In occasione della Biennale Danza 2026, Wayne McGregor presenta il programma intitolato Time Does Not Exist, ispirato alle riflessioni del fisico Carlo Rovelli sul tempo e sulla sua percezione. Il Direttore del Festival ci parla di corpo, movimento, intelligenza artificiale e del ruolo di Venezia come luogo di ascolto e sperimentazione della danza contemporanea.
Venezia incoraggia la contemplazione, la lentezza e l’ascolto profondo
La realtà è una danza di eventi, scrive Carlo Rovelli. Ed è proprio al celebre fisico che il nostro direttore di Biennale Danza, Wayne McGregor, si rivolge nella presentazione del programma 2026, scegliendo il titolo Time Does Not Exist. Di McGregor abbiamo scritto spesso e sempre volentieri in questi anni: coreografo ricercatissimo, noto non solo per le sue creazioni di danza ma anche per opere liriche (La Scala, Royal Opera House), collaborazioni cinematografiche (come non citare Harry Potter e il calice di fuoco), eventi sportivi e concerti musicali, tra cui Voyage, l’indimenticabile Avatar Performance del 2022 che ha riportato sul palco gli Abba. È stato insignito Commander of the Order of the British Empire nel 2010 per i suoi meriti artistici e, più recentemente, Knight Bachelor per i servizi alla danza. Attento ai dettagli, nel programma mette in rilievo i numerosi workshop aperti al pubblico, i dibattiti con gli artisti, la rassegna di film di Wiseman e la video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Life Lines, che – sue parole – «affascinerà, ispirerà e ci ricorderà che il corpo è un archivio vivente e che l’archivio vivente è esso stesso un corpo».
Ha scritto di recente un libro, We Are Movement (Bloomsbury Tonic), che presto dovrebbe uscire anche in italiano: ci ha colpito per la profondità delle riflessioni unita alla semplicità del linguaggio. È dedicato a un sesto senso che McGregor chiama “propriocezione”, ovvero la capacità di percepire i nostri movimenti nello spazio senza l’uso della vista, grazie a recettori segreti nei muscoli, nelle articolazioni, nell’orecchio, che trasmettono informazioni continue al cervello. Ci ha ricordato Udaka Michishige e le sue maschere Shakumi, con feritoie agli occhi così minimali da rendere quasi impossibile, a guardarle, immaginare che un attore possa muoversi nello spazio e restare in sincrono con gli altri. Cosa permette ai danzatori intrecci di gruppo spericolati e veloci se non un senso dello spazio e della posizione del proprio corpo anche dove la vista non basta? La compagnia di McGregor cominciò a indagare il tema nel 2004 con la coreografia AtaXia, nata dalla collaborazione con neuroscienziati e psicologi del dipartimento di psicologia sperimentale di Cambridge. Nel libro compare una nota autobiografica curiosa: McGregor racconta che l’interesse nacque da una lussazione al ginocchio, subita giovanissimo durante una residenza agli Alloy Studios di Pittsburgh. Furono le riflessioni su come malattia e riabilitazione avessero modificato i suoi movimenti, i muscoli, gli arti, a generare questa nuova attenzione al corpo e con essa l’invito a rivitalizzarlo, a farlo uscire dalle abitudini acquisite; d’altra parte «dancing is a contract to change».
Con questo bagaglio di curiosità e rigore McGregor affronta il ventesimo anniversario della Biennale Danza scegliendo proprio il tema Time Does Not Exist: un programma che raccoglie artisti capaci di destabilizzare la linearità e abitare simultaneamente passato e presente. Lo abbiamo incontrato per seguire il filo del suo pensiero sulla danza, sul corpo, sul tempo e su ciò che resta quando la certezza dei codici si dissolve.
Heinrich von Kleist teorizzò nel 1810 il “danzatore ideale come marionetta divina” e Craig sviluppò ulteriormente l’idea con la sua “supermarionetta”. Esiste a riguardo una relazione, almeno sul piano storico e teorico, con l’uso dell’intelligenza artificiale nella danza contemporanea?
Von Kleist e Edward Gordon Craig immaginavano già il corpo oltre sé stesso: uno strumento di precisione, liberato dall’ego. L’IA prolunga quella genealogia. Ci offre un modo per decentrare l’autorialità, per collaborare con sistemi che riformulano l’intuizione. Non una sostituzione del danzatore, ma una provocazione: cos’è l’agentività, cos’è la presenza, quando l’intelligenza è distribuita?

Il programma del Dance Reflections Festival di Van Cleef & Arpels è stato recentemente presentato a New York: anche lì un ampio spettro di coreografie, revival storici, progetti educativi e giovani artisti alla prima esperienza. Venezia può rivendicare punti di forza particolari nel panorama internazionale dei festival di danza?
Come prima cosa va detto che nessun festival può da solo contenere tutte le relazioni sinergiche che onorano e connaturano la nostra estesa storia della danza e il nuovo lavoro che siamo chiamati a svolgere. C’è semplicemente troppo materiale straordinario là fuori. Sono anche contento che Dance Reflections abbia osservato i nostri programmi passati e riconosciuto il valore di questa interdisciplinarità! Venezia possiede una permeabilità unica: favorisce il dialogo tra passato e futuro in un modo che poche altre realtà possono rivendicare, il tutto grazie alla ricca eredità creativa della Biennale. A differenza degli ecosistemi più orientati al mercato di New York, Venezia incoraggia la contemplazione, la lentezza e l’ascolto profondo. La sua forza sta nel contrasto: patrimonio e sperimentazione che coesistono in assenza di gerarchia.
Nella danza contemporanea emerge la tendenza a dare grande valore alla bellezza dell’idea e al sacrificio personale del performer nel corso del suo processo lavorativo più che al risultato finale. Il rischio è che questo approccio metta a repentaglio il coinvolgimento critico del pubblico nella performance. Qual è il suo punto di vista a riguardo?
Il processo è vitale, ma non è il punto d’arrivo. Il pubblico merita un’esperienza distillata, rigorosa e risonante. La bellezza dell’idea da sola non basta: deve essere incarnata, trasformata. Altrimenti rischiamo l’opacità. Per me il lavoro deve restare poroso ma anche leggibile – non necessariamente letterale o narrativo –, invitando il pubblico a un incontro attivo e critico.

Il corpo esposto è spesso al centro della cultura occidentale contemporanea – meno nel mondo arabo o ebraico –: identità, bianco, non bianco, LGBTQ+, maschile, femminile…, a volte espressione dell’orgoglio etnico, altre volte dichiarazione politica come nella cultura woke. Nelle tradizioni indiana o giapponese, al contrario, il corpo si esprime attraverso codici molto precisi. La domanda è: la danza contemporanea occidentale possiede ancora codici condivisi attraverso cui comunicare con il suo pubblico?
La danza contemporanea occidentale non opera più attraverso codici fissi e questa è insieme la sua sfida e la sua forza. Parla attraverso la molteplicità, attraverso linguaggi fratturati e ibridi. Il corpo diventa un luogo di negoziazione piuttosto che di certezza. La comunicazione non emerge da un vocabolario condiviso, ma da un’attenzione condivisa, da come scegliamo di essere testimoni.
Il tema di questa edizione è Il Tempo non esiste: un titolo che riecheggia il pensiero di Carlo Rovelli sul tempo come illusione della percezione umana piuttosto che come mera realtà fisica. Come è nata questa scelta e come ha orientato la selezione delle opere? Ha cominciato da un corpus di lavori che rispondevano a questa visione del tempo, o è stato il tema a emergere dalle opere?
Le idee di Carlo Rovelli risuonano profondamente con la coreografia, che tratta già il tempo come qualcosa di elastico, scultoreo. Il tema è emerso dialogicamente, con le opere, non prima di esse. Mi hanno attratto i lavori che destabilizzano la linearità, che allungano o comprimono la durata, che ci invitano a vivere il tempo come relazionale, contingente e incarnato.
E l’anno prossimo? Quali sono i progetti di Wayne McGregor?
Continuità, sempre. Ampliare il dialogo tra coreografia, scienza e tecnologia. Inizio un entusiasmante nuovo fellowship in fisica quantistica all’Università di Oxford. Approfondire le collaborazioni tra discipline. E tornare, sempre, allo studio, al corpo come archivio di possibilità in evoluzione.