L’occhio del giaguaro

Wayne McGregor racconta la sua nuova Biennale Danza creatrice di miti
di Loris Casadei
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Direttore della Biennale Danza dal 2021, Sir Wayne McGregor riflette sul futuro della coreografia, sul ruolo politico dell’arte e sulle sfide legate al sostegno pubblico alla danza. Per il 19. Festival, la sua visione si concentra sui “creatori di miti”, su un’idea di corpo come tecnologia vivente e sul potere trasformativo del gesto.

Il mio pubblico ideale è quello con una mente aperta, capace di lasciarsi attraversare, di ricevere e far emergere il significato

Per la verità, anche secondo Cartesio, nell’uomo corpo e anima interagiscono armonicamente, rompendo con la dottrina classica platonica del corpo come carcere.
Le neuroscienze hanno poi confermato il ruolo fondamentale del corpo e dei suoi organi nella conoscenza del mondo, nelle emozioni, nell’affettività, nella stessa formazione dell’identità personale.
È in questa direzione – o meglio, direi esplorazione – che si muove la ricerca di Sir Wayne McGregor, ossessionato dalla tecnologia del corpo e da come questo possa comunicare idee al pubblico.
Nominato direttore della sezione Danza della Biennale nel 2021 e riconfermato dal neo presidente Pietrangelo Buttafuoco anche per il biennio 2025/26, McGregor è un coreografo acclamato non solo nel mondo della danza, ma anche nelle arti visive, nel cinema, nel teatro, nell’opera e nei grandi concerti. Quest’anno ha dedicato il Festival ai Creatori di Miti / Myth Makers.
«In una società contemporanea, con rapidi progressi tecnologici e sfide globali come il cambiamento climatico e la diseguaglianza sociale, c’è un urgente bisogno di miti che siano in risonanza con l’attuale esperienza umana».
Il suo ruolo di direttore lo prende estremamente sul serio: non si limita a raccogliere ciò che è già pronto sulla scena internazionale, ma invita i coreografi ad accettare una sfida, quella di porsi come artisti, creatori di miti del loro tempo. Continuatori, scrive, «degli straordinari atti creativi del passato: piramidi nubiane, antiche pitture rupestri dell’Azerbaigian, mosaici dell’Iran, i testi classici, la musica, la scultura e la poesia, così come gli straordinari rituali performativi, le danze e le canzoni che continuano a perseguitarci, ispirarci, a evocare, stimolarci, sfidarci e scuoterci».
Non era forse questo l’obiettivo delle antiche tragedie greche? Anche quest’anno incontriamo con grande piacere sir McGregor per approfondire il suo pensiero e la visione che guida il 19. Festival.

Wayne McGregor’s ON THE OTHER EARTH, Company Wayne McGregor – Photo Ravi Deepres and Luke Unsworth, Courtesy La Biennale di Venezia

Cosa pensa degli attuali sistemi di finanziamento della danza in Europa e del loro impatto sulle carriere dei coreografi emergenti?
Credo sia fondamentale che le grandi istituzioni liriche, operistiche e coreutiche ricordino che sono stati proprio gli “eroi” della coreografia – quelli che oggi fanno incassare cifre importanti – a permettere a questi luoghi di esistere. Tutti noi, all’inizio della nostra carriera, eravamo artisti indipendenti, senza risorse; solo chi ha ricevuto investimenti ha potuto sviluppare il proprio lavoro e collaborare con i grandi teatri. Penso al mio percorso: quando ho iniziato, non avevo alcuna esperienza nel balletto, ma ho avuto la fortuna di incontrare alcuni straordinari direttori e curatori di danza contemporanea che mi hanno sostenuto, commissionandomi lavori e offrendomi la possibilità di sperimentare. Quello slancio iniziale mi ha poi consentito di arrivare nei grandi teatri.
Le istituzioni devono tenere presente come funziona la crescita di un talento, il ricambio generazionale. Occorre agire concretamente per garantire un sistema che funzioni in modo ricorsivo. Serve consapevolezza. Ma serve anche rumore: dove sono le voci che denunciano il taglio dei fondi? Dove sono le proteste? L’arte è sotto pressione, nel Regno Unito come altrove. L’80% dei corsi di danza previsti nel sistema scolastico è stato cancellato. Nessuno studia più danza, ma dove sono le reazioni?
C’è poco rumore e invece dobbiamo farne di più, che si sia scrittori, danzatori o coreografi. Tutti dobbiamo farci sentire, lottare per un cambiamento positivo. Non possiamo rassegnarci. È sempre più scoraggiante la situazione ma proprio per questo non possiamo arrenderci, dobbiamo continuare a combattere. Vogliamo sentire cosa ne pensano di questo contesto complessivo infragilito La Scala o la Royal Opera House, perché non basta che loro stiano bene. È fondamentale pensare all’intero ecosistema e una delle opportunità positive che la Biennale ci offre è proprio la possibilità di fare questo, con uno sguardo olistico e risorse adeguate.
Qual è l’alternativa? Andare avanti. Ma farlo con energia, con passione, coinvolgendo chi può davvero fare la differenza. Prendiamo l’esempio degli Stati Uniti, dove Trump è diventato presidente del Kennedy Center e ha iniziato a controllare i programmi: gli artisti hanno reagito, hanno smesso di lavorare lì. Questa è la nostra forza, il nostro “soft power”: dobbiamo continuare ad usarlo!
Anche nel Regno Unito vedo profilarsi politiche simili a quelle americane, il che è davvero preoccupante. Il nuovo piano di finanziamento quinquennale dell’Arts Council, previsto per l’estate, è stato rimandato di un anno e mezzo, tutto congelato. Questo significa che un giovane coreografo che non ha ricevuto una borsa di studio sei anni fa, ora potrebbe doverne attendere oltre sette prima di poter accedere a nuovi fondi. È un’intera vita artistica, sette anni! Questo tipo di politica che tenta di minimizzare tutti i rischi non porta nulla al mondo dell’arte. Chi ha voce deve usarla. Con più forza.

Nelle sue coreografie quanto attinge dalla danza classica, dalla danza moderna o persino da elementi pop come Grease?
In realtà nel mio lavoro non separo mai nettamente i generi, le diverse forme espressive del fare danza. Adoro Grease, La febbre del sabato sera e la disco music. Quando ero giovane ho preso lezioni di ballo latino-americano e disco per circa nove anni. È così che ho iniziato. Quando creo qualcosa di ritmico per una compagnia contemporanea o classica, posso lavorare su una rumba oppure su un riff disco, capisce? Non si può separare l’intelligenza fisica che ci compone, nello stesso modo in cui non si può isolare ogni singola esperienza fisica passata. Siamo tutto questo insieme. Ed è proprio questa la bellezza della propria firma fisica: nel mio caso, essendo un coreografo molto esperto, posso anche suonare lo strumento del corpo. Posso iniziare con un danzatore classico, usando il suo vocabolario, finché non sento che ha raggiunto una certa sicurezza, per poi iniziare a portarlo fuori dai suoi confini netti e prestabiliti. Probabilmente non partirei subito da un approccio contemporaneo. Cercherei un modo per arrivarci gradualmente. Con altri, invece, inizierei direttamente con materiale più bizzarro. Con altri ancora cercherei una via più morbida. Questa è la grande tecnica: puoi insaporire il tuo piatto come vuoi, trovare un modo per renderlo autenticamente tuo.

Wayne McGregor’s ON THE OTHER EARTH, Company Wayne McGregor – Photo Ravi Deepres and Luke Unsworth, Courtesy La Biennale di Venezia

Spesso lavora ad occhi chiusi, perché?
Già. Perché? Domanda interessante. Penso che gran parte del nostro sistema sensoriale sia basato sulla visione. Riceviamo molte informazioni tramite la vista, è il nostro canale primario di accesso al mondo. È supportato da altri sensi naturalmente, ma rimane pur sempre quello principale. Quando passo da uno spazio reale a uno immaginato mi piace chiudere gli occhi per immaginarlo dal di dentro, per visualizzare un’immagine diversa da quella che ho davanti. Ad esempio posso guardare quella finestra e immaginare un prato verde, e se chiudo gli occhi, il prato verde lo vedo davvero. La finestra passa in secondo piano. È un modo per controllare le immagini in tempo reale. E poi, privandoci della vista, si attiva un altro senso. Un processo prezioso, questo, in particolare durante le prove: se non so come proseguire, posso dare priorità a un altro senso e d’un tratto si apre un nuovo flusso creativo. Questa è una delle meraviglie della danza: possiamo giocare con i sensi. A volte guardo le prove tecniche con un solo senso attivo, come se disattivassi l’udito e mi concentrassi solo sul visivo. Li alterno, li esploro.

Lei sostiene che la danza racconta storie. Ha mai provato a testare il suo pubblico e a indagare come interpreta le sue storie?
Spesso, quando pensiamo a delle storie, pensiamo alle nostre esperienze come a qualcosa di immediatamente e interamente comprensibile, quando in realtà la nostra coscienza lavora su una linea piatta e le emozioni emergono nel corso della giornata. Avere chiaro ciò è assai importante quando si parla di narrazione.
Ci aspettiamo che la danza racconti una storia lineare, che accade in tempo reale, e che sia assolutamente, esplicitamente comprensibile, passo dopo passo. Ma non è così che viviamo le nostre vite interiori. Abbiamo già molte voci dentro di noi. La vera domanda è: cosa vuoi che il tuo pubblico riceva o comprenda di una narrazione? Secondo me la danza deve provocare sensazioni, dalle quali nasce il significato. Non il contrario. Senti qualcosa di stimolante, la tua chimica cambia, e questo evoca un’emozione già vissuta. Detto questo, una cosa che mi interessa molto per il futuro è lavorare con l’informatica quantistica per analizzare come il pubblico percepisce un’opera, usando poi i dati ricavati per costruire la composizione. Qual è il rapporto tra la percezione del pubblico e la storia che stai raccontando? Come si può ridurre quel divario?
È un tema di grande interesse per me in questo momento. Mi affido anche molto alla capacità del pubblico di dare un senso personale a ciò che vede. Alcuni non lo faranno mai, perché vogliono una storia chiara e raccontata; lo capisco, è il loro modo di vedere, lo rispetto. Ma il mio pubblico ideale è quello con una mente aperta, capace di lasciarsi attraversare, di ricevere e far emergere il significato. Questa per me è la cosa più meravigliosa che la danza può offrire.

Ha diretto già quattro edizioni di grande successo di pubblico e critica. L’imminente suo quinto capitolo alla guida della Biennale Danza promette di essere ancora migliore. Cosa vedremo di nuovo?
Una cosa importante da ricordare è che il Festival dura solo tre settimane. Non programmo spettacoli per dodici mesi. Ciò che è disponibile in quel periodo non restituisce, quindi, l’intero mondo della danza, è una selezione dettata da limiti curatoriali. Ma in questi anni, grazie alla mia presenza costante, molti artisti hanno iniziato a condividere con me i loro progetti in anticipo, a dirmi cosa sta arrivando, cosa hanno in cantiere.
Sono qui da quattro anni e frequento artisti che hanno progetti in lavorazione da cinque anni, quindi adesso ho a disposizione cose che non ho mai potuto usare altre volte. Posso finalmente avere una visione a lungo termine e questo aiuta moltissimo. La mia passione è trovare artisti che abbiano veramente qualcosa di straordinario da dire: per il modo in cui lo fanno, per il significato che le loro opere trasmettono, o ancora per il processo lavorativo che le informano. Quindi in un certo senso è mio compito essere “nuovo”. Tocca a me riflettere la novità che accade nel mondo della danza. Ed è un grande piacere e privilegio poterlo fare.

Se fosse un animale, quale sarebbe?
La mia risposta vi stupirà. In parte sono come un giaguaro: veloce, un po’ impaziente, capace di percorrere grandi distanze. Ma in parte sono anche un bradipo, perché apprezzo profondamente la “visione lenta”. Penso che la danza tragga beneficio dall’osservazione lenta. Vedere più volte, vedere lentamente. Non guardare uno spettacolo, scriverne e poi dimenticarlo. Penso che tutta la nostra esperienza guadagni molto dalla lentezza dello sguardo. Quindi sì, sarei una combinazione di questi due mammiferi.

Immagine in evidenza: Wayne McGregor © Pål Hansen

19. Festival Internazionale di Danza Contemporanea

Biennale Danza 2025 – Myht Makers/Creatori di Miti

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