Isola del tesoro

Intervista a Alberto Cavalli, direttore di Michelangelo Foundation
di Mariachiara Marzari
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An Island of Light è il titolo della nuova edizione di Homo Faber, che si articola in un percorso immersivo attraverso quindici ambienti espositivi distribuiti nei monumentali spazi della Fondazione Giorgio Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore, puntando i riflettori sul lavoro di maestri d’arte e artisti del craft provenienti da tutto il mondo.

Dopo La Biennale, in poco tempo – siamo arrivati alla quarta edizione – anche Homo Faber si è conquistato a ragione l’etichetta di “Must see” e Must be”, diventando un evento a tutti gli effetti imperdibile. Dall’1 al 30 settembre, l’appuntamento dal forte impatto esperienziale, un’isola nell’isola – An Island of Light è il titolo della nuova edizione –, si articola in un percorso immersivo attraverso quindici ambienti espositivi distribuiti nei monumentali spazi della Fondazione Giorgio Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Ideato da Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e da Michelangelo Foundation, con il direttore generale di quest’ultima, Alberto Cavalli, alla guida – che qui di seguito ci racconta la costruzione di un evento che è di fatto un movimento culturale –, Homo Faber punta i riflettori sul lavoro di maestri d’arte e artisti del craft provenienti da tutto il mondo. Una celebrazione della bellezza spettacolare e ricercata in ogni dettaglio, affidata quest’anno alla direzione artistica dell’attesissima Es Devlin, che ha esplorato il rapporto fondamentale tra luce, materiali e manodopera.

Es Devlin © Cian Oba-Smith

Homo Faber nasce nel 2018 con un obiettivo: mostrare su scala internazionale l’artigianalità e l’attenzione al dettaglio tipica di una nicchia esclusiva di oggetti. Negli anni Homo Faber è diventato sinonimo di eccellenza ricercata. Cosa rende unico questo progetto rispetto ad altre mostre o musei dedicati al design e all’artigianalità? E come lo vede proiettato nel futuro?
Non mi permetto di fare un’analisi comparativa, perché ogni curatore e ogni organizzazione persegue al meglio i propri obiettivi. Sin dall’inizio, tuttavia, Homo Faber ha cercato di trovare un proprio linguaggio originale attraverso una serie di scelte culturali e strategiche. L’unicità, per esempio: lavoriamo con cura e con dedizione per selezionare oggetti di qualità straordinaria e per realizzare scenografie autoriali che li accolgano al meglio. Cerchiamo di dare valore ai servizi e all’accoglienza, dalla ristorazione alla mediazione culturale, con dei progetti targati Homo Faber. Ci impegniamo perché il tempo trascorso all’interno di Homo Faber sia tempo qualitativamente sano, tra senso di scoperta, di meraviglia e d’appartenenza, per fare in modo che i visitatori provino la sensazione di stare vivendo un’esperienza unica. L’inclusività, anche: cerchiamo di accogliere tutti offrendo loro gli strumenti più adeguati a comprendere la mostra, gli oggetti e i valori che ci motivano. Dagli artigiani stessi agli imprenditori, dai più importanti architetti ai giovani studenti, dalle star di Hollywood alle migliaia di visitatori che scelgono Homo Faber come meta, tutti devono poter trovare senso e significato qui. E cerchiamo di farlo soprattutto tramite i nostri Young Ambassadors. L’autenticità infine: Homo Faber nasce come celebrazione del talento umano e intorno a questi valori cerchiamo da sempre la nostra cifra espressiva.

Quale modello culturale propone per l’edizione 2026? E come questa idea concettuale viene trasferita negli oggetti?
Ogni oggetto presente in mostra è stato attentamente selezionato dal nostro team interno, che sulla base delle indicazioni ricevute da Es Devlin ha collaborato con esperti da ogni parte del mondo ad individuare i lavori, le opere da esporre in questa edizione. La nostra Vicepresidente, Hanneli Rupert, ha poi analizzato e validato il tutto, oggetto per oggetto. Ogni creazione giunge dunque a Homo Faber con alle spalle già un suo percorso lungo ed articolato, frutto di tempi di creazione e realizzazione importanti. Al centro vi è una complessa visione artistica che ne ha immaginato la posizione e la funzione all’interno della mostra: ogni pezzo scelto per Homo Faber 2026 è come la lettera di un alfabeto, o una sillaba, che il pubblico è invitato a leggere e non solo ad osservare. Perché nella loro successione, nella loro varietà e diversità, esprimono nel loro insieme il linguaggio contemporaneo della bellezza, che travalica i confini per affondare le sue radici nel cuore stesso del talento umano. Il modello culturale proposto da Homo Faber da sempre va proprio in questa direzione, ossia verso la creazione di un movimento, di una comunità, di una struttura di senso al cui centro c’è l’individuo, con i suoi sogni e le sue forze. Individui che devono sentirsi parte di un mondo che gira intorno all’abilità, alla libertà di trasformare questa stessa abilità in una professione, e alla necessità di dare a tutto questo una forma visibile e potente quale è la mostra a Venezia, dove tutto è stato pensato per raccontare con verità questo sistema, questa comunità e questa progettualità.

Daniele Davitti © Martina Giachi

Ad ogni edizione la Michelangelo Foundation sceglie un direttore artistico che detta le linee complessive della mostra. Cosa può anticiparci del lavoro dell’artista e scenografa Es Devlin, curatrice di Homo Faber 2026?
Es Devlin ha immaginato un Homo Faber articolato intorno alla luce, elemento di cui è maestra indiscussa. La luce, l’acqua, gli elementi archetipali, i colori: ogni espressione estetica è stata interpretata da Es come uno spunto per realizzare sale e scenografie coerenti ed efficaci, a volte imponenti e altre volte più sussurrate, ma sempre e comunque rispettose della centralità degli artefatti e dei maestri d’arte. Es Devlin è un’artista che vede ogni progetto in senso olistico: pertanto, le sale espositive sono spesso arricchite da video, o da colonne sonore composte ad hoc, o da atmosfere luminose speciali, o da oggetti commissionati proprio per Homo Faber 2026 e immaginati da Es Devlin stessa, in un dialogo fertile e rispettoso con i maestri.

Qual è stato l’oggetto più inaspettato che ha incontrato nella sua ricerca e ha assolutamente deciso di portare quest’anno a San Giorgio?
È molto difficile, per me, rispondere a questa domanda: abbiamo oltre 700 oggetti in mostra, realizzati da più di 500 artigiani in oltre 70 Paesi del mondo. Ognuno di essi mi ha sorpreso per la qualità, l’intuizione fortunata dei suoi artefici, la delicatezza, a volte la monumentalità o l’ambizione con cui è stato creato. Penso però che i venti pannelli esposti in 20 Silent Songs, nel Chiostro dei Cipressi, stupiranno i visitatori per la loro incredibile varietà: partendo da 20 disegni di Es Devlin, ispirati alle vibrazioni che il suono delle campane crea nell’aria, altrettanti atelier di 20 diversi Paesi hanno realizzato dei pannelli circolari usando 20 tecniche diverse legate alla decorazione di interni. Uno stesso linguaggio, tante variazioni, tante opportunità creative, in un contesto meditativo e ordinato: un vero nutrimento per la mente!

Hyungho Jeon © All rights reserved

Lei proclama in Homo Faber l’assoluta eccellenza e unicità dell’azione umana sulla materia. Tuttavia, non è possibile non guardare alle nuove tecnologie. Come possono contribuire alla produzione artistica contemporanea?
Il rapporto tra talento umano e tecnologia merita un’attenzione particolare: è un dialogo che da sempre accompagna l’evoluzione delle arti e delle tecniche, attraverso gli utensili, i materiali, le possibilità offerte dalla scienza all’espressione artistica. Nulla ars sine scientia, dicevano gli alchimisti: e i maestri artigiani, che sono gli alchimisti della bellezza, sanno bene che la tecnica, la tecnologia e la destrezza manuale nell’uso degli utensili sono indispensabili per l’ottenimento dei risultati cui aspirano. Ma sanno anche che la tecnologia è appunto uno strumento; e come tutti gli strumenti dispiega il suo potenziale in base all’uso che ne facciamo. Se è la creatività umana a usare consapevolmente e criticamente le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologia, penso che il dialogo risulti interessante; ma se dobbiamo viceversa assistere sgomenti a una progressiva standardizzazione del gusto e dell’espressività, accogliendo in maniera meccanica un’innovazione che sembra inesorabile, allora ci troveremo di fronte non a una scelta di libertà, ma a una imposizione poco interessante.

Dal profondo della sua esperienza e della sua ricerca sul settore, se potesse cambiare un solo aspetto del sistema dell’alto artigianato attuale, dalla produzione al modo in cui viene consumato, quale indicherebbe come priorità assoluta a una nuova generazione di artigiani e designer?
Credo che la cultura della costruzione della bellezza sia fondamentale, a tutti i livelli: occorre continuamente riaffermare il valore del progetto, ridare slancio e prestigio alla formazione, raccontare con verità e passione quanto impegno sia necessario per realizzare oggetti che diventino iconici e che ci rappresentino attraverso lo scorrere del tempo. Oggi siamo quasi costretti a scegliere velocemente ciò che ci piace basandoci su immagini seducenti, certo, ma che spesso celano aspetti inaccettabili legati a modalità produttive disumane o estrattive. La cultura e l’economia della bellezza impongono invece di ridare centralità al progetto e al processo, oltre che al prodotto: dovremmo quindi tornare a dare valore a tutti coloro che, come un vero “homo faber”, plasmano con creatività e consapevolezza la bellezza del futuro, ponendosi come interpreti di un diverso modo di produrre, utilizzare, trasmettere.

Immagine in evidenza: Alberto Cavalli
Homo Faber 2026 – An Island of Light
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