Regista, scrittrice e performer, Leone d’Argento della Biennale Danza 2025, Carolina Bianchi presenta a Venezia The Brotherhood, secondo atto della trilogia Cadela Força (Il potere della puttana, in portoghese), un progetto teatrale che affronta da prospettive diverse la violenza patriarcale e il trauma sessuale, intrecciando autobiografia, mito e politica.
Ogni capitolo è autonomo ma interconnesso, pensato come un’immersione radicale nelle contraddizioni del desiderio, della memoria e del corpo femminile. Il primo episodio, A Noiva e o Boa Noite Cinderela, ha debuttato ad Avignone nel 2023 ed è stato premiato in Francia come miglior debutto internazionale della stagione da Le Prix du Syndicat de la Critique. The Brotherhood, in scena alla Biennale Danza, è il secondo capitolo: un lavoro collettivo che ruota attorno alla mascolinità, all’immaginario virile e allo sguardo maschile. Nove performer si muovono in uno spazio scenico carico di riferimenti mitologici e tensioni emotive, tra affermazione e vulnerabilità.
Fondatrice del collettivo Cara de Cavalo a San Paolo, oggi vive ad Amsterdam, si muove da anni tra i più importanti palcoscenici europei ed è molto attiva sul piano sociale, anche in Italia. A Bologna, per il Festival Fuori!, ha recentemente proposto Percurso, un’azione pubblica ispirata alle teorie urbanistiche femministe di Leslie Kern, critica verso un’architettura urbana “costruita sull’esclusione patriarcale”.
La sua pratica artistica – fisica, psichica, politica – si inscrive nella tradizione della performance femminile più estrema, da Gina Pane a Marina Abramović, da Ana Mendieta a Tania Bruguera, pur aprendosi a nuove forme e interrogativi. Come ha sottolineato Wayne McGregor nell’assegnarle il Leone d’Argento, Bianchi impiega il proprio corpo come elemento centrale, mettendo in discussione convenzioni e linguaggi scenici con una forza espressiva che non fa sconti.
Personalmente i suoi lavori mi ricordano il teatro di Antonin Artaud in quanto luogo ove è possibile usare una fittizia crudeltà rivelatrice. De Sade e prima ancora Voltaire, e forse lo stesso Thomas Hobbes, avevano teorizzato e scritto sull’uomo qualificandolo certamente come animale sociale, ma capace in condizioni non rare a farsi aggressivo nei confronti degli altri così come di sé stesso. Mi trovavo a Vienna nel 1968 quando artisti oggi dimenticati quali Kren, Brus e Schwarzkogler misero in piedi un happening all’Università, poi noto come Arte e Rivoluzione, aprendo la strada all’uso del corpo come ultimo strumento di disvelamento. Quando penso a Carolina, mi torna in mente anche Valie Export, con le sue azioni di protesta e provocazione che utilizzavano il corpo per sfidare ipocrisie e finzioni.
Mi piace immaginare che tra le righe delle sue creazioni risuoni un’accusa ai fondamenti stessi del patriarcato – perfino all’intoccabile poeta tragico Euripide, quando fa dire a Peleo che Menelao non dovrebbe stupirsi se Paride ha rapito Elena, «abituata da spartana a girare non troppo vestita».
Molti ritengono che la violenza sia insita nel DNA dell’animale-uomo, eredità “biologica” delle scimmie da cui discendiamo. Altri, come Johan Galtung, sostengono invece che la consapevolezza della violenza possa aprire la strada a un cambiamento. Lei cosa pensa a riguardo? E quale ruolo possono avere le sue performance in questo processo di consapevolezza?
In questa trilogia mi interessa riflettere sulla violenza attraverso la storia dell’arte e attraverso un linguaggio; un linguaggio scenico, che attinge al teatro, alla performance art e alla poesia. Avverto una necessità assoluta: che tutte le domande che mi pongo sulla violenza sessuale, sul trauma, sulla violenza che portiamo dentro di noi o che ci viene inflitta, emergano sempre tramite un linguaggio elaborato artisticamente.
I miei spettacoli non denunciano nulla, non cercano di “fare la cosa giusta”, non tentano nemmeno di dire ciò che la gente si aspetta di sentire. Il mio personale modo di fare teatro è dedicato all’immaginazione, alla poetica, agli enigmi, alla complessità.
Per me il teatro è una camminata nell’ombra. È entrare nella selva oscura, come direbbe Dante.

L’artista Giuseppina Pasqualino di Marineo, meglio conosciuta come Pippa Bacca, è morta nel suo abito da sposa durante una performance-viaggio per la pace, ma il suo lavoro è meno ricordato rispetto a quello di altre figure come Gina Pane o Yoko Ono con Cut Piece. In alcuni casi sembra esserci una componente voyeuristica nel modo in cui il pubblico guarda all’uso del corpo per denunciare la violenza. Che opinione ha in merito?
Non sono sicura che tutte le artiste che usano il proprio corpo come mezzo artistico e che trattano il tema della violenza nelle loro opere intendano in realtà denunciare la violenza attraverso i loro corpi. Alcune sì, ma questo dipende anche da come interpretiamo i loro lavori.
Pippa Bacca, ad esempio, non stava lavorando sulla violenza, ma sul concetto di ospitalità. Dovremmo studiare le opere di queste artiste e provare a spingerci un po’ oltre, cercare di entrare anche nella loro visione, nei loro mondi metaforici.
Per quanto riguarda il pubblico, la violenza tocca sempre, ma in modi molto diversi. Non credo ci sia sempre voyeurismo: a volte sì, ma esistono anche altre possibilità, come la condivisione, la paura, l’odio, il desiderio, la curiosità, il nulla… Tante cose possono esistere tra un’opera e chi la guarda.
Com’è Carolina Bianchi nei momenti che precedono l’ingresso in scena? E subito dopo lo spettacolo? È attenta alla durata degli applausi, desiderosa di sapere come è andata, oppure preferisce allontanarsi e restare in silenzio?
Carolina Bianchi si prepara con la sua squadra, scherza, ride ed è estremamente concentrata.
Dopo lo spettacolo? Se ne va via senza farsi notare, perché è molto timida!

In una sua recente intervista ha dichiarato che Emily Dickinson è la sua poetessa preferita. Da una sua poesia: «C’è un altro cielo / sempre sereno e bello / e c’è un’altra luce del sole». Dove si trova per lei questo “altro cielo”? È qualcosa che si può raggiungere attraverso i rapporti umani?
No. Solo con la poesia e l’immaginazione.
The Brotherhood è il secondo atto della trilogia Cadela Força. A che punto è arrivata questa sua ricerca e come si inserisce il nuovo lavoro nel percorso della trilogia? Sta già lavorando al terzo capitolo o ha in mente anche altre direzioni artistiche da esplorare?
Il secondo spettacolo è sul teatro come soggetto e linguaggio utile per porre domande e affrontare problemi su violenza e storia dell’arte e, soprattutto, su una fratellanza – The Brotherhood – che ci coinvolge tuttə, in modo diretto o indiretto.
Penso che questo capitolo scavi ancora più a fondo nelle questioni che riguardano le forme di conoscenza, l’intellettualità e le dinamiche della violenza e dell’amore.
E sì, sto già lavorando all’ultimo capitolo, previsto per l’anno prossimo.
Biennale Danza 2025 – Myht Makers/Creatori di Miti
19. Festival Internazionale di Danza Contemporanea