Attrice tra le più intense della scena europea, Ursina Lardi Leone d’Argento della Biennale Teatro 2025 racconta il nuovo spettacolo presentato a Venezia, frutto della sua collaborazione con Milo Rau, e ripercorre le tappe più significative di una carriera tra teatro, cinema e impegno civile.
Avrei voluto esserci, quella sera a Berlino, per vedere Ursina Lardi nei panni di una monaca che, nella visionaria rilettura di Ödipus der Tyrann firmata da Castellucci, dava corpo a un Edipo/Cristo di straordinaria potenza. L’ho invece ritrovata, folgorante, allo Strehler di Milano in Everywoman, già accanto a Milo Rau. Dopo la realizzazione di Mitleid. Die Geschichte des Maschinengewehrs (Compassion. La storia della mitragliatrice), per il quale i due artisti hanno viaggiato insieme in Congo, e la produzione di LENIN, in cui, a partire dalle ultime settimane della vita del rivoluzionario russo, hanno condotto un’intensa disamina delle utopie del XX secolo, Milo Rau e Ursina Lardi si sono dedicati alla ricerca filosofica ed esistenziale per Everywoman. Ora, a Venezia, Ursina Lardi presenta Die Seherin (La veggente), nuovo frutto di questo sodalizio creativo tra due degli artisti più lucidi e coraggiosi della scena contemporanea.
Attrice dalla cifra intensissima, Ursina Lardi non ha mai smesso di attraversare testi classici e creazioni originali con una grazia intensa e una profondità umana rara. Nata in Svizzera nei Grigioni italiani nel 1970, formatasi a Berlino, ha legato il suo nome alla Schaubühne e ai registi più visionari della nostra epoca, da Ostermeier a Castellucci, da Perceval a Haneke, senza mai rinunciare alla verità di ogni gesto, di ogni parola. Oggi, con una carriera che abbraccia cinema, teatro e televisione, viene premiata da Willem Dafoe con il Leone d’Argento, dovuto riconoscimento a un percorso denso di incontri e di sfide artistiche.
Die Seherin è un’immersione nelle profondità abissali della violenza, una discesa nei territori devastati dalla guerra e dalla paura. Ursina Lardi dà qui corpo e voce a una fotoreporter che, instancabile, attraversa il dolore altrui cercando di raccontarlo, finché la ferita non la tocca direttamente e nel profondo, trasformandola in testimone e profeta inascoltata. Come una contemporanea Cassandra, porta sulle spalle il peso di una verità che il mondo rifiuta di vedere.
Intrecciando memorie personali, testimonianze raccolte in scenari estremi e richiami alla tragedia classica, Milo Rau costruisce uno spettacolo di sconcertante umanità. In scena la Lardi si offre senza protezione, attraversando la fragilità, la solitudine, l’urgenza di continuare a credere nella forza dell’arte come unica, estrema forma di resistenza.
Abbiamo avuto il privilegio di dialogare con lei su questo nuovo progetto e, più estesamente, sul suo intenso percorso artistico.
Teatro, cinema, serie tv, regia… In molte interviste ha dichiarato di prediligere, tra tutti questi ruoli e queste forme espressive, il teatro per il contatto diretto che permette di avere con il pubblico. Tuttavia il momento dell’applauso si riduce spesso in un semplice rituale. Come riesce davvero a cogliere e ad entrare nella sensibilità degli spettatori?
È vero, l’applauso è un rituale, ma si distingue facilmente se è solo cortese, amichevole, entusiasta o persino riluttante. In ogni caso, non è il momento più importante del contatto con il pubblico questo. Io sento gli spettatori in ogni istante della rappresentazione, soprattutto nei monologhi, dove si genera davvero uno scambio diretto. Certo, la convenzione vuole che io parli e il pubblico ascolti, ma si percepisce chiaramente se davvero ascolta o se, invece, attende semplicemente che io finisca.

Raccontare la morte è sempre una sfida, ma forse lo è ancora di più interrogarsi su quale sia la forma più centrata per costruire un simile, delicato racconto. Quale messaggio ha voluto trasmettere al pubblico con Everywoman? E per quanto riguarda Die Seherin, di cui si sa ancora poco, qual è il tema centrale di questo nuovo spettacolo che vedremo a Venezia?
Everywoman mette in scena l’incontro tra me e la signora Bedau, una donna con una diagnosi terminale di cancro, presente solo in video. Parlo con lei, di lei, e a un certo punto anche come lei, quando ne racconto la biografia in prima persona e la incarno sulla scena. È un memento mori, per me e per il mio pubblico: una serata delicata, in cui ciascuno ha il tempo di riflettere su sé stesso e sulle persone amate che non ci sono più.
Il motivo centrale di Die Seherin sono le ferite – esteriori e interiori – che non possono guarire. Anche qui entro in dialogo con una persona presente in video, Azad Hassan, un uomo iracheno a cui è stata amputata la mano destra durante i barbari anni del dominio dell’ISIS. Racconta la sua storia, il modo in cui ha affrontato questa esperienza così traumatica. Io interpreto un personaggio in gran parte fittizio: una fotoreporter di guerra e attrice, costruita studiando attentamente molte interviste realizzate a fotografi di conflitti. Una parte certamente attoriale e che però contiene e restituisce anche tratti di me stessa.
Nel corso della sua carriera ha interpretato una grande varietà di personaggi femminili, da Salomè a Ljuba, da Giulietta a Gretchen. Ce n’è uno in particolare che ha sentito più vicino o che l’ha segnata in modo speciale?
Tra i personaggi del repertorio classico, Ljuba del Giardino dei ciliegi è quella che mi ha interessato di più. Il suo tumulto interiore, il suo oscillare tra glamour e abisso, tra erotismo e depressione. Mi ha profondamente ispirata, sì. Ho trovato un approccio molto diretto, espressivo, che non è quello che si associa normalmente ai ruoli cechoviani. Curiosamente, però, altri miei ruoli hanno ricevuto molta più attenzione da parte del pubblico. Ma non sono certo l’unica attrice a non ricevere il maggior riconoscimento proprio per quelli che considero i miei lavori migliori.

Ha lavorato con alcuni dei più importanti registi contemporanei, da Ostermeier a Perceval, da Castellucci a Haneke, fino a Milo Rau. C’è un tratto distintivo del loro modo di dirigere che l’ha colpita o che ha trovato particolarmente significativo?
Tutti questi registi – e anche altri, tra i grandi – mi hanno profondamente influenzata. Ciò che li accomuna è una dedizione assoluta e incondizionata alla loro arte. Sono tutti molto diversi tra loro, ciascuno con un approccio unico: alcuni molto intellettuali, altri più intuitivi, alcuni autoritari, altri dialogici, chi lavora più con le immagini, chi con la parola. Tra i maestri citati, il mio legame più intenso è certamente quello con Milo Rau: siamo alla nostra quarta produzione insieme, abbiamo attraversato deserti e vissuto momenti di grande euforia. Amo e coltivo le collaborazioni che si sviluppano nel corso di molti anni; per quella che è la mia esperienza a riguardo, posso dire che si rivelano incredibilmente produttive per tutti i soggetti coinvolti.