcato e politica. THE HERD/LESS gioca quindi sul doppio significato di “gregge” (herd): un collettivo che si muove in armonia, ma anche un gruppo controllato, plasmato e diretto da forze culturali e fisiche. Il potere nasce dal rituale, dalla ripetizione e dalla silenziosa resa dell’individuo al gruppo. I bastoni tradizionali dell’Africa meridionale di ogni tipo, associati all’autorità maschile, e i tessuti diventano insieme simboli di autorità e strumenti di controllo. I movimenti in scena generano così una partitura dal vivo e percussiva, creando un paesaggio sensoriale tanto avvolgente quanto inquietante. Sotto la promessa di unità e abbondanza si cela una realtà più violenta: un collettivo privato della propria autonomia, vincolato da sistemi che sostengono insieme bellezza e brutalità. Il lavoro vuole smascherare l’illusione di un mondo bello, rivelando la tensione tra armonia e controllo che si trova appena sotto la superficie della nostra esistenza quotidiana.
Il tema della Biennale Danza 2026 è Time Does Not Exist. Il suo lavoro è profondamente radicato nella storia, personale, collettiva, politica. Come si relaziona all’idea che passato e presente coesistano simultaneamente, che il tempo non sia lineare?
La nascita di THE HERD/LESS mostra come la mia pratica artistica dia profondo valore alla mia esperienza continua nella società a ogni livello, personale, pubblico, professionale. Le mie esperienze continuano a plasmare la mia visione creativa e mi aiutano a trovare spazi e temi che altrimenti potrebbero essere considerati irrilevanti o primitivi rispetto alla vita quotidiana delle persone. L’uso dei barattoli di lamiera come elemento principale del costume, per esempio, è un chiaro esempio di questa esperienza personale, pubblica e professionale.
Ciò che potrebbe essere etichettato come arcaico o primitivo può in realtà indicare una vita infinita, situazioni ed esperienze reali.