Creature di laguna

Francesco Danesi della Sala indaga la metamorfosi climatica nel Delta del Po
di Chiara Sciascia
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Francesco Danesi della Sala, antropologo culturale, esplora nel suo libro Nature ribelli (wetlands) la crisi climatica nel Delta del Po. Tra ricerca sul campo, comunità locali e specie ribelli, racconta come i cambiamenti ambientali siano prima di tutto un tema culturale e sociale, invitando a ripensare il rapporto tra uomo e natura.

Il punto è indiscutibilmente politico, e mostra ancora una volta l’urgenza di ripensare il cambiamento climatico come un tema non solo tecnico-scientifico, ma essenzialmente culturale

Dottore di ricerca in Antropologia culturale e sociale, Francesco Danesi della Sala si occupa di temi legati all’ambiente e alla crisi climatica. È fondatore e direttore editoriale di Alea, rivista indipendente di pratiche antropologiche, e autore di Nature ribelli. Viaggio nella metamorfosi climatica alle foci del Po, suo esordio editoriale, pubblicato lo scorso settembre con wetlands. Il libro nasce da un lungo lavoro di ricerca etnografica nella comunità di Goro, nel Delta del Po, dove le conseguenze del riscaldamento globale si manifestano con particolare evidenza. Tra vongolari e pescatori, rivoluzioni scientifiche e crisi ambientali, la laguna si rivela come palcoscenico di una metamorfosi al tempo stesso eclatante e inquietante, popolata da presenze spettrali e specie ribelli – dalle vongole filippine al granchio blu. Un microcosmo in cui si riflettono i limiti di un modello estrattivo ormai insostenibile, ma anche la possibilità di immaginare forme alternative di convivenza con il vivente.

Nature ribelli è il suo esordio editoriale. Come nasce questo libro e quale percorso l’ha portata a raccontare proprio un microcosmo così particolare come la Laguna di Goro?
Il libro è l’esito divulgativo del mio dottorato di ricerca in antropologia culturale, iniziato nel 2020 presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca sotto la supervisione del Prof. Mauro Van Aken. Per la verità, il mio lavoro guardava al Vietnam e all’impatto sociale del cambiamento climatico nella regione deltizia del fiume Mekong. La pandemia da Covid-19 ha reso impraticabile il viaggio e la ricerca, così ho deciso di “ripiegare” sulla geografia italiana e sul Delta del Po, un territorio per cui già nutrivo un grande interesse. Spesso, nella ricerca antropologica sul campo, gli accidenti e gli imprevisti segnano scoperte e incontri tanto inaspettati quanto fertili. Così è stato per Goro e Gorino, comunità piccole e apparentemente “marginali”, in cui tuttavia, come ho cercato di raccontare nel libro, la complessità culturale ed ecologica della crisi climatica affiora in modo nitido e spiazzante. Qui ho soggiornato per quasi un anno tra il 2021 e il 2022, e negli anni seguenti – anche dopo il dottorato – ho continuato a frequentare la laguna e i dintorni, osservando le attività di pesca e acquacoltura, duramente colpite dal surriscaldamento globale di origine antropica e dalla portata accelerata dei cambiamenti ambientali in atto. La storia recente di Goro e della sua industria della vongola è a mio parere emblematica, in quanto mostra chiaramente un fatto fondamentale, cioè che un certo modo di rapportarci all’ambiente e al vivente – che possiamo definire “estrattivo” – è sostanzialmente fallibile, miope e nocivo. E di riflesso, i cortocircuiti esistenziali, politici ed ecologici che questo modello ha innescato rendono altrettanto manifesta l’impasse immaginativa cui siamo approdati, tale per cui riesce difficile pensare e situarsi in un’alternativa. In questo microcosmo, tuttavia, ho trovato anche le tracce di saperi e sensibilità che sono convinto possano riabilitare la necessità e la possibilità di questa alternativa.

Il suo libro si inserisce nel filone delle Environmental Humanities. Cosa rappresenta per lei questo approccio e come si riflette nel suo lavoro?
Il presupposto comune ritengo vada cercato nel cambio di prospettiva che gli studi antropologici – e i saperi umanistici tout court – hanno saputo esercitare nell’ultimo decennio, facendo del cambiamento climatico e del cosiddetto Antropocene un problema essenzialmente culturale. Se da un lato l’evidenza di un clima perturbato a causa delle economie fossili, estrattive e intensive è oramai sotto gli occhi di tutti, dall’altro continua a esserci una scarsa permeabilità sociale e una certa indifferenza politica – per usare un eufemismo – rispetto alla questione climatica. Un quadro tanto più peculiare se pensiamo alla sovrabbondanza di evidenze scientifiche con cui gli effetti del surriscaldamento globale sono descritti, misurati e quantificati. Se i “numeri” non bastano è perché al cuore della crisi climatica vi è un immaginario culturale problematico e contraddittorio, quello dell’ultra-modernità, che ha fatto della capitalizzazione dell’ambiente attraverso i saperi tecnico-scientifici il principio ordinatore del mondo. Nel mio lavoro ho provato a far emergere le ambiguità e gli impliciti di questo paradigma in cui siamo quotidianamente immersi e che a Goro, in particolare, è deflagrato in una congiuntura di crisi che non ha riguardato unicamente la tenuta dell’industria locale, ma ha reso del tutto inservibile la bussola culturale e identitaria con cui la comunità si rapportava alla laguna, resa irriconoscibile da maree spaventose, proliferazioni di macroalghe e “invasioni” di specie alloctone come il granchio blu dell’Atlantico (Callinectes sapidus). Un altro piano di lettura poi è quello che riguarda le scale del problema: quanto accade a Goro e nel Delta padano travalica la dimensione locale e difficilmente può essere letto da questa sola prospettiva. La laguna, nel libro, è intesa allora come uno dei tantissimi nodi in cui si intrecciano e confluiscono storie, geografie e idee plurime, dalla colonizzazione del Delta negli anni Cinquanta agli esperimenti con la vongola filippina alla fine degli Ottanta, fino alle eclatanti migrazioni di habitat e specie balzate agli onori della cronaca recente. Ecco, un tratto fondamentale della mia ricerca riguarda l’angolatura con cui ho avvicinato questa trama di vicende, provando cioè a conferire dignità di protagonisti attivi – e reattivi – al fiume, al mare, alle vongole filippine e ai vari soggetti non umani che si muovono e abitano nella Sacca di Goro. Nature plurali, per l’appunto, ribelli agli sforzi umani che cercano di addomesticarle e silenziarle per renderle docili e sfruttabili.

L’incontro con la casa editrice veneziana wetlands: come è nato il dialogo che ha portato alla pubblicazione di Nature ribelli? Che cosa l’ha convinta a scegliere questa realtà editoriale e in che modo ritiene che il lavoro di wetlands risuoni con i temi e le urgenze del suo libro?
Già da tempo guardavo al lavoro di wetlands con grande interesse. Tanto per la cura editoriale con cui stanno riuscendo a rendere accessibile una certa saggistica umanistica, quanto per la capacità di costruire connessioni e dialoghi molto fecondi a partire da un forte radicamento territoriale e sociale, legato appunto a Venezia e a tutto ciò che la attraversa nel presente. Da parte mia, avvertivo l’esigenza di restituire alla dimensione pubblica, e alla comunità locale cui devo molto, il senso e lo sguardo del mio lavoro di ricerca: lavorando dunque sulla sensibilità narrativa, su un linguaggio non eccessivamente codificato e, sostanzialmente, su una forma saggistica in grado di tessere e attivare relazioni. A ciò aggiungo un’altra considerazione: considerati i limiti del discorso scientifico sul cambiamento climatico e sulle forme di crisi che ha innescato, ritengo vitale la circolazione di prospettive e studi che muovono da posizionamenti critici inediti – e in questo wetlands fa un lavoro eccellente. Il nostro incontro, da questo punto di vista, è stato per me del tutto naturale e sin dalla prima proposta testuale c’è stata grande sintonia. Sintonia tra persone, ci tengo a sottolinearlo: Clara Zanardi, ad esempio, è stata un’editor attentissima che ha saputo cogliere sfumature non banali, e di questo le sono davvero grato.

© Francesco Danesi della Sala

Goro e Venezia condividono la condizione di ambienti lagunari, pur con storie, economie e dinamiche ecologiche molto diverse. Quali analogie o differenze ritiene più rilevanti tra queste due realtà?
Prima della mia ricerca sul campo nel Delta padano, non mi era mai capitata l’occasione per avvicinarmi a Venezia. In tal senso, il lavoro degli ultimi anni mi ha portato a frequentare maggiormente la laguna veneta e la città, la cui storia e il cui presente condividono evidentemente dinamiche e problematiche comuni a quelle delle comunità deltizie. In fin dei conti, la rivoluzione dell’acquacoltura scientifica, negli anni Ottanta, trova come primo punto di approdo proprio Venezia. E analogamente a quanto accaduto a Goro e nel Delta, l’industrializzazione del mare, delle vie d’acqua e degli ecosistemi lagunari si inserisce in un processo di scala globale di cui oggi, pur con esiti diversificati, osserviamo i limiti e soprattutto gli impatti ecologici anche nel veneziano. Il mare, poi, si alza a Venezia come nel Delta, dischiudendo per entrambe le realtà un temibile futuro “atlantideo”. Certo, Venezia è poi un mondo con un diverso gradiente di complessità, dove il globale emerge e si rende leggibile – e si fa problematico – in molti altri modi: l’iperturismo, l’industria culturale, le grandi opere, le grandi navi, la commodification esasperata dello spazio pubblico e dell’identità locale, e via dicendo. È un tessuto socio-ambientale decisamente più nodoso, dove certe circostanze discusse nel libro – penso alla cosiddetta “invasione” del granchio blu – intersecano una dimensione urbana e stratificata che non è equiparabile a quella della laguna di Goro. Al tempo stesso, a Venezia c’è una vivacità scientifica, comunitaria e anche attivistica che deve essere apprezzata e riconosciuta, soprattutto per la capacità di penetrare nel dibattito pubblico con una grande pluralità di voci e prospettive generative. Nel Delta seguo con interesse alcune progettualità culturali inedite che stanno iniziando a esprimere questo indirizzo, a partire da quelle che sono però le specificità e le visioni locali. D’altronde, non bisogna dimenticare che la regione deltizia è stata per lungo tempo terra – e soprattutto acqua – di contesa e subalternità tra forme di potere, statali o private, esterne al territorio… Tra cui Venezia!

© Francesco Danesi della Sala

In generale, quali sfide incontra come antropologo nello studio delle crisi ambientali e come pensa che la cultura e la ricerca possano contribuire a comprenderle e affrontarle?
Devo articolare la mia risposta su due piani. Per quanto riguarda la ricerca antropologica nella crisi climatica, la sfida principale è quella di riuscire a ricostruire l’ampia trama di vicende storiche, politiche, economiche e culturali da cui emergono specifiche forme di cambiamento o crisi ambientale. Il lavoro di immersione, osservazione e partecipazione sul campo è fondamentale per dare una profondità situata e critica a questo tipo di analisi, poiché l’antropologia muove per l’appunto dal punto di vista del “nativo”. Ciò detto, quello dell’antropologo è un posizionamento fragile: nei nostri incontri ci portiamo dietro il “chi siamo”, con tutti i connotati del caso, che inevitabilmente si riflettono sulla possibilità o meno di accedere a certi spazi, a certi interlocutori e via dicendo. E per forza di cose, c’è un aspetto etico e umano che è in costante tensione con lo sguardo critico e scientifico di cui siamo portatori: il testo antropologico ha un’autorialità tutt’altro che unitaria, le voci dei nostri interlocutori e dei paesaggi in cui ci muoviamo sono la linfa che anima il nostro lavoro e in quanto tali meritano le più opportune forme di riconoscimento o tutela. La restituzione della ricerca, in tal senso, è tutt’altro che distesa o priva di scrupoli: parzialità, disaccordi, fraintendimenti… Bisogna accettarli, trasformandoli se possibile in interstizi che aprano a nuovi dialoghi. Altro discorso è quello del contributo che la ricerca può dare nell’affrontare la metamorfosi climatica: è fondamentale per attivare la sfera pubblica e le comunità locali, specialmente quelle più a rischio, creando i presupposti per un sapere socio-ambientale condiviso, consapevole di quelle che sono le responsabilità sistemiche, politiche ed economiche. Ed è fondamentale che continuino a esserci spazi, realtà e progettualità dal basso che credano in questo. D’altra parte, perché questo avvenga, la ricerca deve essere supportata materialmente e valorizzata all’interno di una visione politica di lungo termine. Le riforme recenti vanno in tutt’altra direzione, precarizzando ulteriormente ricercatori e ricercatrici, e privando la società tutta di quell’immaginazione non solo scientifica, ma specialmente culturale di cui tanto abbiamo bisogno.

© Francesco Danesi della Sala

Lei è fondatore e direttore editoriale di Alea, rivista indipendente di pratiche antropologiche nata nel 2020, che esplora in modo critico il divenire incerto di società e culture attraverso il lavoro sul campo. Può raccontarci com’è nato questo progetto, quali sono le linee guida che orientano la selezione dei contributi e quale ruolo spera possa avere oggi per l’antropologia contemporanea?
Alea è figlia della pandemia da Covid-19. È figlia di uno spaesamento che, condiviso tra un ristretto gruppo di amicizie, si è subito trasformato in qualcosa di generativo. La sensazione, senz’altro ingenua e umorale, era infatti che l’antropologia stesse rimanendo ancora una volta ai margini del discorso pubblico, anche e soprattutto per una scarsa predisposizione a sperimentare linguaggi e codici comunicativi inediti. Di lì, il passo è stato breve: si è costituita un’associazione e una redazione, piccola ma sparsa in tutta la penisola, con l’obiettivo di realizzare la prima rivista indipendente di antropologia culturale. Una rivista che posizionasse però l’antropologia all’interno di una tessitura plurale, in cui diversi saperi, esperienze e prospettive dovevano necessariamente entrare in dialogo reciproco intorno a un tema comune. Non tanto per risolverne il senso, ma per dimostrare che, fatta la tara delle grandi narrazioni mediatiche e mainstream, le domande che possiamo porre al presente sono innumerevoli – alcune inaspettate, altre fastidiose, altre ancora controverse. In tre anni, abbiamo realizzato un primo ciclo di sei volumi, quattro tematici e due speciali a cura della redazione, che hanno avuto una ricezione sorprendente in tutta Italia. Frutto sicuramente di una visione editoriale che ha creduto sin dall’inizio nell’apertura, tramite lo strumento dell’open call, alle proposte di autori e autrici esterni, che di fatto ci hanno permesso di consolidare poi un rapporto di comunità con lettori e lettrici. Ciò detto, Alea non è una rivista scientifica e tanto meno intende porsi in antitesi ad esse. È uno spazio di sperimentazione, ludica anche, perché in fondo la creatività comunicativa trae immensi benefici dal divertirsi a sparigliare codici, linguaggi e convenzioni di forma. È un’enfante terrible, ecco! Il nuovo ciclo, contando sulle collaborazioni internazionali che siamo riusciti a costruire, sarà composto di volumi annuali in doppia lingua, italiano e inglese. E per chi ci conosce già, sarà senz’altro sorprendente in termini di contenuto e impostazione – Alea non resta mai uguale a sé stessa! “Il lungo addio”, primo di questo nuovo corso, è nelle sue ultime fasi di lavorazione ed è previsto per dicembre.

Immagine in evidenza: Francesco Danesi della Sala

Presentazione del libro di Francesco Danesi della Sala

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