Attore, regista e da un anno e mezzo direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Filippo Dini presenta una stagione che conta oltre 80 spettacoli distribuiti tra Venezia, Padova e Treviso. Con sguardo lucido e appassionato, riflette sul futuro del teatro italiano ed europeo, sul dialogo generazionale e sulla necessità di riportare la scena al centro del nostro presente.
A teatro abbiamo la possibilità di vedere rappresentati dubbi, certezze, vissuti, ricordi, momenti felici e tristi, saperi. Di “vedere noi stessi” messi in scena, insomma.
L’origine del suo amore per il teatro diventa passione vera e lo guida in una carriera che lo vede protagonista sulle scene come attore e regista. Filippo Dini, da un anno e mezzo direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, ci guida con sguardo lucido ma non scevro di emozioni attraverso la nuova stagione con un cartellone ricco di oltre 80 spettacoli, di cui 37 titoli in abbonamento, distribuiti su tre diversi teatri: Teatro Goldoni di Venezia, Teatro Verdi di Padova, Teatro Del Monaco di Treviso. Un nuovo progetto artistico triennale che rappresenta per ogni struttura teatrale l’avvio di un viaggio, di un nuovo racconto, perché, come recita il titolo della campagna di quest’anno curata dall’artista catalano Javier Jaén, «Ogni storia ha il suo inizio». Dini ci offre una panoramica concentrica sul ruolo e sul futuro del teatro, con particolare attenzione al contesto culturale italiano e a quello veneto, senza dimenticare il confronto costruttivo con l’Europa. Storie, attori, testi, pubblico: queste le parole chiave di un approccio nel solco della tradizione ma che inevitabilmente e consapevolmente si apre a un fitto dialogo generazionale per riportare il teatro al centro esatto del nostro contemporaneo.
Come nasce la sua vocazione teatrale?
Nasce a Genova, dove sono nato e cresciuto. Sono stato portato a teatro per la prima volta molto presto e ne sono rimasto veramente affascinato, tanto che da allora non ho smesso più di andarci. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza abbastanza normali, però andando a teatro sentivo il mio mondo aprirsi, perché quel luogo magico mi offriva l’occasione di confrontarmi e dialogare con gli altri. Così ho iniziato, con una genuina fascinazione che nel tempo è cresciuta e perdura ancora oggi. Ogni attore in fondo ha in sé, e io sicuramente ce l’ho, una parte ancora infantile, un bambino che ogni sera, prima di andare in scena, torna a essere per alcuni istanti dominante quando sale l’emozione e sul palco non si recita a soggetto, ma si vive, si è il personaggio che si va ad interpretare.

Quale la sua personale definizione di teatro? E quale il ruolo che secondo lei rivestono il teatro in generale e la drammaturgia in particolare nel nostro contemporaneo?
Il teatro rappresenta per me da sempre, non solo da oggi, una fondamentale risorsa per la crescita personale. Offre la possibilità di approfondire un percorso di ricerca interiore e di scoperta di sé, la possibilità di riflettere e di capire dove ci si trova esattamente rispetto alla propria vita. Da sempre il teatro fa parte del nostro mondo, della nostra cultura, tuttavia, nonostante la sua funzione vitale, il ruolo del teatro oggi è attraversato da una crescente tendenza che lo vuole in qualche modo marginalizzare. Il teatro e l’arte in generale sono tuttavia delle risorse fondamentali per il miglioramento e la cura dell’anima popolare. Un’idea, una funzione che si concretizzano nel nostro mondo attraverso un teatro accessibile e profondo insieme. Grazie ai grandi poeti, ai grandi autori e drammaturghi che hanno saputo mettere in scena l’espressione dei nostri sogni, dei nostri desideri, dei nostri drammi, a teatro abbiamo la possibilità di vedere rappresentati dubbi, certezze, vissuti, ricordi, momenti felici e tristi, saperi. Di “vedere noi stessi” messi in scena, insomma. Penso al teatro come all’ascolto di una “favola della buona notte”: un momento in cui ci si disconnette dalla distrazione quotidiana del continuo “scroll” digitale del cellulare, attraverso il quale possiamo accedere a tutto indistintamente ed istantaneamente, per immergersi in un solo, esclusivo racconto. Attraverso la storia rappresentata lo spettatore ha la possibilità di riflettere sulla propria esistenza, ponendosi domande come: «Dove mi trovo?», «Come va il mio rapporto in casa?»… È proprio questa capacità di stimolare l’auto-riflessione che costituisce l’essenza del teatro come cura. Il teatro richiede al pubblico di fermarsi per due ore, di stare lì e vedere cosa viene raccontato, offrendo un momento di pausa e concentrazione. Per questo credo che quando il pubblico si ritrova a teatro ci premi sempre, perché offriamo ancora una possibilità aperta di dialogo e di confronto. Per quanto riguarda la drammaturgia, essa è chiaramente per me il punto di partenza fondamentale di questo processo, è lo strumento chiave per realizzare la visione di un teatro come cura capace di dialogare con il presente, sebbene alla “nuova drammaturgia” non venga sempre dedicata sufficiente attenzione, soprattutto in Italia. Assistiamo a un’importante riscoperta del Classico oggi: la nuova drammaturgia non opera creando necessariamente da zero, bensì il più delle volte attraverso la riscrittura e la rilettura dei grandi classici. Autori contemporanei riscrivono completamente le opere del passato per portare le loro strutture narrative e tematiche nel presente. Esempio emblematico a riguardo è l’operazione, il progetto che stiamo costruendo su Mirandolina, con la riscrittura contemporanea ad opera della drammaturga Marina Carr. L’obiettivo non è quello di stravolgere i testi originali, ma di articolare il racconto in modo che possa parlare direttamente alla sensibilità e alle esperienze del pubblico attuale, permettendo così quella riflessione personale che è alla base del teatro in quanto cura. In sintesi, la nuova drammaturgia agisce come un ponte tra tradizione e contemporaneo, rivitalizza le grandi storie del passato per renderle nuovamente significative per l’anima popolare di oggi, permettendo al teatro di svolgere la sua funzione essenziale di strumento di crescita, di riflessione e di cura di sé.
Quale significato assume per un Teatro Nazionale la nomina di un Direttore Junior (ndr: Alessandro Businaro)?
Il direttore artistico Junior è emerso da un decreto ministeriale che noi, credo siamo stati i primi, abbiamo subito recepito. Un bel segnale che questo governo abbia deciso di promuove artisti under 35. Una decisione estremamente inaspettata, che ha lasciato molti miei colleghi direttori di teatri perplessi, non proprio così entusiasti. Personalmente ho subito trovato la proposta interessante perché questa soluzione istituzionale colma di fatto un divario: il confronto con la nuova generazione di artisti è certamente caratterizzato da ammirazione reciproca, ma anche dalla consapevolezza di una profonda distanza generazionale. In un anno e mezzo di direzione artistica sono venuto in contatto con quello che definisco “un bacino di meraviglia e di luce”, ossia con moltissimi registi e artisti under 35 dotati di un’energia e di una visione del futuro davvero notevoli, spesso caratterizzati da una prospettiva molto più chiara, sicura e solare rispetto a quella che connotava le generazioni che li hanno preceduti. Tuttavia resta la consapevolezza di una significativa distanza tra la mia di generazione e quella dei giovani artisti. Il loro modo di creare è molto distante dal mio sia nello stile, sia nella luce, sia negli obiettivi che si pongono. Questa distanza è percepita come molto più ampia rispetto al passato: il divario di 20 anni che mi separava dalla generazione precedente quando ero giovane, oggi sembra essere almeno di 40 anni. Questa consapevolezza mi ha portato a pormi una domanda cruciale: come faccio a comprendere questo mondo? La risposta a questa sfida è stata una soluzione istituzionale e strategica: l’introduzione della figura di un direttore artistico junior, under 35. Questa figura, nella persona di Alessandro Businaro, è diventata lo strumento per colmare questo rilevante divario generazionale. In qualità di giovane artista, regista e organizzatore padovano, Alessandro conosce a fondo l’universo creativo dei suoi coetanei, un mondo che per me era in parte sconosciuto. Il suo ruolo sarà quindi quello di consigliarmi e aiutarmi a comprendere le nuove tendenze, prendendosi in carico pezzi di lavoro e progetti specifici legati alle nuove generazioni, agire come un vitale ponte tra l’istituzione teatrale e i nuovi talenti. In tal modo, con questa scelta, intendiamo costruire un confronto diretto con i più giovani. Un dialogo basato sul riconoscimento del valore, sull’umiltà di “vedere” una distanza e sulla conseguente consapevolezza di dover creare un meccanismo istituzionale che permette di valorizzare la loro energia e la loro visione unica all’interno della struttura teatrale.

Quali elementi specifici ha potuto acquisire e assorbire in presa diretta dal TSV – Teatro Nazionale in questo suo primo anno di lavoro? In quale direzione state andando?
Definire la direzione che stiamo seguendo è una questione complessa. “Responsabilità” è un termine fondamentale per aiutare a entrare ancor più profondamente nel vivo della costruzione di un progetto culturale e, conseguentemente, nella definizione del percorso gestionale e di programmazione che un direttore artistico deve intraprendere. In questo primo anno da un lato abbiamo concentrato la nostra attenzione sul territorio veneto, con l’impegno e la volontà di continuare a far crescere il teatro non solo in termini di pubblico, ma anche di compagnie, produzioni, registi, attori e di tutti gli altri mestieri ad esso connessi. Da un altro lato, come Teatro Nazionale, dobbiamo dare una risposta forte in termini di produzione culturale e di sviluppare una linea di internazionalizzazione. Quindi il nostro impegno fondamentale consiste nel mantenere un fitto dialogo con il territorio e gli altri teatri attraverso una proposta che sia diversificata e caratterizzata da una particolare cura, ampliando il peso specifico culturale e produttivo del nostro teatro.
Lei si rivolge a tre città molto vicine dal punto di vista geografico, ma al contempo estremamente diverse nelle loro dinamiche socio-culturali, che inevitabilmente divengono per il suo lavoro tre interlocutori e tre audience assai differenti. Innanzitutto quali elementi l’hanno sorpresa di più di questo composito mosaico? E come ha pensato di considerare nel suo cartellone queste tre distinte morfologie urbane, valorizzandole e “sfruttandole” a suo favore, o meglio, a favore dei pubblici?
Tre teatri importanti in tre città così diverse – Padova, Treviso, Venezia –, con tre identità ben definite: è stata per me una grande sfida, che non immaginavo così complessa e al contempo intrigante. Per prima cosa ho iniziato a studiarne le caratteristiche per capirne le dinamiche, il gusto, le abitudini. Fondamentale in ogni caso è stato subito operare una diversificazione dell’offerta per costruire un dialogo privilegiato con il territorio di riferimento. Una stagione teatrale deve tenere conto delle specificità del proprio pubblico e del relativo territorio. I pubblici delle tre città sono molto differenti: Venezia ha un pubblico molto esigente e peculiare; Padova è una città dove si può osare un po’ di più; a Treviso il pubblico desidera passare una bella serata, magari con una storia diversa, ed è curioso verso la novità. La programmazione deve quindi essere ampia e articolata per rispondere a queste diverse esigenze. Io abito a Padova perché qui ci sono gli uffici del TSV, ma cerco di andare il più possibile anche a Treviso e Venezia, in modo da mantenere sempre l’attenzione rivolta alle specificità dei singoli teatri.
Siamo quasi ai blocchi di partenza dell’importante stagione 2025/2026. Il cartellone presenta una ricca programmazione che attinge molto al passato con uno sguardo però sempre rivolto al presente e al futuro. Quali secondo lei gli ingredienti necessari per realizzare una “buona stagione”?
Il primo e più importante ingrediente è la cura nel proporre sempre “una grande storia”. Questo processo parte dal dialogo con gli autori e i loro testi, punto di partenza fondamentale. La selezione non si limita a riproporre i classici, ma cerca attivamente una possibilità contemporanea per raccontare storie con strutture narrative di oggi. Altro elemento cruciale la centralità degli attori. Gli attori sono l’elemento più immediato e ricettivo del processo creativo. Continuo a credere nel talento attoriale. L’Italia è sempre stata famosa per la sua eccellente scuola di recitazione, da cui discendono grandi tradizioni come la Commedia dell’Arte e l’epopea dei grandi capocomici, fino ad arrivare ai Totò e ai Troisi, oppure ancora i grandi interpreti drammatici, da Eleonora Duse fino a, che so, Carmelo Bene. Questo si traduce in scelte di cartellone che valorizzano sia grandi interpreti affermati, come ad esempio Gabriele Lavia e Silvio Orlando, sia giovani talenti emergenti, come la protagonista di Mirandolina. La selezione degli spettacoli è guidata da una filosofia precisa: quella di costruire un “teatro popolare”. Il termine “popolare” non è sinonimo di facile, banale o di scarsa qualità; al contrario significa invece “accessibile”. Si ispira ai grandi maestri come Shakespeare e Molière, i quali creavano opere con una forma poetica altissima e una grande profondità, ma in una maniera e in una lingua comprensibili al popolo. Gli ingredienti essenziali per questo tipo di teatro sono fondamentalmente due: raccontare una grande storia accessibile a tutti, pur mantenendo una complessità che permette molteplici possibilità di interpretazione; utilizzare un linguaggio che, pur essendo elevato, sia comprensibile anche a chi non appartiene a un’élite culturale. È esattamente questo ciò che ricerco nel mio fare teatro. Un altro ingrediente essenziale è senz’altro l’equilibrio tra la valorizzazione dei grandi maestri e l’apertura ai giovani e alla sperimentazione. La stagione deve includere sia figure consolidate del teatro italiano sia un forte investimento sulle nuove generazioni. Alla fine comporre una stagione teatrale significa unire grandi storie e grandi attori sotto una visione di teatro profondo ma accessibile, bilanciando proposte diverse per dialogare con il territorio e creando un ponte tra la tradizione e il futuro.

Entriamo nel cartellone: ci guidi attraverso i diversi spettacoli previsti, tra conferme, prime nazionali, produzioni internazionali e progetti più radicati nel territorio.
Lo spettacolo a cui tengo di più, non me ne vogliano gli altri, è la nostra grande co-produzione internazionale Mirandolina, che vede il TSV – Teatro Nazionale protagonista assieme all’Abbey Theatre – Teatro Nazionale d’Irlanda. La compagnia, tutti gli attori sono italiani, tuttavia abbiamo deciso di affidare la riscrittura del testo de La Locandiera di Carlo Goldoni a una delle voci più potenti e originali del teatro irlandese ed europeo contemporaneo, Marina Carr, mentre la regia è stata affidata a Caitríona McLaughlin. È nata così questa “nuova” Mirandolina, con un testo e una messa in scena veramente sorprendenti, credetemi. Il progetto, ideato come omaggio alle prossime Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, andrà in scena proprio in occasione dell’inaugurazione della grande kermesse sportiva. Poi naturalmente c’è Marco Paolini, uno degli autori e degli interpreti più attesi con il suo Bestiario idrico, un vero e proprio studio sull’elemento acqueo che parla di fiumi e bestie d’ogni genere, scritto a quattro mani con Giulio Boccaletti. Dopodiché, tra i grandi, non vi è che l’imbarazzo della scelta: Gabriele Lavia con Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill; Umberto Orsini e Franco Branciaroli con I ragazzi irresistibili di Neil Simon; Silvio Orlando che si confronta con un grande classico, Il berretto a sonagli di Pirandello; Pier Francesco Favino che firma la regia di People, Places & Things, testo di Duncan Macmillan, con protagonista sua moglie Anna Ferzetti; Ambra Angiolini porta in scena una figura complessa e struggente: La Reginetta di Leenane; altro spettacolo da assolutamente non perdere la nuova edizione de La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, una coproduzione del Teatro Stabile di Torino con TSV; poi ancora Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow, regia di Cristina Spina con una bravissima Paola Minaccioni; Luca Barbareschi in November; a 100 anni dal Mein Kampf di Adolf Hitler, Stefano Massini porta poi in scena un’indagine lucidissima sul potere delle parole e le loro conseguenze; sarà poi la volta di un classico che ci offre una tragicomica e grottesca galleria di personaggi con un’intera tavolozza di vizi, Anime morte – ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore scritto e diretto da Peppino Mazzotta; Pennacchi alterna comicità e dramma per portare in scena una narrazione tra memoria e cruda realtà in Alieni in Laguna. La Cosmicomica vita di Q di Italo Calvino con protagonista l’attesissimo e bravissimo Luca Marinelli. E poi ancora il testo di Hickson I corpi di Elizabeth, con Elena Russo Arman, e il ritorno di Familie Flöz con la nuova commedia Feste. E naturalmente non è tutto qui…
La stagione di Padova, e poi a seguire quelle di Treviso e Venezia, la vedrà protagonista sul palco con Il gabbiano di Anton Čechov, con al suo fianco Giuliana De Sio. Come si rinnova un testo così codificato senza stravolgerlo? Rispetto ai titoli e ai vari progetti con cui si è finora confrontato nella sua carriera, nelle sue vesti di regista e interprete quale sfida le pone questa nuova produzione?
Ogni regista è affascinato da una parte della storia e la racconta a modo suo cercando di non stravolgerne il testo. Ciò che mi affascina de Il gabbiano è proprio la storia del ragazzo, ma non per la tragedia che incombe, bensì per la parabola del racconto che come la vita parte in maniera spensierata e allegra e poi, via via, cade nell’abisso della disperazione. Tutto precipita in maniera inesorabile nell’assurdità del destino: i personaggi, nell’impossibilità di realizzare un miglioramento nella propria vita, rischiano tutti di essere stravolti e corrotti. La bruciante contemporaneità de Il gabbiano sta proprio nella descrizione di un’umanità alla fine. Un testo che amo davvero profondamente. Tuttavia stiamo iniziando le prove proprio in questi giorni e in ognuno di questi giorni, a qualsiasi ora, chiamo al telefono Carlo (ndr: Orlando, aiuto regista) e gli urlo concitato: «Questa è l’ultima volta, chi me lo fa fare!».
Filippo Dini e Giuliana De Sio portano in scena l'attualissimo dramma di Cechov