Davide Iodice presenta alla Biennale Teatro Promemoria, performance nata a Venezia con gli anziani della residena di San Giobbe. Un viaggio intimo nel teatro sociale e di comunità, dove le storie reali rompono i confini del festival per farsi memoria collettiva.
C’è un tempo della vita in cui la memoria si assottiglia, ma ciò che resta diventa essenziale: un volto, un gesto, l’eco di un affetto, di un amore. È da questo margine fragile e luminoso che nasce Promemoria, il nuovo lavoro con cui Davide Iodice torna alla Biennale Teatro dopo il forte riscontro di pubblico e critica ottenuto nella scorsa edizione con Pinocchio. Che cos’è una persona? – Premio Speciale Ubu 2024 –, che interrogava la nascita dell’umano e la libertà dei corpi neuro divergenti con gli attori della compagnia Scuola Elementare del Teatro di Napoli.
Regista e pedagogo tra i più attenti alle pratiche di teatro di comunità, Iodice sviluppa da anni processi creativi che coinvolgono persone lontane dalla scena, trasformando l’esperienza teatrale in uno spazio di relazione e testimonianza.
Seguendo questo metodo di lavoro, che mette al centro la persona e le sue fragilità, il progetto nasce a Venezia al termine del laboratorio intensivo L’enciclopedia delle Emozioni, realizzato tra il 29 maggio e il 2 giugno 2025 all’interno delle strutture dedicate alla cura degli anziani. Qui Iodice ha raccolto storie, presenze, frammenti di vita che il tempo tende a cancellare e che il teatro prova invece a trattenere. La restituzione di questo percorso è Promemoria, una performance che dal 9 al 14 giugno prende forma negli spazi delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane di San Giobbe, dove la scena si costruisce a partire dai racconti e dai corpi di chi abita quei luoghi.
Io non voglio che la vita sia altro che il mio teatro, non voglio che sia da un’altra parte, voglio che ne sia compromesso, che ciò che è in scena abbia la stessa intensità
Lo scorso anno alla Biennale ha presentato Pinocchio, che ha colpito e commosso per la sua dimensione poetica e comunitaria. Con Promemoria, nato all’interno della residenza per anziani di San Giobbe, il suo sguardo sembra ora rivolgersi a un’altra stagione della vita. Come nasce questo progetto e quale incontro umano lo ha reso possibile?
C’è sempre una istanza personale alla base di ogni lavoro drammaturgico, come può essere altrimenti, e quindi qui di sicuro c’è il volto di mia madre e c’è la schiena di mio padre nel suo ultimo tempo di vita, il corpo degli “antenati” da cui ci innestiamo come talee. C’è la necessità della memoria in un Paese senza memoria e c’è sempre la necessità di esercitare attraverso l’arte un diritto di cittadinanza e di espressione per quelle fasce sociali in stato di fragilità, che spesso quella fragilità relega a mera utenza. C’è un’inversione dello sguardo da operare, anche in teatro.
Nel suo teatro la scena si apre spesso ad attori non professionisti: bambini, adolescenti, persone fragili o ai margini. Che cosa accade al linguaggio teatrale quando entra in relazione con vite reali invece che con interpreti formati?
Beh, accade che ritrova un senso smarrito, che risuona nel tempo presente, nella realtà di corpi e istanze spesso rimosse e inascoltate, che si alimenta di vita e che questa vita problematizza la forma e problematizza la sua fruizione, chiedendo allo spettatore di trasformarsi in testimone.
In un luogo dove la memoria spesso sbiadisce per motivi biologici, il titolo suona quasi come una sfida. Cosa dobbiamo “mettere in memoria” noi spettatori attraverso i racconti dei protagonisti? È un promemoria per il futuro o un archivio del passato?
Quello che mi è parso subito evidente è che la cancellazione che opera il tempo o la malattia sulle pagine di questi libri viventi che sono i nostri anziani lasci in luce ciò che è essenziale; e ciò che è essenziale riguarda sempre il sentimento, riguarda l’amore, il bene fatto o ricevuto, l’essere appartenuti a qualcuno, a un luogo, a una idea. Questo promemoria è per noi e sta a dire che quello che davvero conta non si dimentica.
Venezia è una città che lotta con il proprio spopolamento e l’invecchiamento. Portare la Biennale dentro una residenza per anziani significa scardinare i confini del Festival. Come hanno accolto gli ospiti di San Giobbe l’idea di diventare parte di questo processo creativo e testimonianza vivente per il pubblico internazionale?
La Biennale si occupa di opere d’arte e le persone incontrate sono opere d’arte, mi sembra quindi estremamente naturale questo processo. È importante rimarcare che gli ospiti siamo noi. Loro sono gli abitanti di San Giobbe; questa è in qualche modo, in modo diverso, casa loro e come a casa ci hanno accolti così come si accoglie un parente che non si vede da tempo, di cui non ci si ricorda nemmeno troppo bene, ma che si riconosce per qualche misteriosa ragione.
Guardando al suo percorso più ampio, che cosa cerca oggi nel teatro che forse non cercava quando ha iniziato? E c’è qualcosa che ancora sente di non aver trovato?
Una domanda bella e pericolosa. Se sapessi rispondere vorrebbe dire che avrei trovato tutto, o che avrei trovato tutto quello che mi aspettavo e questo mi darebbe tristezza. Sono felice invece di non saper rispondere. Forse vuol dire che sono ancora in piena ricerca, che sono vivo e che è vivo il mio teatro.