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Silenzio assordante

A CFZ Lena Herzog riflette sull'estinzione linguistica di massa
di Mariachiara Marzari
trasparente960

Lena Herzog, fotografa e artista americana multidisciplinare e concettuale, presenta Last Whispers. Oratorio for Vanishing Voices, Collapsing Universes and a Falling Tree, ospitato fino al 30 luglio a CZF – Ca’ Foscari Zattere/Cultural Flow Zone, un progetto esperienziale e immersivo dedicato all’estinzione di massa delle lingue.

«Ogni due settimane il mondo perde una lingua. A una velocità inedita, maggiore di quella che contraddistingue l’estinzione crescente di molte specie animali e vegetali, la nostra diversità linguistica – forse il mezzo più importante della conoscenza di sé – si sta erodendo». Così Lena Herzog, fotografa e artista americana multidisciplinare e concettuale, presenta Last Whispers. Oratorio for Vanishing Voices, Collapsing Universes and a Falling Tree, promosso dall’UNESCO, curato da Silvia Burini, Maria Gatti Racah, Giulia Gelmi, Anastasia Kozachenko-Stravinsky (Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali – DFBC), ospitato fino al 30 luglio a CZF – Ca’ Foscari Zattere/Cultural Flow Zone, un progetto esperienziale e immersivo dedicato all’estinzione di massa delle lingue. Un’estinzione silente, perché è proprio il silenzio la forma che essa assume. Lena Herzog dà voce a questa sparizione muta con un lavoro corale, profondamente moderno e al contempo tradizionale.

Last Whispers è diventato uno dei miei progetti più importanti e mi ha liberato più di ogni altro lavoro. Sento di poter creare mondi, di poter indirizzare idee, non importa quanto complesse. È stata dura, ma ora sento di poter volare.

Ogni due settimane il mondo perde una lingua. Le lingue ormai estinte e in via di estinzione sono un patrimonio di diversità identitaria e culturale senza eguali, da salvaguardare e proteggere. Perdere queste lingue è come perdere la memoria. Last Whispers rompe questo silenzio inesorabile tracciandone una mappa che diventa un’opera poetica immersiva. Qual è il potere dell’arte e il dovere dell’artista?
Libri e libri di storia dell’arte non hanno ancora dato una risposta chiara a questi interrogativi. Dare risposta a domande di spettro così ampio avrebbe bisogno di uno spazio ben più esteso di quello che abbiamo qui a disposizione, quindi risponderò solo dando una direzione a me stessa: condurre le persone, nel modo più convincente possibile, a fare esperienza di mondi altrui, a sentire un’affinità con quelle persone e quei mondi. E per quanto riguarda i compiti dell’artista, direi che il dovere primario è di non essere teneri con sé stessi, evitando le vie più facili, rimanendo concentrati sull’opera.

Il progetto assume, come molti dei suoi lavori, le caratteristiche di un vero e proprio studio scientifico-accademico. Dove nasce l’ispirazione per Last Whispers e come si è sviluppata concretamente? Quali emozioni le ha riservato questo ‘viaggio’?
A volte credo di essere stata ammaliata dalle lingue già nell’infanzia. Ho imparato diverse lingue fin da bambina. Volevo diventare scrittrice, ma sono diventata linguisticamente apolide dopo aver lasciato l’Unione Sovietica un anno prima che si smembrasse. Uno smembramento politico seguito da uno personale e culturale. E quindi dal russo all’inglese, dallo spagnolo al francese diverse lingue mi sono divenute familiari, familiarità che poi col tempo è andata persa. Va detto, però, che quanto faccio con l’arte non è psicoterapia fai-da- te, è solo che capisco, sento la perdita della lingua, anche se non paragonerei mai questa esperienza con quella di un’intera comunità che smette di parlare una data lingua. Il fatto che ogni due settimane (almeno) una lingua muore è devastante, ancor di più se si riflette sul fatto che questo particolare tipo di estinzione è dato dal silenzio e si realizza col silenzio. È una cosa intrinseca. La gente smette di parlare, scrivere, cantare, pensare in una lingua e un mondo scompare. Come trattare questo tema con l’arte? Bisogna dare un suono a ciò che tace. Ma come? Bisogna far sì che queste voci non siano, non possano essere negate. Sono esistite e meritano di essere ricordate e vissute. Per questi motivi ho scelto di creare arte immersiva costruendo un mondo in cui poter dare una casa a questi altri mondi. Uno spazio per le voci, solo per loro, e tu, visitatore silente, sarai lì per ascoltare.
Queste voci, e il sapere che sono esistite, sono ciò che mi ha ispirato di più. Filosofia, musica, il cosmos, le foreste…: tutto ciò è ispirazione. La mia visione della lingua e del pensiero, il mio amore per le idee, le mie idee politiche, sono tutti ingredienti che connotano, nel loro composito impasto, il mio lavoro, come potrebbe non esserlo? Non posso eliminare me stessa da me. Il cuore del progetto è il mondo che scompare, il mondo delle altre lingue, cioè delle altre culture. Culture intese nel senso più esteso del termine, come modi di essere. Ho lavorato con archivi di lingue di tutto il mondo, con attivisti per la difesa della lingua e, ovviamente, con gli ultimi parlanti di alcune di queste. Ho messo insieme una biblioteca di voci e creato immagini che accompagnassero i visitatori in ciascuno di questi mondi anche grazie all’aiuto di una bellissima squadra: i compositori e tecnici del suono Marco Capalbo e Mark Mangini, il tecnico di realtà virtuale Jonathan Yomayuza, la disegnatrice Amanda Tasse, il grafico Maggie Morris e i miei produttori Meghan McWilliams e Cedric Gamelin. Abbiamo ricevuto una donazione dalla Fondazione Marilyn e Jim Simons che ci ha permesso di lavorare per due anni e di completare il progetto proprio come avevamo in mente.
Last Whispers è diventato uno dei miei progetti più importanti e mi ha liberato più di ogni altro lavoro. Sento di poter creare mondi, di poter indirizzare idee, non importa quanto complesse. È stata dura, ma ora sento di poter volare.

Le lingue perdute diventano il materiale vivo della sua installazione, che supera la bidimensionalità della fotografia per creare una nuova e originale sintesi audio-visiva. Last Whispers si compone infatti di più parti: un progetto complesso che viene restituito attraverso un’installazione immersiva audio-video di 45 minuti e un’esperienza di realtà virtuale di 7 minuti. Quale esperienza ha voluto offrire al pubblico attraverso questi nuovi media?
 Dapprima ho creato i 45 minuti di video immersivo con la sua colonna sonora. Una volta concluso il lavoro è stato esposto al British Museum: i due grandi schermi sono stati appesi nella Living and Dying Gallery e gli altoparlanti sono stati nascosti in diversi punti. I visitatori giravano per la stanza disorientati perché il video era da una parte e il suono dall’altra. Le loro menti cercavano di colmare questo divario. Già allora avevo capito che dovevo far corrispondere un suono immersivo con delle immagini immersive, ed è per questo che ho cominciato a lavorare con la realtà virtuale.
I primi sette minuti di realtà virtuale erano in realtà una bozza di quello che avevo compiutamente pensato; il lavoro finito è quello che si vede ora a CFZ – Zattere. Ho completato questo progetto per ricavare i fondi necessari ad assumere una squadra di tecnici e una disegnatrice; non volevo che le mie idee rimanessero in un quaderno a prendere polvere. La bozza di sette minuti ha poi avuto una storia tutta sua: è stata presentata in anteprima al Sundance Film Festival 2019 come parte della selezione New Frontier; a quel punto avrei voluto dire a tutti: «Aspettate! Non ho ancora finito con quel lavoro!». Adesso dura trenta minuti ed è davvero concluso. È stato esposto alla Biennale e lo si può vedere fino al 30 luglio a CFZ – Zattere. In occasione di Art Night 2022, il 18 giugno, il lavoro verrà mostrato con una proiezione immersiva all’aperto nel cortile principale della sede centrale di Ca’ Foscari, dove vi sarà anche un’installazione di fotografie sui muri del cortile.

Quale equilibrio viene raggiunto nell’opera?
Non sono sicura che ci sia un equilibrio. Mi piacciono i progetti che mi danno emozioni, che mi fanno pensare e sognare. Non mi interessa tanto l’equilibrio; mi preoccupa piuttosto non riuscire a completare tutti i progetti che vorrei.

I suoni delle stelle e quelli delle parole perdute, il cosmo e l’uomo: cosa rappresentano per lei questi due mondi, queste due dimensioni?
Quando stavo lavorando sulla prima edizione dell’opera, come video solo, ho sentito parlare di LIGO. Una fortunata coincidenza perché ho sempre pensato a ogni lingua come a un mondo. Una lingua in via di estinzione è come una supernova, io la vedo così. Quando ho letto che scienziati al MIT e alla CalTech stavano lavorando su un modo di registrare le frequenze emesse da una supernova me ne sono interessata subito. Mi sono messa in contatto con Kip Thorne e Marc Favata ancora prima che a Thorne venisse assegnato il premio Nobel. Ho chiesto loro se potessero condividere con me questi ronzii e stridii delle supernova. Sono stati generosi, mi hanno messo a disposizione tutta la raccolta. Ovviamente si tratta di suoni di per sé non udibili dall’orecchio umano. L’altro nome di LIGO, però, è “l’orecchio”, un orecchio in grado di sentire il suono delle stelle distanti anni-luce. Abbiamo preso queste frequenze e le abbiamo trasformate in suoni udibili, per poi mixarle con lingue estinte e lingue in pericolo. Diversi mondi che scompaiono intersecati gli uni con gli altri sembrano dirci: «siamo stati qui. Siamo esistiti».

 

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