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Rosso profondo

ricci/forte presentano la 50. Biennale Teatro al grido di "Rot"!
di Fabio Marzari
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Il Festival 2022, edizione numero 50, ha per titolo Rot, come il colore rosso nella lingua tedesca, il cui suono è duro, come un graffio, una lacerazione. Secondo le stesse parole di ricci/forte, «Un Festival collisione di pensieri, di visioni e immaginari per abbandonare le proprie difese, lavorare insieme per la distruzione di certezze granitiche e crescere in consapevolezza, attestando la dignità e le infinite possibilità dell’Uomo…»

ricci/forte, un binomio di elevato profilo nel panorama culturale internazionale. Coltissimi, ma capaci di farsi comprendere dai più, usano le parole come una delicata sinfonia che riesce a colpire chi legge per l’armonia, la profondità e la bellezza del linguaggio, che non resta mai confinato al puro esercizio di stile. L’ensemble ricci/forte, come si firmano dal 2005 anche se di minuscolo nel loro lavoro non vi è nulla, è composto dal duo di autori e registi Stefano Ricci e Gianni Forte formatisi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico con Luca Ronconi e alla New York University con Edward Albee. Vari i riconoscimenti ottenuti: Hystrio, Vallecorsi, Fondi-La Pastora, Studio 12, Oddone Cappellin per la Drammaturgia e il Premio Gibellina/Salvo Randone per il Teatro.
Biennale Teatro, edizione seconda dal duo curata e in svolgimento dal 24 giugno al 3 luglio, ha in programma spettacoli e appuntamenti con i protagonisti più importanti della scena contemporanea, oltre alle produzioni realizzate nell’ambito di Biennale College, il progetto formativo dedicato a giovani registi, autori e performer. Una scelta curatoriale, quella per Biennale, che travalica le avanguardie per ritrovare l’essenza pura del teatro, senza veicolare l’incomprensione a paradigma d’azione. In loro c’è l’amore per la materia che rese memorabili le edizioni migliori di Biennale Teatro, quando i più grandi autori e i più importanti interpreti si esibivano regolarmente in Laguna in uno degli appuntamenti più acclamati al mondo. I due sanno esercitare un “possesso perenne” della materia di cui si occupano, scevri da quello snobismo divenuto macchiettistico che rende spesso assurde certe scalate verso vette inarrivabili di voluta incomprensione. Il Festival 2022, edizione numero 50, ha per titolo Rot, come il colore rosso nella lingua tedesca, il cui suono è duro, come un graffio, una lacerazione. Secondo le loro stesse parole, «Un Festival collisione di pensieri, di visioni e immaginari per abbandonare le proprie difese, lavorare insieme per la distruzione di certezze granitiche e crescere in consapevolezza, attestando la dignità e le infinite possibilità dell’Uomo. Un Festival specchio, in vibrazione con il mondo, in ascolto dei cambiamenti delle nostre società, le cui missioni primarie saranno la Creazione e la Trasmissione. Un Festival fabbrica di gesti e di parole, dove ispezioneremo al microscopio le nostre esistenze, i nostri eccessi, i nostri sogni, i nostri corpi. Un Festival difensore dei diritti umani, leader di sinfonie poetiche, paladino della resistenza, produttore di diversità, inventore di opportunità, con semplicità, senza alcun lapillo teorico o puntello di ammaestramento. Un Festival resistente e impermeabile al regno del cinismo, del catastrofismo cronico, per tracciare le linee e convalidare un futuro migliore spostando la traiettoria dello sguardo…».
Rot si ribella alla superficialità, al gregge, ai falsi idoli, all’opportunismo, questo è un monito per tutti noi, lunga vita a (questo) teatro!

Il teatro è tornato con forza e convinzione a rivestire il suo ruolo di proscenio in cui interpreti e pubblico, con il suo ritorno in presenza al 100 %, si scrutano, reciprocamente “vivendosi”, respirando gli umori, le atmosfere che un testo, una pièce restituiscono nella loro identitaria specificità. Come e in quale misura ritenete che gli anni difficili che abbiamo vissuto, e in cui ancora siamo parzialmente immersi, abbiano cambiato il teatro?
Il virus ha causato una paralisi pandemica globale senza precedenti mettendo in pausa la nostra vita sociale. I luoghi di Cultura e dell’Educazione, colpiti direttamente al cuore da distanziamenti e chiusure, ne hanno pagato, e stanno ancora pagando, il tributo più alto. Tuttavia, nonostante un disorientamento ed una pressoché totale sfiducia nelle istituzioni e nel sistema, il Teatro in presenza – non essendo per sua natura cartesianamente designato ad un ruolo consolatorio postprandiale, pur affidandosi a nuovi linguaggi, aprendosi a circuiti subalterni, come quelli digitali, e misurandosi assiduamente con l’universo tecnologico e le sue innumerevoli diramazioni – è oggi ancora più vitale e proseguirà imperterrito per la sua strada, pena la perdita della sua stessa essenza/identità, restando così un’esperienza unica dal vivo, irripetibile, necessaria per la sussistenza e la sopravvivenza di una società democratica. Nutrimento fondante per l’anima e chiave d’accesso capitale per poter interpretare il Presente, forgiando la nostra struttura di pensiero, il Teatro resisterà e si ostinerà nell’infondere la consapevolezza esistenziale che la vita reale e/o la realtà virtuale non bastano, divenendo il luogo dove l’intera comunità tornerà a ricomporsi, a raccontarsi, a rivelarsi e a responsabilizzarsi, dove la nostra Storia e il nostro futuro s’incontreranno e si ricongiungeranno in un intimo abbraccio.

Triptych, by Peeping Tom © Virginia Rota

Presentando il vostro festival vi siete soffermati sul concetto, sull’idea-percorso Creazione/Trasmissione. Potete in poche parole spiegare il senso stringente della vostra azione?
Non inclini a compromessi e cordate, come Direttori Artistici torneremo a gettare ponti tra territori, culture e generazioni sia per il Teatro che per la Drammaturgia contemporanea e la Performance; seguiteremo ad essere accanto ai giovani e alle loro esigenze aiutandoli ad individuare i pilastri fondamentali su cui poggeranno le radici del pensiero e le loro precipue potenzialità espressive e comunicative, sostenendoli con il nostro sollecito impegno nel segnalare i loro progetti, nel far conoscere le loro opere. La Biennale Teatro 2022 – con tre Bandi College e sette Master Class, posti tutti sotto il segno essenziale della Trasmissione e della Formazione – continuerà ad essere una fucina di creazione, un laboratorio di sperimentazione, tanto quanto un luogo di accoglienza e di apertura per i nuovi tessitori di sogni che vi abiteranno e si confronteranno con un eminente corpus internazionale di Maîtres che li guideranno nell’affermare le loro singolarità e identità artistiche, nel decostruire geometrie cristallizzate con slittamenti e fioriture sorprendenti, al fine di trasfigurare un mondo in piena mutazione.

Il corpus che connota la proposta del vostro festival è «composto in maniera differente rispetto a quello di molte stagioni teatrali». Come si possono importare nuovi linguaggi e nuovi autori a favore di un pubblico più “generalista”?
In un certo qual modo le crisi e i profondi mutamenti che stanno attraversando i nostri contemporanei, l’incertezza di un presente svuotato di senso e di un futuro prossimo che incombe minaccioso ad alta velocità, rafforzano l’urgenza – e ne giustificano le posizioni talvolta radicali – di linguaggi altri, ibridi e poetici, come alternativa a quello ordinario naturalistico – generatore di valori normativi incancreniti – e come antidoto per sfuggire alla strategia dell’ignoranza, al pessimismo soffocante generalizzato che ci assale. La programmazione che presentiamo in questa 50. edizione del Festival, così come gli spettacoli che noi stessi abbiamo realizzato e mostrato in questi anni, tenterà di rispondere a questi cambiamenti con perentori soprassalti di lucidità, ravvivando, alimentando quella coscienza civica che troppo spesso, per conformismo o per pigrizia, mettiamo da parte. Anticipando i pericoli di una società fratturata, è attraverso la trasversalità, l’attualità e la varietà detonante delle proposte dei nostri Artisti, vati lungimiranti, che Biennale Teatro 2022 si rivolgerà ad un pubblico sempre più diversificato, invitandolo a diventare suo fedele compagno di viaggio, mostrando ai più giovani quanto con la sua forza magnetica instilli nelle menti stupori, dubbi, interrogativi, dando forma a ciò che potrebbe accaderci per costringerci ad affrontare il nostro destino comune e rettificare, nel peggiore o migliore dei casi, il corso delle cose; farà sgorgare nuove traiettorie della realtà, allungando lo sguardo oltre i limiti dell’abituale e del visibile; fornirà agli spettatori anche una sorta di mappa ideale per una caccia al tesoro nella creazione di idee, spianando così la strada ad un mundus imaginalis, ad un inter-mondo, in cui germoglierà, forse o finalmente, un’immaginazione dinamica poliedrica.

ROT come terapia per ri-orientare il paziente confuso nel tentativo di riappropriarsi della propria storia. In un momento di totale confusione come quello che stiamo vivendo oggi già pensare di avere una storia definita, non suscettibile di continui stravolgimenti, ci pare di per sé un risultato soddisfacente. Come vivete questo fragile presente dal vostro osservatorio “pensante”?
Sono gli uomini a fare la Storia: attraverso l’analisi del presente e con l’ufficio oggetti smarriti del passato provano – i provvisti di consapevolezza – a tradurre il filtrato in azione, movimento. In tale intento, decifrando il senso dell’accadere, sta il respiro sensibile.

The Lingering Now, by Christiane Jatahy, © Christophe Raynaud

Tra le varie direzioni che avete tracciato nella costruzione delle geografie culturali del vostro programma, quali percorsi mentali, quali disposizioni relazionali vi piacerebbe emergessero da questa 50. Biennale?
Il ritorno ad un pensiero. Il tentativo di condividere. La necessità di una ricostruzione evitando di percorrere sentieri dissipati. La scoperta di un confronto, a patto di predisporsi all’ascolto dell’altro. Lo stupore, anche quello di rinvenirsi difformi dalla corazza di convinzioni sorde che ci intrappola.

Come già nella Biennale Arte di Cecilia Alemani, la presenza femminile nel vostro Festival è molto marcata, con la figura di Alda Merini ad accompagnare tutte le serate del Festival, attraverso un ciclo di letture dei suoi testi.
Pleonastico parlare di femminile/maschile o gender in uno squarcio epocale non binario come quello attuale. Il mondo si è avviato ormai ad essere una desinenza espressiva neutra/liquida che – finalmente – smantella quei seminati pregiudiziali identitari per sancire il valore assoluto (per sé e tanto più per l’espressione artistica) della non identificazione in una categoria predefinita; ciò apporta solo ricchezza e visione multipla, rispetto e maturità di un individuo allacciato lucidamente al suo Presente.

 

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