Protagonista del primo incontro di Verso Incroci, anteprima di Incroci di civiltà 2026, con Il fuoco di Venezia Giovanni Montanaro racconta due storie che si rincorrono, mentre Venezia, tra le pagine del libro, si trasforma in maniera apparentemente irreversibile.
Da tanti anni volevo scrivere un romanzo che raccontasse tutta la Venezia degli ultimi sessant’anni. Ma non una Venezia scontata; una Venezia diversa, vitale.

Il fuoco di Venezia, nuovo romanzo di Giovanni Montanaro, edito da Feltrinelli, si apre con la descrizione di una grande fornace a Murano, o meglio di quel che ne resta dopo l’incendio che quindici anni prima l’ha distrutta. Da fuori si legge ancora l’insegna Fornace dell’Est Vetri d’Arte Famiglia Spina Torcellan, un’antica vetreria dalle alterne fortune, di proprietà di una donna, cosa insolita in un mondo maschile. È questo dunque il palcoscenico in cui si muovono i due protagonisti principali: Tiziano Zen, alto, occhi chiarissimi, geniale maestro vetraio, testardo, orgoglioso, irruento, innamorato del suo lavoro, ed Elena Spina Torcellan, bellissima, sensuale, libera, parte dell’alta borghesia dalle buone frequentazioni, moglie insoddisfatta e madre in crisi con un figlio che non la stima, non la ama, e una figlia dolce e infelice, divorata da un malessere esistenziale. Tiziano Zen abita a Castello, viene da una famiglia povera, a quattordici anni inizia a lavorare in vetreria. È bravissimo, ma il suo brutto carattere lo fa litigare con tutti, creandosi una cattiva nomea. Dopo avere risposto ad un annuncio sul Gazzettino viene assunto da Elena alla Fornace dell’Est, in quel momento sull’orlo del fallimento. Inizialmente il rapporto tra i due si limita al lavoro, da padrona a subalterno, un giorno per caso Tiziano si imbatte in Elena in centro, le offre un caffè e «per la prima volta pensa che una donna così non l’aveva mai vista, non era come le altre, ma in cuor suo sentiva che appartenevano a due mondi diversi, lui al popolo, lei alla Venezia più in vista». Ci sono infatti grandi differenze sociali, ma ben presto la passione riuscirà a cancellare e limare i problemi, nascerà un grande amore e una profonda collaborazione creativa che li porterà a progettare insieme vetri bellissimi e di grande successo. Li lega la passione per il vetro «perché è la cosa che più di tutte somiglia alla vita». Il loro sarà un rapporto complesso, travolgente, due anime che non riescono a stare lontane, si separano ma pur essendo distanti «continuavano a trovarsi senza trovarsi», come in tutti i grandi amori. Il tempo e la vita rimetteranno al centro quelle diversità, creando fratture nella coppia: troppo difficile gestire due stili di vita così diversi, per cultura, frequentazioni, abitudini. Montanaro ci guida attraverso l’animo dei protagonisti e la loro storia d’amore, che si interseca con quella di Venezia: tra le pagine del romanzo affiora una città che cambia enormemente nel corso degli ultimi decenni. Dagli anni ‘60 pieni di speranza e serenità, in cui troviamo una città viva, popolata di famiglie, di bambini che si tuffano nei canali, di negozi, per passare alla lotta politica, alla rabbia, al livore del ‘70 e poi i veleni e le morti del Petrolchimico di Marghera, la Mala del Brenta, il turismo fuori controllo, lo spopolamento, ma anche la sagra di San Giacomo, le partite della Reyer, i grandi eventi culturali dal Carnevale alle Biennali. Per chi ama Venezia è impossibile non ritrovarsi, non immergersi in questi racconti e lasciarsi andare ai ricordi, ai luoghi frequentati, rivedere volti noti, locali famosi, ristoranti, luoghi di cultura come la Collezione Guggenheim o il Teatro La Fenice. Venezia è da sempre un contenitore di bellezza: da una parte lo splendore dei suoi monumenti, la sua unicità, ma dall’altra anche molto rammarico, perché da tempo pare lontana dal contemporaneo, priva di una chiara prospettiva, di un progetto; mancano i grossi imprenditori, gli industriali, è una città che ha poco peso politico e problemi enormi. Ne Il fuoco di Venezia ancora una volta Montanaro sa raccontarci i sentimenti con grande intensità, siamo sempre avvinti dal suo stile personalissimo, essenziale, privo di enfasi, frutto di un meticoloso lavoro di sottrazione, di cura. La storia ci avvolge fino alla fine quando i misteri, i segreti, che la trama ci offre, verranno svelati…
Com’è nato il suo ultimo romanzo Il fuoco di Venezia, e perché proprio Murano, una fornace? C’è qualcosa di autobiografico o legato alla sua famiglia?
Da tanti anni volevo scrivere un romanzo che raccontasse tutta la Venezia degli ultimi sessant’anni. Ma non una Venezia scontata; una Venezia diversa, vitale. In cui non poteva mancare il lavoro. E alla fine l’ultima grande “industria” veneziana è proprio il vetro, che poi ovviamente ha un significato anche simbolico, di bellezza e fragilità. È tutto autobiografico, in fondo, perché la storia di Venezia più recente l’ho vissuta anche se, personalmente, non ho legami familiari con Murano. Sarei buranello, piuttosto, il prossimo magari sarà sui merletti. È che Murano è potente, vicina. Chi non è andato in fornace da bambino? Chi non aveva a casa qualcosa di Murano, un vaso magari di pregio ma anche le caramelle, i pesciolini?
Come autore possiede la straordinaria capacità di dosare perfettamente le parole, scegliendo sempre le più efficaci, le siamo grati perché ci risparmia aggettivi come iconico, distopico, resiliente. C’è un gran lavoro di cesello, come ottiene uno stile così asciutto, chiaro, impeccabile?
Penso che soprattutto in questo romanzo ci fosse un’urgenza di raccontare, una trama fitta, continui colpi di scena, che proprio non permettevano di indugiare sul virtuosismo. E poi le parole sono preziose, oggi si usano continuamente a caso, anche sbagliandole, ma soprattutto esagerando. Le parole non sono solo un vezzo, un gioco, ma la necessità di comunicare. E comunque chi dice “resiliente” o “resilienza” dovrebbe essere arrestato.
Venezia è ancora una volta protagonista di un suo libro. Oggi è una città in crisi, con enormi problemi, cosa si augura per il futuro?
Un cambio di passo e, nel breve, di governo. Una maggiore attenzione per le tre emergenze vere; gli abitanti nella Laguna, la sicurezza di Mestre, la rigenerazione di Marghera. Uno studio serio su cosa ci sarà dopo il Mose. Però, anche, una capacità di tornare a raccontare una città vitale, imprevedibile, che può essere attrattiva tanto per grandi investimenti internazionali quanto per chi voglia vivere ancora in un posto che è della misura degli uomini, in fondo più interclassista di quanto si pensi, vicino alla bellezza ma anche alla natura. Non si sta certo male a Venezia; il problema è che sia diventato un privilegio anziché una scelta.
Lei è un avvocato, si occupa di diritto internazionale, attività molto impegnativa, come riesce ad organizzare la sua vita da scrittore? Ha orari precisi, riti quotidiani?
In realtà no. Il lavoro ha la priorità, si può organizzare, certo, ma spesso porta poi a dover scombussolare ogni piano. Ho capito però che le storie sono importanti se restano, e dunque non mi preoccupo troppo. Non è l’ispirazione di un momento, ma un lavoro lungo, che dura anni. Specie per Il fuoco, che di fatto è stata una allegra fatica di tanti anni. È che senza scrivere non saprei proprio vivere. Ma anche senza fare l’avvocato non starei granché.
Il fuoco di Venezia è molto cinematografico, pare una sceneggiatura già pronta, ha già pensato a una possibile trasposizione per il grande schermo? Nel caso chi vedrebbe ad interpretare Elena e Tiziano?
Visto che Mastroianni e Claudia Cardinale mi risulta non siano più disponibili, possiamo puntare magari su Anna Foglietta ed Elio Germano? Non sarebbe male. Altro che, sarebbe un sogno! Basta che poi non facciano l’accento veneziano ridicolo che di solito fanno i non veneziani.