Nel suo nuovo libro Andrea Molesini torna agli ultimi mesi di vita del padre Aurelio, ingegnere navale e uomo dal carattere difficile. Un memoir sul mare, la guerra e il dialogo tardivo che ricuce un legame spezzato e accende una vocazione letteraria.
L’onda di risacca è una macina antica come il mondo: la sabbia delle nostre spiagge, prima di essere stata macinata, era roccia di scogliera, era conchiglie, era gusci di crostacei
Andrea Molesini è nato e vive a Venezia, ha insegnato Letterature comparate all’Università di Padova, curato e tradotto opere di poeti americani, come Pound, Simic e Walcott. La sua carriera di scrittore è iniziata con la letteratura per ragazzi, per cui ha ricevuto il Premio Andersen alla carriera, per passare poi ai romanzi: La primavera del lupo, Presagio, La solitudine dell’assassino, Dove un’ombra sconsolata mi cerca, Il rogo della Repubblica, Non si uccide di martedì; con Non tutti i bastardi sono di Vienna nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio Comisso. In questi giorni ha pubblicato per Sellerio La macina della risacca, dedicato a suo padre Aurelio Molesini, chiamato Rolli, ingegnere navale, figura “ingombrante”, dal carattere autoritario, dai modi ruvidi: un tributo, a cinquant’anni dalla morte, ad un uomo che aveva vissuto una vita da film, con mille avventure, soprattutto legate al mare e alla guerra. È una storia per molti versi autobiografica, c’è la lunga sofferenza del padre “babbo Rolli”, malato di tumore, con enfisema polmonare e quasi cieco, ci sono una madre che entra ed esce da una clinica psichiatrica nascosta tra i boschi delle Dolomiti, dove alterna momenti di lucidità a momenti di smarrimento, una giovane e affascinante dottoressa altoatesina, e poi un giovane studente universitario. La risacca del titolo è proprio legata al suono delle onde che si infrangono e ritornano verso il mare aperto, il suono che Andrea sente ogni giorno in quell’Ospedale del Lido di Venezia che si affaccia sul mare, che evoca un periodo doloroso, ma al tempo stesso ricco di appassionanti rivelazioni. Infatti, dopo anni di rapporti difficili tra padre e figlio, durante quelle visite e attraverso i racconti di Rolli, Andrea recupera un legame che si era spezzato a causa di incomprensioni, di cose non dette… ma ora il figlio ascolta, il padre racconta e in questo scambio dove l’anima dell’uno scivola in quella dell’altro, i due riescono a ricomporre i propri sentimenti, allacciano i rapporti d’affetto che non erano ancora stati capaci di stringere, appianano i contrasti, e nel confronto si scoprono e rivelano. Il padre è un uomo dalle molte risorse, ha vissuto momenti fondamentali della storia del Novecento, è stato ufficiale della Regia Marina, e ora nella sua stanza d’ospedale si immerge nei ricordi e narra di viaggi, amori, tradimenti, fughe; la malattia non lo piega, non smussa le sue durezze, Rolli rimane burbero, polemico con i medici e in lotta con le terapie, con le flebo. Forse proprio nell’Ospedale del Lido, ascoltando il passato del padre con tutte le sue avventure, in Andrea si accende la scintilla della creatività, il desiderio di scrivere, è proprio lì, infatti, che intuisce e incomincia a mettere a fuoco il suo talento di scrittore. La macina della risacca è una storia intima, un memoir, traspare molta sincerità nel racconto narrato in uno stile curatissimo, asciutto, diretto, avvolgente; in fondo la vita è il ricordo che ne abbiamo e spesso è il caso che definisce il nostro percorso.
Partiamo dal titolo, molto suggestivo, La macina della risacca, come è nato?
Con la prima riga che ho scritto: «Ascolto la macina della risacca mentre, nella poca luce, cerco la tomba di mio padre». L’onda di risacca è una macina antica come il mondo: la sabbia delle nostre spiagge, prima di essere stata macinata, era roccia di scogliera, era conchiglie, era gusci di crostacei. Per me questa macina immensa ha qualcosa di divino, perché non ha mai avuto inizio e mai avrà fine; è sempre stata lì, è la voce del mare ascoltata da terra, e si fa metafora naturale di noi che veniamo macinati dalla Storia, quella con la S maiuscola, ma anche quella dei piccoli e insignificanti momenti che fanno la trama e l’ordito del giorno che fugge. Siamo noi mortali «la tarma sfarinata sull’impiantito» di una celebre poesia di Montale.
Il libro racconta gli ultimi mesi di vita di suo padre, Aurelio Molesini. Come lo definirebbe? Quali sono gli aspetti del carattere di babbo Rolli, i pregi o i difetti che ritrova oggi in sé stesso?
Era un uomo ricco di risorse, burbero ma generoso. Ci siamo scontrati come è giusto che padre e figlio si scontrino, il secondo vuole lo scettro che il primo rifiuta di concedere senza combattere. Anche questa, come l’onda che macina, lenta e costante, la roccia, è una situazione perenne, che ogni generazione attraversa e rivive reinventandone il significato.
Il racconto della guerra che fa suo padre è fondamentale nel romanzo. Oggi stiamo vivendo un clima preoccupante di guerre diffuse, come se tutti questi racconti, i ricordi dei sopravvissuti non fossero serviti a nulla, non fossero un monito sufficiente. La letteratura può aiutare?
Temo che la letteratura possa gran poco. La stupidità umana tende sempre a prevalere su tutto, è una potenza silenziosa, onnipresente, e agli dèi piace confondere la mente di quelli che vogliono perdere. Arnold J. Toynbee, il grande storico britannico, scrisse che le civiltà non vengono uccise, ma si suicidano. Sembra che una volontà suicida oggi, nella compagine di nazioni che impropriamente chiamiamo Occidente, prevalga su tutto. Come i Sonnambuli di ieri, quelli di oggi ci stanno conducendo a una guerra che segnerà la fine dell’Europa, se non addirittura di tutti gli animali a sangue caldo del Pianeta… già, si dice che insetti, rettili e uccelli siano immuni alla contaminazione generata dall’esplodere di un’atomica. Per qualche tempo la Terra è stata del dinosauro, poi del topo, del cervo e dell’uomo, potrebbe non essere lontano il turno delle bisce, delle mosche, dei lombrichi, ma spero che qualche angelo, magari un po’ burlone, s’ingegni per ritardare l’avvento di quel che l’egoismo e l’ebetudine umana non smettono – inconsciamente, certo – di avvicinare.
Lei e sua moglie Rossella avete fondato la casa editrice Molesini Editore Venezia, che si dedica esclusivamente alla poesia, una scelta coraggiosa. Che esperienza state vivendo? C’ è davvero ancora spazio per la poesia?
Lo spazio va conquistato con il duro lavoro quotidiano. In Italia oggi si stampano circa trecento titoli al giorno, sabati e domeniche incluse. Lascio immaginare quale sia la qualità media di quanto viene dato alle stampe. Però i lettori esigenti, colti, avidi di nuovo sapere, di nuove emozioni, esistono ed esisteranno sempre, il fatto che si tratti di una minoranza non può farci deflettere dal dovere di sperare e di lottare per dar loro quel che chiedono. Ho sempre pensato che l’uomo probo, in ogni tempo e luogo, sia abitato dal desiderio di vivere in semplicità, nella luce della conoscenza. Per quei lettori impavidi, amanti della sfida delle acque profonde, è un piacere e un onore lavorare. E poi, forse, non sono poi così pochi come i signori della produzione in serie vorrebbero farci credere. La poesia è il “fatto a mano”. E la mano dell’uomo è cosa complessa e bellissima, come ogni altra cosa di Dio, come l’orecchio del poeta e di ogni lettore illuminato.
Sì, l’orecchio dell’Uomo – come ha scritto Anna Andreevna Achmatova – è un dono di Dio, non permetteremo a nessuno di riempirlo di fango.