Artista visionario in bilico tra circo, danza, teatro e filosofia, Yoann Bourgeois porta alla Biennale Danza 2025 la sua poetica della sospensione. In questa intervista racconta la sua ricerca multidisciplinare, il ruolo della caduta come esperienza universale, e la potenza della vertigine come spazio di resistenza e libertà.
Impegnato in un’arte viva, radicalmente multidisciplinare e innovativa, primo artista circense a dirigere un’istituzione nazionale dedicata all’arte coreografica – il CCN2 di Grenoble dal 2016 al 2022 –, Yoann Bourgeois immagina le sue creazioni attraverso dispositivi fisici che amplificano fenomeni, permettendogli di investire spazi straordinariamente vari e di proporre infinite variazioni. Questa costellazione è una ricerca della vita, un processo permanente di creazione che lui chiama: “Il punto di sospensione irraggiungibile”. È incredibile come le sue parole, che procedono secondo ritmi sintattici personalissimi e incisivi, offrono già sulla carta la sensazione di perdita di equilibrio, di soglia, di infinito, di vita. Ti catturano. Non poteva quindi che essere attesissima la sua produzione fortemente voluta da Wayne McGregor per il Festival di Danza 2025.
Teatro, musica, circo, installazione e molto altro… come definirebbe la sua arte? E quale la sua personale definizione di danza?
Faccio fatica a definire la mia arte, perché nasce proprio negli interstizi, quelle zone di attrito in cui le discipline smettono di avere confini impermeabili. Non cerco di produrre un oggetto identificabile o classificabile, ma di provocare un’esperienza, un’esperienza fisica, sensibile e vertiginosa. La vertigine, in fondo, è al centro del mio approccio, non come semplice sensazione di squilibrio, ma come uno stato particolare di presenza. Uno stato in cui i punti di riferimento abituali vacillano, intensificando il nostro stesso grado di presenza.
In un momento storico in cui le nostre certezze stanno crollando, credo che questo stato di sospensione possa aiutarci a immaginare altre possibilità.
Il Festival Internazionale di Danza di Sir Wayne McGregor si intitola quest’anno Myth Makers. Quali sono stati i suoi miti?
Sono sempre stato affascinato dalle figure mitiche che non si lasciano rinchiudere in un solo racconto, quelle che incarnano un movimento incessante piuttosto che un compimento cristallizzato: Sisifo, condannato a ricominciare all’infinito; Icaro, sospinto dall’impulso del desiderio prima della caduta; Orfeo, tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Sono figure di passaggio, sempre in divenire.
Ma c’è un personaggio mitico, poco conosciuto, che trovo particolarmente ispirante: Bute.
Mentre la spedizione degli Argonauti faceva ritorno, a differenza dei navigatori spaventati dal canto delle sirene, che si riempivano le orecchie di cera per non lasciarsi sviare e morire, o di Ulisse, che si fa legare all’albero maestro per resistervi, Bute invece cede. Si getta in mare. Non per debolezza, ma per una vertigine d’abbandono. Questo gesto mi commuove profondamente: non cerca né di conquistare né di sopravvivere. Risponde a una chiamata. Attraversa il limite.
Bute, per me, incarna quel momento così raro in cui si accetta di perdere l’equilibrio per lasciarsi raggiungere, non tanto da uno scopo, ma da una musica interiore, più antica della volontà stessa.

La sua ricerca, come ha appena spiegato, mira a raggiungere il “punto di sospensione” o meglio è sempre in bilico, un attimo prima della caduta. Perché è affascinato dal concetto di caduta? Che significato assume la gravità nelle sue opere?
La caduta è uno dei pochi movimenti universali. Non richiede alcun apprendimento, è presente fin dalla nascita, irrevocabile, inevitabile.
Quello che mi affascina non è tanto la caduta in sé, quanto l’istante che la precede. Quell’istante infinitesimale in cui tutto cambia, in cui il corpo non tocca più terra, in cui il futuro è sospeso. Quel punto, io lo considero come una porta tra i mondi.
La gravità, da parte sua, non è un nemico. È il mio partner. Dà la misura, detta le regole del gioco. Il mio lavoro consiste nel dialogare con essa, nel cercare come ritardare l’inevitabile, o al contrario, nell’accettarlo pienamente.
Ogni caduta contiene una lezione di vita. E ogni sospensione, una possibilità di reinvenzione.
Pittura, architettura, scultura sono riferimenti presenti sempre nel suo lavoro. Quali sono le influenze artistiche e intellettuali che hanno plasmato l’estetica delle sue coreografie?
Sono profondamente nutrito dalle arti dello spazio: la pittura, l’architettura, l’incisione, la scultura. In Goya o Bacon, è l’intensità cruda della presenza che mi ispira. In Escher, il disorientamento dei punti di riferimento: quella vertigine dello spazio mentale che si ricollega alla mia ricerca fisica.
Sul piano intellettuale, mi riferisco a pensatori del movimento come Bergson o Deleuze, che mi hanno insegnato a pensare l’arte come flusso, come divenire, piuttosto che come forma fissa. La mia estetica nasce da queste tensioni: tra solidità e fragilità, tra costruzione architettonica e movimento instabile. È un’arte della soglia, sempre in disequilibrio, sempre in mutazione.
Quale evidenza assume lo spazio e in particolare il suo spazio connotato da presenze definite, come per esempio la scala?
Lavoro a partire dai dispositivi perché, come suggerisce Giorgio Agamben, sono essi a plasmare i nostri gesti, i nostri desideri, le nostre soggettività.
Il dispositivo, per me, non è un semplice strumento scenico, ma una matrice: un campo di vincoli e possibilità che produce senso, molto più di quanto ne illustri. Crea condizioni di apparizione.
Ciò che mi interessa non è tanto ciò che l’individuo fa nello spazio, ma ciò che lo spazio fa all’individuo, come lo trasforma, lo influenza, lo attraversa.
In questa prospettiva, il performer non è un “attore” in senso classico, padrone della propria intenzione, ma un soggetto attraversato, una presenza porosa, messa alla prova da un’architettura, da una gravità, da un ritmo.
Questo ribaltamento mi aiuta a eludere le forme classiche di antropocentrismo, in cui tutto parte dall’umano per imporsi al mondo. Qui è il mondo – le sue leggi fisiche, le sue materie, i suoi vuoti – ad agire. E l’essere umano impara a comporre con esso, in un rapporto di attenzione, di fragilità, talvolta di resistenza.
Il mio lavoro, in questo senso, non è tanto una scrittura di gesti quanto una scenografia di forze eloquenti.

Siamo rimasti colpiti dal suo ritratto sulla scala bianca, un’immagine potente e poetica. Ci ha conquistato subito il contrasto tra la tensione del movimento, la caduta, la pace del trovarsi sospesi tra le nuvole. Cosa ha il privilegio di vedere, là dalla cima di quella scala, forse irraggiungibile per la maggior parte di noi “comuni” mortali?
Dall’alto della scala non c’è alcuna vista spettacolare. Nessuna rivelazione grandiosa. Niente da conquistare, niente da dominare. Solo un leggero spostamento dello sguardo.
Uno scarto quasi impercettibile che basta a riattivare una visione antica: quella in cui le cose galleggiavano, in cui il mondo non era ancora irrigidito, assegnato, bloccato.
Ciò che cerco non è una vetta. È uno stato. Quello della sospensione.
Un istante sospeso non è un tempo vuoto, è un tempo pieno, ma sottratto all’urgenza. Un tempo che si apre dentro il tempo.
Questa è l’eternità, per me: non un al-di-là, ma un “qui” radicale, senza proiezioni.
Una presenza che non è né nel prima né nel dopo, ma nella vibrazione stessa di ciò che sfugge. Un puro battito.
Questa via di mezzo – né ascesa, né caduta – è fragile, incerta, quasi inaccessibile, eppure ci riguarda tutti.
È in questo spazio che qualcosa può ridisegnarsi. Perché la sospensione, lungi dall’essere una fuga mistica, è anche un modo per aggirare i rapporti di forza. Per rallentare, interrompere, riconfigurare ciò che sembrava inevitabile. È un atto di resistenza contro l’accelerazione, contro l’efficienza, contro la verticalità trionfante.
La scala, come molti dei miei dispositivi, non è una via verso un compimento. È una metafora della ricerca: un’ascesa che non mira a raggiungere, ma a esperire. A percepire meglio ciò che, nell’istante, trema, scompare o si rivela.
È lì che si annida, forse, una forma di libertà: in questa attenzione a ciò che vacilla.
Che ruolo ha la scelta musicale nelle sue creazioni? Il brano musicale detta una storia o diventa paesaggio?
La musica, nel mio lavoro, non è né un supporto narrativo né un semplice sfondo sonoro.
Costituisce una struttura di forze, una materia che organizza lo spazio, modifica la gravità dei corpi, influenza il ritmo dei gesti.
Come la drammaturgia che pratico, procede per intensità, per dinamiche, molto più che per racconto. Può emergere fin dall’inizio del processo come impulso fondante, oppure arrivare più tardi, come una necessità organica. Ma agisce sempre. Scolpisce l’invisibile.
Attribuisco grande importanza ai silenzi, alle pause, alle musiche capaci di aprire dei vuoti.
Amo collaborare con musicisti che concepiscono il suono come uno spazio di ascolto condiviso, non per accompagnare il movimento, ma per coesistere con esso in un equilibrio non gerarchico.
Venezia è per antonomasia una città sospesa tra il cielo e l’acqua ed è piena di scale (ponti), deduciamo che possa essere la sua città ideale! Quale il suo legame con la città?
Venezia è, ai miei occhi, una città che sfida le consuete leggi della realtà. Sembra galleggiare tra due mondi, come un sogno che ha preso forma. Ciò che mi colpisce è il suo rapporto con il tempo: un tempo rallentato, poroso, quasi sospeso.
Mi sento vicino a questa città perché costringe a rinunciare alla linea retta. Invita all’erranza, all’inatteso. A ogni angolo, una soglia. A ogni soglia, una storia possibile.
Biennale Danza 2025 – Myht Makers/Creatori di Miti
19. Festival Internazionale di Danza Contemporanea