La luce come testo, la famiglia come maestro, la memoria come materia prima: il regista greco-albanese Mario Banushi, Leone d’Argento della Biennale Teatro 2026, presenta a Venezia l’intera trilogia Romance Familiare in prima assoluta.
Il mio più grande maestro è la mia famiglia. Mi ha insegnato il rispetto per gli altri e l’onestà, un qualcosa di estremamente prezioso che porto anche nel lavoro
Il Leone d’Argento della Biennale Teatro 2026 va a Mario Banushi, che con il suo teatro «così immediatamente intimista, radicato profondamente nella cultura balcanica, sa essere anche intelligentemente politico, aguzzo affondo nelle contraddizioni del nostro tempo», si legge nella motivazione data dal direttore Willem Dafoe. Giovanissimo, classe 1998, albanese di nascita ma cresciuto in Grecia, ha studiato Arte Drammatica al Conservatorio di Atene. Al Festival avremo l’occasione di vedere in prima assoluta tutta la sua trilogia riunita sotto il titolo Romance Familiare, presentata dalla Biennale in coproduzione con Fondation Cartier pour l’art contemporain. Capitolo primo: Ragada, debutto alla regia di Banushi, creato e presentato all’interno di una casa ad Atene durante i lockdown della pandemia. È dedicato alla maternità, al rapporto con la madre, ma già il titolo – Ragada, in greco “spaccatura” – lascia emergere il lato oscuro del parto, un ingresso nel mondo segnato da una frattura: «I always said that birth is an inverse love», dice Mario Banushi in apertura del lavoro. Mi ha ricordato il finale del recente Lo straniero di Ozon: Meursault ritrova la madre e il valore del rapporto con lei solo con la scomparsa dei corpi terreni in cima ad una collina. Terra, sabbia, sole. Anche le luci sono le stesse, quelle luci che sono una ricchezza in ogni opera di Banushi. Goodbye, Lindita, secondo capitolo che ha debuttato nel 2023 al Teatro Nazionale di Grecia, è dedicato alla nonna materna con la quale l’autore ha a lungo vissuto. È un inno alla lentezza, alla pacatezza, anche qui puro linguaggio visivo. Lotte Eisner gli avrebbe certamente dedicato molte pagine nei suoi studi sull’Espressionismo tedesco per l’ammirevole uso di luce e ombra. Terzo capitolo Taverna Miresia – Mario, Bella, Anastasia, sempre del 2023, con il suo lungo titolo che onora fratelli e sorelle. Un viaggio a ritroso nel tempo dalla taverna di famiglia di Tirana che aveva lasciato ancora bambino. Emigrato, immigrato, torna adulto in quei luoghi desolati, ormai abbandonati. Cosa resta di una vita? La domanda sembra risuonare tra sedie rotte e tavoli vuoti. Gli oggetti sono come organismi viventi per Banushi: il set e la disposizione degli arredi sono minuziosamente studiati. La musica riempie gli spazi, lasciando poco margine al vuoto. Una dionisiaca mania misterica, fatta di silenzi, gesti lenti e segreti intuibili, che mai si devono totalmente svelare, attraversa l’intera sua opera.

Peter Brook scrisse: «Il regista è sempre un impostore, una guida nella notte. Che non conosce il territorio, ma che non ha scelta: deve fare da guida e imparare il percorso strada facendo». Si riconosce in questa definizione? Quali emozioni e riflessioni la guidano quando decide di impostare un nuovo spettacolo?
Ogni nuova creazione è come immergersi in acque sconosciute. Pensi di sapere di cosa vuoi parlare, a volte ti senti sicuro, poi arrivano le prove e ti rivelano qualcosa di nuovo su di te. Quello che amo di più dell’arte, da spettatore, è riconoscere la mia storia in ogni opera. Non importa cosa dica il regista: se vedo qualcosa, allora quella cosa è vera. Il punto di partenza è importante, ma non significa che arriverai dove avevi previsto. Come nella vita, per quanto tu faccia piani, le cose non vanno mai esattamente come le avevi immaginate.
Quali sono state le tappe che l’hanno portata dalla prima presentazione sperimentale di Ragada, allestita in case private ad Atene, al suo debutto sul palcoscenico del Teatro Nazionale di Grecia nel 2023 con Goodbye, Lindita?
La vera sfida è stata capire come, dopo aver lavorato in una casa per sole venti persone, potessi ricreare qualcosa di altrettanto intimo e familiare in un teatro dove tutto appare più strutturato, dalle luci alla scenografia e via dicendo. Il mio obiettivo primario è ridurre, anche simbolicamente, la distanza tra performer e pubblico.
Luci e scenografie sono un elemento fondamentale nelle sue rappresentazioni. Se le scenografie possono nascere con la scrittura, per le luci il processo è sicuramente più complesso. Come e a che stadio della produzione ci lavora? Il richiamo a Caravaggio è un risultato o nasce da una ispirazione iniziale di fondo?
La luce per me è importante quanto il testo lo è per altri registi. Attraverso la luce si può raccontare un’intera storia. Per questo motivo ci lavoro fin dal primo giorno di prove, anche nei modi più artigianali, che spesso sono i più affascinanti. Caravaggio è un riferimento assoluto: l’artista che più mi ha influenzato per i colori, l’uso della luce e la fisicità delle sue figure.

Al Festival potremo ammirare la trilogia Romance Familiare, un paesaggio della memoria che trasforma esperienze intime in poesia universale. Cosa significa per lei presentare le tre opere insieme?
È la prima volta che presento l’intera trilogia insieme e non vedo l’ora. Per me è un ciclo: la madre, la matrigna e il padre. La cosa più bella è che ne rivelo la frattura. Dopo quattro anni riporto in vita un lavoro che segna l’inizio del mio percorso come creatore. È emozionante parlare in modo così personale in un luogo bello e quasi fiabesco come Venezia, sembra un sogno. Ragada sarà presentato in una vera casa veneziana, mentre Goodbye, Lindita e Taverna Miresia andranno in teatro.
Guardando oltre Romance Familiare, quali direzioni o progetti futuri desidera esplorare?
Sono aperto a ciò che verrà. Sono molto concentrato sul nuovo lavoro che sto preparando per il prossimo anno, mi entusiasma tantissimo. Allo stesso tempo voglio dedicarmi alla fotografia: ho molto materiale che desidero condividere con il mondo, tante storie raccontate in modo diverso. Vorrei organizzare la mia prima mostra.
Uno dei suoi primi lavori è stato un cortometraggio. Quali differenze percepisce tra teatro e cinema?
Sì, il mio primo lavoro è stato Pranvera, un cortometraggio. Credo abbia influenzato molto il modo in cui mi sono poi avvicinato al teatro. Spesso, anche dal punto di vista pratico, lavoro come se stessi girando un film, dalle prove al modo in cui strutturiamo tutto il resto. Sono linguaggi molto diversi, ma è interessante vedere come si possano prendere elementi da entrambi e farli dialogare.
Chi considera i suoi maestri, o comunque sia quali sono le entità, le esperienze che l’hanno più influenzata nel suo lavoro?
Il mio più grande maestro è la mia famiglia. Mi ha insegnato il rispetto per gli altri e l’onestà, un qualcosa di estremamente prezioso che porto anche nel lavoro. Cerco di creare un ambiente più sano e un senso di sicurezza durante le prove: per me è un punto di partenza fondamentale per creare poi qualcosa di significativo. Naturalmente ci sono molti artisti che influenzano il mio modo di vedere le cose. Theodoros Terzopoulos è una figura con cui negli ultimi anni ho avuto un dialogo costante: ascoltarlo parlare di vita e di arte mi ispira, soprattutto per la sua integrità.
Biennale Teatro 2026 – ALTER NATIVE