Il corpo opposto

ALTER NATIVE: la 54esima Biennale Teatro di Willem Dafoe contro il teatro conformista
di Riccardo Triolo
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Riconfermato alla guida della Biennale Teatro 2026, dal 7 al 21 giugno, Willem Dafoe prosegue la sua riflessione sul corpo come forza scenica capace di deformare spazio, immagine e percezione. In ALTER NATIVE il teatro torna esperienza fisica, fragile e anti-standardizzata, contro ogni appiattimento algoritmico.

Mi manca lo spirito amatoriale come terreno fertile in cui il rischio, l’imperfezione e l’originalità possono respirare. È nelle crepe che risiede l’arte realmente unica, non nella levigatezza

Willem Dafoe

In piedi, gambe divaricate e il busto in avanti. Steso, in diagonale, i piedi contro la parete, oppure piegato come fosse chiuso in un frame da cui eccede. Sono virali le immagini che ritraggono Willem Dafoe in posizioni innaturali, dinoccolato in contorsionismi cubisti che spingono a capovolgere il telefono o inclinare la testa per osservare l’intero, ricomporlo. È il suo genio. La sua matrice. Nessuno come Dafoe oggi interpreta insieme la frattura e l’integrazione tra corpo e spazio, tra corpo e macchina scenica. Il suo viso stesso, angoloso, ora penetrante ora divertito, ora dolce ora durissimo, scavato, scabro, deforma l’obiettivo, costringe a una relazione intensa con lo sguardo. Uno sguardo che si deve muovere, deve penetrare, deve scrutare e ricomporre.
Riconfermato alla testa della Biennale Teatro, l’attore promette di proseguire il suo percorso sulla poesia del corpo. Che è sempre in una relazione problematica con lo spazio, che si moltiplica, che lo definisce a partire dalle sue proporzioni e sproporzioni. Il dispositivo teatrale, come quello cinematografico, a contatto con il suo sembiante si muta, riorganizza i propri significanti. È così dai tempi del Wooster Group, dove l’attore si è formato tra il 1977 e il 2005. Un laboratorio che da New York tentava di integrare e insieme disintegrare il corpo all’interno dello spazio scenico, spesso amplificato da schermi in cui i corpi si moltiplicavano e si riflettevano. Frame agiti. Presenze incarnate e disincarnate, in un gioco espressivo molteplice. In quel cantiere d’avanguardia Dafoe ha addomesticato una disciplina della scomposizione che oggi suona profetica. In lavori come The Hairy Ape (1995, Elizabeth LeCompte) la sua carne si faceva architettura tra i tubi metallici di una scenografia-gabbia: lì l’attore trasudava il fervore del personaggio in uno scontro plastico contro la struttura scenica. Nel precedente e radicale Route 1 & 9 (1981) l’io si scindeva tra l’azione nuda e la sua replica distorta dai monitor, costringendo lo spettatore a una percezione frammentata, a quel montaggio umano che oggi è il suo marchio.
Una sintassi dello sforzo che conduce naturalmente Dafoe al cinema, dove l’assenza di volume impone all’attore di ricorrere al corpo scenico come principio sagomatore nel tentativo di dare concretezza all’immagine. È il paradosso carnale de L’ultima tentazione di Cristo (1988, Martin Scorsese).

Adaptation by Darryl Pinckney, based on “The Old Woman” by Daniil Kharms Premiered on July 4, 2013 at the Manchester International Festival, The Palace Theatre, Manchester, UK

Il Gesù di Dafoe è l’antitesi dell’icona levigata della dottrina: è punto di convergenza del dolore del corpo con la trascendenza. Un corpo che non sta nel frame, nel mondo, ma lo definisce, lo sagoma. Così come il suo iconico Green Goblin in Spider-Man (2002, Sam Raimi), rettile vendicativo e beffardo: un ghigno che frantuma il confine tra umano e mostruoso, ridefinendo l’inquadratura attraverso la mimica che sfida il CGI, incarnando il corpo a corpo emotivo, prima ancora che fisico, tra la maschera e l’eroe. Dalle geometrie bianche e scabre sognate con Robert Wilson (The Old Woman, 2013) fino a The Lighthouse (2019, Robert Eggers), la presenza di Dafoe in scena come di fronte all’obiettivo resta un’anomalia. A teatro l’appello al corpo, all’incarnazione primordiale e alla sua funzione sagomatrice dello spazio è la cifra costitutiva del suo approccio a quest’arte scenica.
Nel 2026 l’edizione di Biennale Teatro che Dafoe sceglie di intitolare Alter NATIVE ciò può diventare manifesto politico, può riconfermare la verità della sproporzione umana di fronte al tentativo massivo di conformazione algoritmica.

Immagine in evidenza: Willem Dafoe, No Title – An Experiment, 2025. Photo Andrea Avezzù – Courtesy La Biennale di Venezia

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