Il canto della terra

Incontro con Emma Dante, Leone d'Oro Biennale Teatro 2026
di Maria Laura Bidorini
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Leone d’Oro alla carriera, primo assoluto con I fantasmi di Basile e open meeting a Ca’ Giustinian: Emma Dante è tra i grandi protagonisti della Biennale Teatro 2026. La incontriamo per parlare di Palermo, di Basile, di teatro animale.

La strada palermitana è stata per me il più grande palcoscenico del mondo

Regista di rottura e di confine tra le più importanti a livello internazionale, Emma Dante è stata insignita da La Biennale Teatro del prestigioso Leone d’Oro alla carriera, riconoscimento fermamente voluto dal direttore del settore Willem Dafoe. «Ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a temi scomodi e dolorosi […]», si legge nella Motivazione del Premio. Palermitana, è legata intimamente e totalmente alla sua terra, che è stata fonte di ispirazione costante, soprattutto per la dimensione surreale che traspare dalle sue intense regie. Il suo è un teatro attuale e al tempo stesso immortale, attaccato alla vita, al dolore, alle tragedie che spesso rimandano all’antica drammaturgia greca, messa in scena con un’intensità unica e rara. Alla Biennale Teatro presenta in prima assoluta I fantasmi di Basile, quarto lavoro dedicato all’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile, un autore che Emma Dante sente profondamente suo, capace di unire favola e verità, maschera e carne viva. Sarà protagonista anche domenica 14 giugno (ore 11) a Ca’ Giustinian in Sala delle Colonne nell’open meeting Rito nostalgia commozione. Emma Dante: essere umani nelle piaghe del tempo, moderato da Andrea Porcheddu. L’abbiamo incontrata prima della sua attesissima incursione veneziana.

Onorando il suo teatro radicale, femminile, emozionante, duro e intenso, Willem Dafoe le ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera. Lui viene da un’altra tradizione: il cinema, il teatro sperimentale americano, il Wooster Group. Cosa ha significato ricevere questo riconoscimento da una figura che certo ha percorso attivamente il teatro di ricerca, ma in un contesto decisamente altro dal suo?
Ricevere un riconoscimento così importante e prestigioso da un artista straordinario come Willem Dafoe è stata per me un’emozione davvero grande. Non me lo aspettavo, anche se non mi stupisce affatto la sua curiosità. Come tutti i giganti della scena Willem è sempre stato curioso. Ricordo che venne a vedere uno dei miei primi spettacoli, dal titolo Il festino, in cui c’era in scena un ragazzo disabile che raccontava di suo fratello gemello. Era uno dei miei primi spettacoli e io ero ancora una sconosciuta. Ricordo che io e Gaetano Bruno, l’attore che interpretava il protagonista, eravamo esterrefatti di avere tra il pubblico uno dei più grandi attori di Hollywood. È davvero un onore questo riconoscimento, per tanti motivi.

Lei è tra le più importanti registe di teatro, opera, film: le sue magnifiche regie lasciano il segno sempre. Palermo, la Sicilia, hanno un ruolo sempre determinante nelle sue rappresentazioni. Cosa rappresentano davvero per lei, nel suo lavoro, le sue radici?
Tutto ciò che rappresento viene dalla strada palermitana, che è stata per me il più grande palcoscenico del mondo. Per strada ho assistito a scene assurde, straordinarie e al tempo stesso tremende. Ho visto una bara buttata vicino a un cassonetto, sedie stese ad asciugare, gruppi di persone che gesticolando si parlavano senza mai aprire bocca, un gabbiano al guinzaglio, litigi furiosi, intere famiglie su uno scooter, bambini che giocavano a pallone sui tetti delle palazzine, voci e canti dei venditori ambulanti. Per non parlare della luce, del mare, della meraviglia messa come corona allo sfacelo. In tutti questi anni mi sento di poter dire che Palermo ha scritto il mio teatro.

Nella sua regia ha trattato temi molto difficili, dolorosi e a dir poco scomodi, come, ad esempio, la violenza sulle donne, il cui apice è rappresentato, a riguardo, dal suo ultimo spettacolo L’angelo del focolare. Come riesce a trasformare il dolore e la violenza restituendoli in modo così profondo e poetico?
A me interessano i disgraziati, quelli che non ce la fanno, i perdenti, i derelitti. Quasi sempre nei miei spettacoli protagonista è una realtà squallida, intrisa di povertà, analfabetismo e provincialismo, che esplora l’inferno di un degrado terribile, sempre di più ignorato dalla società. Mi interessa rivelare questo orrore e per entrare in maniera più profonda nella tragedia ho bisogno della leggerezza della favola, della poesia. Il metodo creativo del mio fare teatro attraverso l’estetica del corpo non è mai estraneo alla realtà della vita e dell’attualità: le attrici e gli attori, dotati per natura di spirito d’osservazione, imparano a imprimere nella memoria tutto ciò che succede attorno a loro, per essere poi in grado di scegliere, di evidenziare il dettaglio che di solito uno sguardo distratto non coglie. L’obiettivo è sempre quello di stimolare questo tipo d’attenzione e di sensibilizzazione all’ascolto per elaborare una propria e autentica interpretazione della verità che viene riportata in scena attraverso codici allusivi. Ciò che più mi interessa è l’autorialità dell’attore e dell’attrice che cerca dentro di sé una voce autentica e unica. Questa voce ha a che fare con la gestualità e con il movimento. Corpo e parola sono fusi insieme, sempre. Anche ne L’angelo del focolare abbiamo cercato di riportare in scena l’interpretazione di alcuni gesti e posture violente all’interno di un contesto domestico, in cui il rituale ordinario di una giornata qualunque si trasforma nel rituale straordinario della morte di una donna uccisa dall’uomo-padrone.

La Scortecata, Emma Dante, 2024

Quello che vedremo a Venezia, I fantasmi di Basile, è il quarto lavoro che realizza sull’autore napoletano, dopo la trilogia La scortecata, Pupo di zucchero, Re Chicchinella. Cosa non aveva ancora detto di Basile che l’ha spinta a tornarvici? Cosa dobbiamo aspettarci da questo quarto capitolo su questo straordinario autore?
I fantasmi di Basile è uno spettacolo concepito proprio per Venezia. Ho voluto invitare alcuni miei parenti alla grande festa della Biennale Teatro. Questi fantasmi sono i personaggi che ho incontrato in questi anni, che nel tempo sono diventati miei parenti, appunto; alcuni molto intimi, altri più distanti, ma tutti parte della mia grande famiglia allargata. In questi anni sono stata molto affascinata dalla narrazione visionaria di Giambattista Basile: un autentico affabulatore, un inventore di favole realistiche ma anche feroci, un vero e proprio creatore di visioni grazie soprattutto al suo linguaggio intriso di magia e allo stesso tempo concreto e terreno. Ho sempre intercettato, nelle sue favole, qualcosa di reale e contemporaneo, qualcosa che ci appartiene. Pertanto mi piace, di Basile, la verità. Nonostante l’architettura straordinaria che costruisce mediante il linguaggio, mantiene sempre qualcosa di fortemente realistico. Ci sono elementi molto grotteschi, figure sopra le righe nelle sue opere che ricorrono frequentemente anche nel mio teatro. È un linguaggio che richiama la maschera, perché certe cose non si possono dire, certe parole non si possono pronunciare se non se ne indossa una, reale o immaginaria che sia. Si ride, ma sempre con un retrogusto amaro che appartiene a una certa tradizione del sud. Sono felice di venire a Venezia accompagnata da questi miei parenti fantasmi. Certamente non sono personaggi facili, non sono educati, né troppo gentili e amabili. La maggior parte di loro sono soli e disperati, e per questo, da me, profondamente amati.

Quali sono stati i suoi maestri ideali, gli scrittori e artisti a cui si sente vicina o che l’hanno ispirata?
Il mio più grande maestro spirituale è stato Tadeusz Kantor; il suo teatro è stato per me un’autentica rivelazione. Sono riuscita a vederlo all’opera prima che morisse: Kantor che dà le spalle al pubblico è per me il più grande esempio del teatro d’innovazione. Poi devo molto, naturalmente, ai miei maestri Gabriele Vacis e Andrea Camilleri, agli autori miei coetanei con i quali ho collaborato e che mi hanno ispirato, Elena Stancanelli, Mariangela Gualtieri, Giorgio Vasta, al mio fratello d’arte Davide Iodice, all’opera tutta di Dostoevskij, Shakespeare, Camus, Morante, Ortese, Pirandello e di mille altri ed altre ancora. Per molto tempo mi hanno tenuto compagnia in talmente tanti e tante che non posso elencarli tutti.

Lei ha rivoluzionato il modo di fare teatro, legandolo alla sua terra e facendo diventare i temi trattati universali con una delicatezza forte e, se così si può dire, “colorata”. Come definirebbe il suo teatro oggi?
Il mio teatro lo definirei “animale”, semplicemente per un ritorno decoroso alla natura. L’incontro tra la danza, la musica e il canto per me ha a che fare con qualcosa di molto istintivo e arcaico, di animale appunto. Parto sempre dal ritmo e dal movimento. Quando tutte queste forme espressive si incontrano sento un forte contatto con la natura, come se le attrici e gli attori potessero perdere la loro sapienza umana per ritrovare una ancestrale sapienza animale. L’origine di tutto ha sempre a che fare con l’animale che l’attore o l’attrice si porta dentro.

Immagine in evidenza: Emma Dante – Photo Carmine Maringola

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