In questa intervista, Olaf Nicolai racconta Eisfeld II a Palazzo Diedo, dove il pubblico diventa performer su una pista di ghiaccio trasformata in opera d’arte. L’artista riflette su corpo, spazio e sul modo in cui ci produciamo e ci percepiamo nel paesaggio antropizzato.
Godiamo di noi stessi, ci intratteniamo, e allo stesso tempo ci trasformiamo in un prodotto da consumare
Nel lavoro di Olaf Nicolai (1962, Berlino), considerato uno dei principali artisti contemporanei tedeschi, l’appropriazione estetica della natura da parte della cultura umana e del design è un elemento ricorrente. Il paesaggio antropizzato emerge così come uno dei leitmotiv centrali della sua ricerca, in cui il corpo, lo spazio e il movimento diventano strumenti per esplorare relazioni complesse tra realtà, immaginazione e percezione. Eisfeld II, presentato a Palazzo Diedo – Berggruen Arts & Culture, ne è un esempio emblematico: trasformando il piano nobile del palazzo in una pista di ghiaccio, Nicolai invita il pubblico a diventare performer, muovendosi tra rischio, caduta e piacere, e generando al contempo nuove immagini di sé. Il progetto integra tecnologia e scenografia, creando un dialogo tra storia, architettura e contemporaneità, mentre il paesaggio sonoro e il motto Enjoy / Survive amplificano la dimensione simbolica dell’opera. In questa intervista, l’artista ci racconta il percorso creativo, il rapporto con Venezia e le riflessioni che hanno guidato la realizzazione di questa esperienza unica, ponendo l’attenzione sulla produzione di se stessi in quanto “prodotti” e sulla rilevanza sociale dell’arte come forma di esperienza estetica condivisa.
Il primo Eisfeld, letteralmente “campo di ghiaccio”, era stato presentato nel 2001 al Migros Museum für Gegenwartskunst di Zurigo. Come è nata l’idea di trasferire questa opera su una pista di pattinaggio aperta al pubblico, allestendola nel piano nobile di un palazzo seicentesco affrescato?
Mario Codognato [Direttore di Berggruen Arts & Culture, ndr] mi ha contattato dopo aver visto Eisfeld a Zurigo e ha suggerito che poteva essere mostrato anche a Venezia. All’inizio sono rimasto sorpreso, ma poi ho pensato: se deve accadere, dovrebbe essere sul piano nobile, permettendo ai visitatori di esplorare su pattini il cuore del palazzo trasformato in un biotopo. A Zurigo, si poteva entrare nel campo, ma bisognava portare i propri pattini.

Come è stato possibile realizzare l’opera dal punto di vista tecnico e operativo?
È stato possibile solo grazie alla tecnologia odierna, che permette di creare piste di ghiaccio senza ricorrere al metodo tradizionale di raffreddamento dell’acqua.
Al centro dell’opera ci sono i cambiamenti nel rapporto tra corpo, spazio e movimento, e in particolare le immaginazioni che essi suscitano. Che significato assumono realtà e immaginazione mentre si attraversa l’opera?
Il nuovo stato della tecnologia si traduce anche in un nuovo modo di allestire. Sembra ghiaccio, e quando è installato correttamente, è davvero “ghiaccio”. A quel punto non importa più di che tipo di ghiaccio si tratti, perché deve “funzionare”, soprattutto come evento mediatico. Ed è esattamente ciò che accade qui. Ti metti i pattini e diventi un performer: certamente pattini per te stesso, ma allo stesso tempo ti esibisci per gli altri, immaginando e “producendo” te stesso nel processo.
Quale ruolo assume il “paesaggio sonoro” che avvolge l’opera?
Quando Eisfeld è stato presentato nel 2001, avevo l’idea di utilizzare la musica per creare un livello di animazione. L’idea del sottofondo sonoro è nata anche dal fatto che, in quel periodo, i soundscape cominciavano a diffondersi in centri commerciali e ascensori come modo per coinvolgere emotivamente i clienti. La fedeltà al prodotto a livello emotivo diventava improvvisamente più importante che a livello pratico. Il concetto di paesaggio sonoro è stato aggiornato per Eisfeld II: al posto dei suoni pre-registrati della versione del 2001, oggi si tratta di suoni in continua variazione, costantemente ri-selezionati.

Nelle sue opere, e in questa in particolare, il pubblico diventa performer. Pur godendo dell’atto del pattinaggio, corre contemporaneamente il rischio di cadere o fallire. Le parole Enjoy / Survive sono esposte su una lightbox sopra lo spazio magnifico e immaginativo della pista. Che significato assumono nel contesto dell’opera?
L’adesivo con il motivo Enjoy / Survive nasce in un contesto preciso. Alla fine del 1999, il quotidiano DIE ZEIT chiese ad alcuni artisti di creare un motivo per la sua edizione del millennio, da utilizzare come sorta di commento visivo. Proposi questa grafica, allora ancora in bianco e nero, che venne accettata e stampata. In Enjoy / Survive e Survive / Enjoy vedo una dinamica i cui rapidi sviluppi ho vissuto personalmente e che considero formativa. Negli anni ’90 la critica all’industria culturale aveva grande rilevanza, ma col tempo è passata un po’ in secondo piano. Tuttavia andrebbe nuovamente sottolineata, perché interrogarsi su come gli artisti visivi operino attraverso azioni estetiche in un contesto economico – e su come contribuiscano a plasmarlo – non ha invece perso rilevanza. La nostra rilevanza sociale non deriva dal lanciare messaggi politici diretti, ma dal modo in cui strutturiamo e socializziamo la sensibilità attraverso le nostre forme.
Come vive il fatto che, grazie a questa messa in scena (pista di pattinaggio/palazzo storico), le immagini della sua opera circolano a una velocità incredibile e a tutti i livelli?
Credo sia un perfetto aggiornamento della logica di Enjoy / Survive e Survive / Enjoy. Godiamo di noi stessi, ci intratteniamo, e allo stesso tempo ci trasformiamo in un prodotto da consumare. Per me, questa è una delle logiche di produzione più rilevanti del presente.
Lei e la sua arte siete stati protagonisti a Venezia in diverse occasioni. Che rapporto ha sviluppato con questa città?
Presentare Eisfeld nella sua nuova variante Eisfeld II a Venezia è qualcosa di speciale, perché la città stessa rappresenta una straordinaria interazione tra artificialità e naturalità. Le circostanze in cui la laguna è stata abitata sono eccezionali e, quando ci troviamo qui, ci chiediamo come tutto ciò abbia potuto funzionare. Per questo motivo il progetto ha un senso particolare a Venezia, ed è anche per questo che l’idea mi ha subito affascinato quando mi è stata proposta. Allo stesso tempo, per me si tratta nuovamente di un’opera in cui il contesto veneziano diventa parte di un vero e proprio ‘testo’.