Con Simulacro, presentato per la prima volta in Italia, in occasione della Biennale Danza 2025, Kor’sia affronta la tensione sempre più ambigua tra realtà e artificio, tra fisicità e immagine nel tempo dell’iperconnessione. Abbiamo incontrato il collettivo italo-spagnolo fondato da Antonio de Rosa e Mattia Russo, per approfondire la genesi dello spettacolo e la loro visione della scena contemporanea.
Un’identità artistica che si è imposta in pochi anni tra le più riconoscibili e audaci della scena europea: Kor’sia è il collettivo italo-spagnolo fondato nel 2015 da Antonio de Rosa e Mattia Russo, insieme a Giuseppe Dagostino e in collaborazione con Agnès López-Río. Il nome richiama da un lato la kórē, figura archetipica dell’arte greca antica, e dall’altro l’idea di una “scia” o “scena” in movimento: un’immagine di corpo e memoria che si imprime nel tempo e nello spazio. A Madrid, città in cui oggi ha sede la compagnia, hanno iniziato un percorso di creazione coreografica che amalgama movimento, drammaturgia e arti visive in opere capaci di interrogare con forza l’esperienza contemporanea. Con Simulacro, presentato per la prima volta in Italia, Kor’sia affronta la tensione sempre più ambigua tra realtà e artificio, tra fisicità e immagine nel tempo dell’iperconnessione. Una riflessione coreografica sulla crisi della percezione e sull’identità del corpo che continua il lavoro di ridefinizione del linguaggio della danza condotto dal collettivo negli ultimi anni.
Kor’sia nasce a Madrid dall’incontro tra percorsi artistici e culturali diversi. Come descrivereste oggi l’identità del collettivo e la vostra modalità di lavoro? Essere un collettivo è un atto politico, oltre che artistico?
L’identità di Kor’sia è, prima di tutto, fluida e in costante evoluzione. Nasce dall’incontro di esperienze differenti – coreutiche, visive, teoriche, performative – che trovano forza proprio nella loro diversità. Non cerchiamo un’uniformità estetica, ma un pensiero comune che si nutre del confronto quotidiano, del dubbio e della coesistenza di sguardi molteplici. Kor’sia è nato a Madrid perché è il luogo dove ci siamo ritrovati a lavorare insieme, dopo anni di percorsi diversi, come danzatori. Oggi è divenuto un organismo vivo, in continua trasformazione, che utilizza la danza come strumento per interrogare il presente e stimolare lo sguardo critico del pubblico. La nostra modalità di lavoro è orizzontale, anche se ci sono ruoli definiti. Ogni creazione nasce da un processo collettivo che coinvolge corpi, immagini, parole, musica, riferimenti culturali e archivi. Ci piace circondarci di collaboratori, artiste e artisti provenienti da ambiti diversi – performer, compositori, drammaturghi, visual artist – con cui costruire opere che siano paesaggi sensoriali, esperienze immersive. Essere un collettivo è per noi una scelta tanto artistica quanto politica. In un tempo segnato dall’individualismo e dalla competitività, decidere di creare insieme, condividere responsabilità e visioni, è una forma di resistenza. È una presa di posizione contro le strutture gerarchiche tradizionali e un’affermazione del tipo di mondo che vogliamo abitare: un mondo basato sull’ascolto, la fiducia e la responsabilità condivisa. Anche se io e Antonio siamo alla guida del progetto, il nostro obiettivo è generare un ambiente in cui ogni contributo possa nutrire e rafforzare la creazione. Far pensare, far riflettere attraverso la metafora, aprire spazi di senso: questo è il nostro modo di fare arte. Essere un collettivo, per noi, significa questo: un’alleanza creativa, fondata su un dialogo costante e una visione comune.
Vi siete formati entrambi alla Scala, con una solida base classica. Cosa vi ha portato verso un linguaggio così ibrido e contemporaneo? E che traccia ha lasciato l’Italia nel vostro percorso?
La formazione classica all’Accademia Teatro alla Scala di Milano è stata fondamentale: ci ha dato una grammatica, una disciplina e soprattutto un profondo rispetto per il corpo e per il lavoro quotidiano. Ma col tempo abbiamo sentito la necessità di oltrepassare quei codici, cercando un linguaggio che rispecchiasse davvero il nostro presente e la complessità che ci abita. Oggi il nostro è un linguaggio ibrido, in continua trasformazione, costruito a partire da tutto ciò che siamo stati e che siamo: esperienze, incontri, dubbi, memorie. È come se portassimo con noi uno zaino pieno di vissuti personali e collettivi che si trasforma ogni volta in materia coreografica. Non rifiutiamo la tradizione: la attraversiamo, la interroghiamo, a volte la sovvertiamo, nel tentativo di farla dialogare con le urgenze del nostro tempo. L’Italia ci ha lasciato un forte senso del rigore, della bellezza, dell’armonia. Ma ci ha anche dato, forse proprio per contrasto, l’impulso a cercare nuovi modelli, meno conservatori, più liberi. È stata una base solida, ma anche una spinta verso l’altrove. Rimane comunque un punto di riferimento costante: siamo nati in Italia, circondati dalla sua bellezza, e ne siamo ancora profondamente innamorati. Ci manca di vivere lì, ci torniamo spesso per lavoro e vacanza, tutti i nostri lavori sono co-prodotti da istituzioni italiane e in prima nazionale, e chissà… forse un giorno tornare a casa potrebbe essere davvero bello.

In Simulacro, in un tempo dominato dall’illusione e dalla virtualità, parlate del desiderio di un ritorno alla terra. Che ruolo hanno oggi, per voi, l’empatia, la materia e la presenza fisica nella costruzione di una coreografia?
Oggi essere presenti fisicamente assume un valore quasi rivoluzionario. In un’epoca dominata dalla smaterializzazione e dalla virtualità, il corpo reale – con le sue imperfezioni, il sudore, la fatica – rappresenta l’ultimo spazio in cui sperimentare un’autenticità insostituibile. L’empatia nasce nei gesti più minuti: nello sguardo che incrocia un altro sguardo, nella mano che sfiora appena un’altra pelle. Non è solo un’emozione, ma una connessione profonda, silenziosa, che travalica le parole. La materia, con il suo peso tangibile, ci radica, restituendoci la dimensione concreta dell’esistenza. Il corpo, prima immagine e poi carne viva, cerca la propria verità proprio nella fragilità che lo rende umano. Per noi questo ritorno alla terra significa in fondo un ritorno al corpo: la nostra radice più naturale, da riscoprire e riconnettere in un mondo sempre più contaminato dal digitale. In Simulacro la coreografia attraversa questi mondi irreali e si apre a domande sospese, interrogativi che permettono ai danzatori di rivelarsi nella loro autenticità più profonda. Così la danza si evolve in una trasformazione imperfetta, reale, viva, forse più umana.
Il corpo in scena diventa un’interfaccia tra mondi diversi, in una narrazione immersiva che dialoga con linguaggi e tecnologie. Qual è stata la sfida principale nel dare forma a questo paesaggio scenico?
La sfida principale è stata mantenere il corpo al centro, nonostante l’ampio utilizzo delle tecnologie. Viviamo in un’epoca iperconnessa ma spesso disincarnata: la tecnologia pervade ogni spazio, rischiando però di far scomparire il corpo, la sua fisicità e la sua presenza tangibile. In Simulacro abbiamo cercato un equilibrio delicato: il video è un elemento potente che, se usato senza attenzione, può oscurare i corpi. Per questo abbiamo lavorato affinché il corpo resti vivo, reale e presente, anche all’interno di paesaggi virtuali o concettuali. L’uso della tecnologia non deve mai sostituire l’emozione, ma piuttosto amplificarla e accompagnarla, creando un dialogo armonico. La costruzione dello spettacolo nasce da un confronto costante tra elementi visivi, sonori e fisici che insieme compongono un vero e proprio ecosistema. La vera difficoltà sta nel fare in modo che tutti questi linguaggi convivano senza che nessuno prenda il sopravvento sugli altri, mantenendo così un equilibrio dinamico e vivo.
Il vostro lavoro sembra sempre interrogare il presente, anche nella sua dimensione politica: l’identità, la collettività, l’inclusione. Quale ruolo credete possa avere oggi l’arte – e in particolare la danza – in un’epoca segnata da preoccupanti slittamenti verso l’indifferenza, i conflitti, l’intolleranza?
Per noi l’arte non ha il compito di offrire risposte, ma di generare domande, di aprire spazi di riflessione e immaginazione. La danza, in particolare, ha qualcosa di profondamente potente: parla attraverso il corpo, e proprio per questo riesce a oltrepassare le barriere linguistiche, culturali, sociali. È un linguaggio primordiale, universale, che tocca senza bisogno di spiegare. Viviamo in un tempo segnato da mutamenti continui, in cui le identità si moltiplicano, si trasformano, talvolta si frammentano. In questo contesto instabile, la danza può diventare uno spazio di riconoscimento e di possibilità, un luogo dove immaginare nuove forme di coesistenza, nuovi modi di abitare il mondo, di stare insieme, di sentire con l’altro. Per questo crediamo che la danza sia, nel profondo, un atto politico. Non tanto per ciò che afferma, ma per ciò che fa sentire. In un’epoca che tende a renderci distratti, insensibili, anestetizzati, l’esperienza viva, vulnerabile, tangibile del corpo sulla scena ci riporta all’essenziale. E forse oggi il gesto più radicale e necessario è proprio questo: ritrovarsi insieme in un teatro a condividere un’esperienza che accade nel presente, tra corpi che si espongono, si ascoltano e respirano insieme.
19. Festival Internazionale di Danza Contemporanea