Eiko Otake e Wen Hui raccontano What Is War, il potente duetto sulla memoria dei conflitti, il trauma della guerra e il corpo come archivio della storia in chiusura della 20. Biennale Danza.
La guerra ci rimpicciolisce tutti
La guerra è grottesca
L’inerzia è spesso pericolosa
La guerra uccide non solo le persone dei paesi nemici, ma anche la propria gente
La guerra rende l’immoralità una norma
Se il tema della Biennale Danza 2026 dichiara che Time Does Not Exist, il duetto What Is War (al Teatro Piccolo Arsenale il 31 luglio e l’1 agosto) ne è la prova più politica: il trauma della guerra non segue un tempo lineare, ma si insinua nel profondo. A portarlo in scena sono due figure monumentali della danza contemporanea e della performance interdisciplinare. La giapponese Eiko Otake è una leggenda internazionale, co-fondatrice dello storico duo Eiko & Koma che per quarant’anni ha ridefinito il teatro del movimento negli Stati Uniti; la cinese Wen Hui, fondatrice del Living Dance Studio di Pechino nel 1994, è la pioniera assoluta della danza contemporanea indipendente in Cina, celebre per l’uso del corpo come “archivio sociale”.
A trent’anni dal loro primo incontro, le due artiste fondono le loro biografie – storicamente “nemiche” per l’eredità coloniale dei rispettivi paesi – in un’opera multimediale nata da un viaggio comune nei luoghi del Massacro di Nanchino. Sullo sfondo dello spettacolo resta uno dei nodi più dolorosi del Novecento asiatico: il dramma delle comfort women, le oltre 200.000 donne cinesi e coreane ridotte a schiave sessuali dall’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Di fronte a questo orrore sommerso, e per reazione ai conflitti odierni, Otake e Wen Hui scelgono la strada del “teatro povero” e della nudità radicale di un corpo anziano. Un atto di resistenza analogica che trasforma la memoria familiare in una questione inevitabilmente collettiva.
Siete amiche da trent’anni e venite da paesi con una storia di conflitto e animosità reciproca. Wen Hui ha raccontato che quando Eiko, in visita a Pechino nel 2020, chiese di andare insieme al Museo del Massacro di Nanchino provò una forte commozione, perché non si sarebbe mai aspettata che una giapponese chiedesse di recarsi in un luogo del genere, così segnato storicamente dalla tragedia consumata dall’esercito del proprio Paese. Come è nata la vostra collaborazione su What Is War?
Eiko Otake Un funzionario dell’Asian Cultural Council mi chiese se ci fosse un artista in Cina che avrei desiderato visitare per un mese, dato che stavano avviando una nuova borsa di studio di questo tipo. La mia risposta fu immediata: «Sì, voglio visitare Wen Hui». La conosco dal 1995, ci siamo incontrate quando io e il mio partner Koma ci siamo esibiti nel Guangdong e abbiamo visto il suo lavoro con il suo partner, nello stesso festival; in seguito, quando lei è venuta a New York, abbiamo avuto l’occasione di vedere altri lavori l’una dell’altra. Siamo diventate amiche, ma non avevamo mai trascorso molto tempo insieme. Pensavo anche che sarebbe stata per me un’occasione importante per conoscere e vivere più profondamente la Cina contemporanea attraverso la sua guida, il suo aiuto. Insegnando negli Stati Uniti ho spesso nei miei corsi studenti cinesi, per cui avere l’occasione di comprendere meglio questo enorme Paese mi sembrava un modo per offrire loro un supporto più completo.
Una volta lì, per le prime due settimane ho vissuto nel suo appartamento e abbiamo parlato ininterrottamente: non credo di aver mai parlato così tanto con una sola persona in un lasso di tempo tanto breve. Lei ha liberato la sua agenda per me, quindi eravamo davvero presenti e concentrate solo su di noi. La sovvenzione non ci obbligava a collaborare, ma fin dall’inizio abbiamo sentito il desiderio di farlo. Wen Hui, però, mi ha ricordato che dovevamo “ricominciare da zero”. Ha organizzato per me due presentazioni e due workshop in Cina, aiutandomi anche a prepararli. Ho aperto ogni incontro riconoscendo le responsabilità storiche del Giappone – la colonizzazione e la guerra contro la Cina – e chiedendo scusa per questo. È nata così un’intera conversazione su quello che ciascuna di noi sapeva sulla Seconda guerra mondiale, sulla colonizzazione giapponese della Cina e dei paesi vicini e sulla guerra del Vietnam: elementi centrali della mia formazione, anche se sono nata nel 1952, sette anni dopo la fine del Secondo conflitto mondiale.
Sapevamo anche che la prima di What Is War e il tour negli Stati Uniti si sarebbero svolti nel 2025, a 80 anni dalla fine della guerra mondiale e a 50 dalla fine di quella del Vietnam: un anno importante per riflettere sul tema dei conflitti armati, soprattutto per me, giapponese che vive in America.
Wen Hui, avendo vissuto in Germania, ha sentito il peso della guerra quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Anch’io ne sono rimasta molto turbata, anche perché l’Ucraina è il luogo dove vive una persona a cui sono legata. Avendo vissuto io stessa in Germania, sentivo di avere una certa comprensione di come, in Europa, confini e paesi siano molto più vicini tra loro. Abbiamo di lì a poco entrambe guardato con orrore l’attacco del 7 ottobre e la serie di violenze sempre più gravi perpetrate da Stati Uniti e Israele. Le guerre continuano senza fine. Il nostro progetto è il nostro piccolo tentativo di riconoscere ciò che accade oggi in relazione a ciò che è già accaduto nella nostra storia.
Wen Hui Fu proprio grazie a quel ritrovarsi con Eiko a Pechino nel gennaio del 2020 – trascorremmo insieme tre settimane indimenticabili viaggiando tra Pechino, Nanchino e Kunming – che mi colpì profondamente il suo desiderio di visitare il museo di Nanchino. Durante quel viaggio parlammo dei ricordi delle nostre famiglie. Allo stesso tempo, visitando il Salone Espositivo dell’ex “Comfort Station” di Liji Lane a Nanchino, fummo profondamente scosse dai volti degli anziani fissati nel tempo sulle pareti di quel complesso. Le loro esperienze sembravano strettamente legate alle nostre. In quel momento, però, non avevamo ancora in programma di realizzare un film.
Nell’estate del 2021, mentre il mondo intero era in lockdown – Eiko a New York e io a Pechino –, iniziammo a collaborare a un documentario intitolato No Rule Is Our Rule. Durante il montaggio del film ci rendemmo conto ancora una volta che entrambe le nostre famiglie custodivano memorie legate a una guerra.

Cosa ha significato mettere in scena memorie familiari che non si erano mai incontrate prima?
E.O. Le guerre vengono dichiarate tra nazioni, ma sono le persone a pagarne il prezzo più alto: soffrono, combattono, vengono uccise. Ho raccontato a Wen Hui dei miei genitori e di mio zio, prigioniero di guerra in Siberia, che non poté tornare in Giappone fino al 1949. In seguito a quella conversazione, Wen Hui ha interrogato la madre e ha scoperto che la nonna era morta in un bombardamento aereo giapponese nella sua città natale. Mi ha colpito il fatto che non conoscesse nemmeno il suo nome. Ho potuto così farmi un’idea della Cina del dopoguerra, tra rivoluzione, carestie e sconvolgimenti politici. Wen Hui mi ha fatto capire quanto siano potenti le storie personali rispetto ad altre narrazioni della società. Portando in scena questo lavoro abbiamo capito che quando raccontavamo le storie delle nostre famiglie nasceva nel pubblico l’urgenza di condividere a loro volta con noi le vicende dei propri cari.
La gran parte delle persone che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale sono morte. Sento il forte impulso di portare in scena alcune di quelle voci, che sono sedimentate dentro di me, nella mente e nel corpo. Voglio restituirle non come semplici informazioni, ma come qualcosa che resta impresso nella mente di chi guarda. Nell’era digitale, molti conoscono le immagini della guerra solo attraverso film e videogiochi. Ascoltare le nostre voci – la mia e quella di Wen Hui – e vedere i nostri corpi è invece un’esperienza profondamente analogica, capace di risvegliare memorie proprie o di persone che si conoscono.
Eiko, lei ha lavorato per oltre quarant’anni nel duo Eiko & Koma, poi dal 2014 ha iniziato un percorso completamente diverso come artista indipendente. Wen Hui, lei è tra le fondatrici della prima compagnia di danza indipendente a Pechino e usa il corpo come strumento di documentazione sociale da trent’anni. Come si sono incontrati questi due percorsi così diversi e cosa ha dovuto cedere ciascuna di voi al fine di trovare un linguaggio comune?
E.O. La mia vita e il mio lavoro sono cambiati sotto molti aspetti quando ho iniziato a lavorare senza Koma, ma sono ancora essenzialmente la stessa persona. Lavoro su piccola scala e non realizzo coreografie per altri. Non sono una coreografa, se non per me stessa. Lavoro su tutti gli altri aspetti della produzione: suono, video, parole e movimenti. Non credo di aver rinunciato a nulla. Ho iniziato il mio Duet Project nel 2017, dopo aver fatto prima molte performance da solista. Lavorare con altri artisti che stimo profondamente, uno alla volta, è un’esperienza di apprendimento profonda. Alla mia età, quando lavoro con un’altra persona, rifletto sul fatto che una di noi morirà prima dell’altra. Per questo lavorare ed esibirsi insieme diventa un atto di costruzione della memoria.
Io e Wen Hui siamo cresciute in paesi diversi, in momenti diversi e in situazioni sociali, politiche e storiche diverse. Ma ci conosciamo da molto tempo e, fin dalla prima volta che abbiamo visto i reciproci lavori, abbiamo sentito un’affinità che va ben oltre la somiglianza. Pur seguendo strade differenti, apprezziamo l’estetica l’una dell’altra: un “teatro povero” alla maniera asiatica, che resiste alla decorazione e all’ornamento. Ognuna di noi ha creato molti lavori; in questa collaborazione, però, facciamo solo ciò su cui siamo entrambe d’accordo. E concordiamo sul fatto che la GUERRA sia il soggetto più importante attraverso cui sfidare noi stesse: per questo abbiamo sentito il bisogno di unire le nostre forze.
Mentre sviluppavamo questo lavoro, abbiamo annotato alcuni pensieri:
La guerra ci rimpicciolisce tutti.
La guerra è grottesca.
L’inerzia è spesso pericolosa.
La guerra uccide non solo le persone dei paesi nemici, ma anche la propria gente.
La guerra rende l’immoralità una norma.
W.H. Nella nostra collaborazione ci siamo imposte un metodo di lavoro molto importante: se una delle due dice “No”, dobbiamo ripensare daccapo la nostra decisione. A volte questo può significare eliminare un intero segmento o un’intera struttura finché non siamo entrambe d’accordo. È un processo di apprendimento prezioso, anche se a volte richiede molto tempo e grande impegno.

È dalla sua nascita che il teatro mostra gli orrori della guerra e la violenza sui corpi delle donne in tempo di guerra è un tema che attraversa i secoli, dalle schiave sessuali nell’Iliade di Omero alle “comfort women” del Novecento, evocate anche da voi in scena. Eppure nulla sembra cambiare. What Is War è un grido di sensibilità personale o pensate possa avere anche una funzione sociale?
E.O. Questa è una domanda seria. La mia scrittrice preferita, Kyoko Hayashi, nel suo lavoro sostiene questo: «Guardando indietro dopo molti anni “ciò che è accaduto diventa incredibile”. È quindi necessario confermare attraverso la scrittura che ciò che è accaduto è realmente accaduto».
Riteniamo che sia importante parlare, esaminare ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo imparato dagli altri. Non siamo solo ciò che abbiamo vissuto, ma siamo noi stessi perché impariamo dagli altri, ascoltando, leggendo, vedendo e immaginando. Ognuno di noi può portare con sé le esperienze e i pensieri di altre persone.
Siamo inorridite dal fatto che la violenza bellica continui a deflagrare con tale magnitudo proprio mentre parliamo. Non pretendiamo di dire agli altri cosa fare a riguardo, perché davvero non sappiamo come poter fermare le guerre. Ciò che possiamo e che ci sentiamo di dire con urgenza è semplicemente che gli esseri umani non dovrebbero impegnarsi a confliggere tra di loro, che i bambini non dovrebbero mai essere uccisi. Le persone possono essere in disaccordo, ma è nostra responsabilità impedire che vengano ancora commesse per questa ragione violenze di massa.
Pur non avendo il potere di fermare immediatamente le guerre, l’arte ha la capacità di colpire intensamente chi guarda, legge o ascolta. Quando una persona si sente toccata o coinvolta da un’opera, celebra l’umanità che riconosce in sé stessa, nell’artista e nelle potenzialità degli altri. Nessuno prova odio verso sé stesso nel momento in cui viene commosso dall’arte o da un gesto autenticamente umano. È da questo punto di vista che possiamo osservare, riflettere, dialogare e cercare di comprendere il tempo difficile che stiamo attraversando e le condizioni in cui viviamo, senza però smettere di lavorare come artisti.
Sono nata nel 1952, l’anno in cui terminò l’occupazione americana, sono quindi cresciuta nel Giappone del dopoguerra. I miei genitori, i miei insegnanti, gli scrittori che leggevo e i pittori e i registi di cui vedevo le opere avevano per lo più vissuto in prima persona il conflitto. Ebbene, “Mai più guerra!” era l’invocazione, il grido più potente e lacerante che univa quella generazione.
Quando presentiamo What Is War, molte persone si avvicinano a spettacolo terminato per raccontare a noi le proprie esperienze di guerra o le memorie belliche delle proprie famiglie. Questo ci fa capire che il lavoro sta producendo un suo effetto, che continua ad agire dentro alcuni spettatori anche dopo la visione. Per il bene dell’umanità non vogliamo dimenticare ciò che è davvero importante, anche se, a livello individuale, a volte possiamo essere tentati di farlo.
W.H. È una domanda importante. Il personale è politico. Proprio perché questa violenza sui corpi delle donne in tempo di guerra continua ancora oggi – immutata e raramente visibile – dobbiamo continuare a parlarne. Se non continuiamo a farlo, come potranno saperlo le nuove generazioni?
Ai miei tempi a scuola avevamo corsi per riconoscere gli ordigni bellici inesplosi nel terreno, la guerra era una realtà molto vicina. Oggi le giovani generazioni sembrano viverla come un evento lontano, visto attraverso uno schermo. Come avvicinate i giovani al vostro lavoro?
E.O. Sicuramente attraverso la performance, il dialogo, le immagini, i film e il confronto diretto. In definitiva, attraverso la presenza: essere lì, faccia a faccia con le persone. Anche se non ho vissuto durante la Seconda guerra mondiale, ho ascoltato i racconti dei miei anziani e, spesso, i loro rimpianti. Sono stati proprio quei racconti ad aiutarmi a comprendere più in profondità le storie che leggevo. Anche la lettura può essere un’esperienza molto intensa se chi legge è già coinvolto da qualche legame con ciò che incontra nel testo ed è in grado di sentirne le emozioni.
In What Is War mi mostro nuda in scena. Vedere il corpo nudo di una donna anziana è già di per sé un’esperienza. Non è affatto necessario che il pubblico comprenda o apprezzi ciò che facciamo. Ciò che conta per noi è che i giovani possano ricordare di averci viste e ascoltate. Sono loro ad aver assistito allo spettacolo e, anche se l’esperienza può essere stata difficile, resta comunque qualcosa che appartiene solamente a loro.
Queste esperienze analogiche – come lettori, come spettatori e nel dialogo diretto con gli altri – sono ciò che continua a renderci umani.
W.H. Eiko ha insegnato in diverse università negli Stati Uniti. L’anno scorso, mentre eravamo in tournée e in fase di prove lì, abbiamo condiviso il nostro lavoro con gli studenti delle scuole di ogni città che abbiamo visitato, invitandoli persino a partecipare al nostro processo creativo. Naturalmente, credo che questo sia ben lontano dall’essere un’azione sufficiente a rendere diffusamente partecipi le nuove generazioni a esperienze tragiche che sono al contempo lontane e storicamente vicine. Ciò che è certo è che su questi ed altri temi importanti coinvolgere i giovani nella vita sociale rimane una questione centrale nel mondo di oggi.

Avete entrambe esperienze in installazioni, performance site-specific, cinema e documentario. Eppure What Is War sceglie il linguaggio del teatro di sala: uno spazio frontale, delimitato, con un pubblico seduto. Cosa offre quella forma rispetto ad altre quando si parla di guerra e memoria?
E.O. Il progetto ha assunto questa forma perché il nostro principale committente disponeva di un teatro in cui presentare la prima del lavoro. Tuttavia, quando abbiamo avuto l’occasione di scegliere abbiamo sempre preferito spazi teatrali più intimi rispetto a spazi estesi.
Si tratta di un lavoro teatrale con una scenografia minima e una luce semplice ma evocativa. Non nascondiamo nulla: riveliamo. Abbiamo inoltre integrato proiezioni e momenti di parola. Nel complesso, il pubblico è presente dall’inizio alla fine, a meno che non riesca davvero a sostenere l’esperienza. A teatro individui diversi comprendono e vivono il lavoro in modi differenti pur assistendo alla stessa scena, nello stesso momento e secondo l’ordine che abbiamo costruito. Questa è la bellezza del teatro! Abbiamo lavorato a lungo sulla costruzione delle scene e sulle loro connessioni o fratture.
Abbiamo realizzato anche un film documentario, che di solito viene presentato all’interno della nostra residenza, ma purtroppo non in questa occasione. È comunque possibile immaginare un ulteriore film su questo lavoro, oppure la creazione di installazioni o mostre. Quello che abbiamo avviato nasceva da una proposta di commissione teatrale. Amiamo il teatro, ma lavoriamo anche con altri formati, cosa che potremmo certamente fare ancora su questo stesso progetto e su questo contenuto.
W.H. Assistere a questo spettacolo è un’esperienza estremamente impegnativa, persino piuttosto brutale per il pubblico. Non cerchiamo di offrire conforto: lo spettatore è costretto a restare seduto in platea, a distanza. La questione che poniamo è la seguente: la guerra riguarda tutti. Il pubblico è obbligato a confrontarsi con questa realtà in quello spazio buio. Per alcuni è la prima volta in cui si rendono conto che anche la propria famiglia è legata alla guerra.

Siete artiste di formazione orientale con lunghe esperienze in Occidente, a partire da collaborazioni con artiste del calibro di Trisha Brown a Pina Bausch. Eppure abbiamo l’impressione che manchi un adeguato flusso nell’altra direzione: pochi artisti occidentali vivono esperienze profonde di danza e teatro orientale. Perché a vostro avviso?
E.O. Non posso rispondere a questa domanda, perché richiede una prospettiva più ampia e generale sulle relazioni tra Est e Ovest. Questa costruzione è sempre cambiata nel corso del tempo. Alcuni individui, tra cui molti artisti, hanno viaggiato verso l’Asia con un interesse profondo e duraturo: Van Gogh, per esempio, è stato fortemente influenzato dalle xilografie giapponesi; oppure ancora il regista polacco Wajda, il quale ha raccontato di essere rimasto profondamente colpito quando ebbe l’occasione di vedere per la prima volta stampe e dipinti giapponesi.
Forse ciò è legato al fatto che la colonizzazione dell’Asia da parte di molti paesi occidentali ha prodotto uno scambio diseguale? Oppure gli artisti in Oriente sono stati educati a considerare l’Occidente come un modello da cui apprendere molto? Non saprei davvero rispondere in maniera univoca a questa domanda. Sono più interessata a concentrarmi sugli individui e sulle loro scelte.
Non ho lasciato il Giappone perché volevo imparare dall’Occidente. L’ho lasciato per andare “altrove”. Oggi molti luoghi lontani ci sembrano più vicini grazie agli aerei e possiamo vederne molti altri sugli schermi. Ciò che conta è seguire il proprio desiderio e costruire la propria identità.
In grandi città come New York, dove vivo, gli artisti provengono da molte culture e da molti paesi diversi. Oggi abbiamo l’opportunità di essere profondamente toccati dall’altro e questo è un qualcosa di fondamentale nel vissuto quotidiano, perché contribuisce a far dialogare, a confrontarsi tra diversi anziché a confliggere.
W.H. Non considererei l’Oriente e l’Occidente come opposti. Ho sempre creduto che sia una questione di scelta personale.
Il tema della Biennale Danza 2026 è Time Does Not Exist. Il vostro lavoro scava nella memoria, personale, familiare, storica. Come si relaziona alla guerra il tempo quando non è lineare, quando il passato non passa mai del tutto?
E.O. Sento che il tempo esiste davvero. Nella nostra vita quotidiana, nei ricordi e nei desideri. Ma credo anche che il tempo scorra in modo grottesco e disomogeneo per il corpo e la mente di ciascun individuo. Il nostro presente contiene molti passati e molte possibilità future. La durata di un’emivita determina per quanto tempo una sostanza radioattiva rimane pericolosa o utile. Poiché ogni isotopo decade secondo un ritmo proprio, le loro emivite differiscono drasticamente, ma questo non significa che il tempo non esista. Significa soltanto che non può essere misurato con un unico metodo o da un solo punto di vista. Il tempo è complesso e radicale. Il nostro corpo mostra che il tempo si muove.
W.H. Per come la vedo io, il tempo esiste dentro il corpo di ciascuno. Il trauma lasciato dalla guerra – la paura, il dolore, la fame… – non si dissolve mai nella memoria del corpo; un’intera generazione, o anche più generazioni, devono farsi carico della sofferenza causata dalla guerra.