Ritorno a casa

Marco Franzoso racconta "La madre del mare", romanzo sulla memoria e l'ascolto
di Elisabetta Gardin
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Nel nuovo romanzo di Marco Franzoso, una madre torna a casa dopo quindici anni trascorsi in un istituto psichiatrico. Tra silenzi, ricordi e gesti quotidiani, una famiglia prova a ricucire il dolore e a ritrovare il proprio posto nel mondo.

I ricordi non possono mai fare male, quelli pericolosi semplicemente non servono più e stanno bene a dormire dove sono

Scrittore molto amato soprattutto per le tematiche dei suoi romanzi, che coinvolgono la sfera personale e familiare, le questioni di genere, l’infanzia, la genitorialità, la mancanza di comunicazione, Marco Franzoso pubblica ora per Mondadori il nuovo bellissimo romanzo La madre del mare. I suoi personaggi ci colpiscono sempre, ci coinvolgono: Franzoso ha più volte ribadito che sono essi stessi a condurlo per mano durante la stesura del libro, ad indicargli la strada per raccontare la loro verità interiore. I suoi libri sanno parlare a tutti perché lo scrittore sa decifrare il linguaggio dell’anima, sa descrivere con precisione chirurgica le emozioni, persino quelle più nascoste e inafferrabili, è capace di mettere a nudo l’interiorità dei suoi protagonisti anche in modo molto duro, senza pudori. Nell’epoca dei social in cui tutti giudicano lui si astiene, sempre, dai giudizi. Ne La madre del mare i ricordi hanno un ruolo fondamentale, molti di questi vissuti di persona dall’autore o ricostruiti con l’aiuto di sua madre e dei suoi zii: le interminabili estati in vacanza al mare, le dune, i giochi sulla sabbia, la crema abbronzante, il faro, gli aquiloni. Dopo gli anni del boom però quei luoghi incontaminati dell’infanzia sono stati modificati, rovinati dalla speculazione edilizia, da costruttori senza scrupoli. Per Franzoso è anche «un libro di ringraziamento alla memoria stessa: a ciò che resta, a ciò che ritorna, a ciò che continua a parlarci anche quando crediamo di averlo dimenticato», l’autore fa dire ad uno dei protagonisti «i ricordi non possono mai fare male, quelli pericolosi semplicemente non servono più e stanno bene a dormire dove sono».
Il libro si apre con una telefonata «Sono la mamma. Mercoledì torno a casa», da questa frase si dipana tutta la storia, da quindici anni la madre non torna in famiglia, è rimasta chiusa nella “Pensione”, un carcere psichiatrico, dopo la tragica morte di Pietro, il figlioletto più piccolo, scomparso in mare mentre era affidato a lei. Nel corso degli anni l’autore ci ha offerto una galleria di figure femminili che difficilmente si dimenticano, ora ci troviamo di fronte a questa madre che ritorna a casa, in un mondo per lei quasi dimenticato, dove ricominciare un po’ alla volta, vincere le sue fragilità, le sue inadeguatezze. Vuole caparbiamente tornare alla normalità, prima tutto veniva deciso per lei, ma ora deve riconquistare autonomia, e riscopre così i piccoli gesti della quotidianità, dalla cura di sé, della casa e dei familiari, alle pulizie, alla cucina. È una donna apparentemente fragile, come i bellissimi origami che con grazia e maestria compone e lascia sparsi per casa, ma dentro di sé è coraggiosa e forte. C’è in lei la volontà potente e paziente di ricucire una famiglia lacerata dal dolore, dal distacco, di poter finalmente ritrovare serenità, armonia. Così lei inizia a raccontare, a ricordare per ricomporre un puzzle di vita vissuta, fatto di ricordi, di parenti che non ci sono più, di piccoli gesti, di gite al mare. Fondamentali nel libro sono il racconto e l’ascolto, che comportano il dare importanza all’altro, rallentare, fermarsi; a volte nella vita sembra che tutto sia irrimediabilmente perso, distrutto, ma non è così, si può recuperare, riparare, imparare a ricostruire sulle macerie metaforiche e reali, riconciliarsi, ma bisogna farlo con tenacia e dedizione. Ascoltare, raccontare dunque, ma anche i silenzi nel romanzo hanno un ruolo importante, quasi come i dialoghi; spesso madre e figlio stanno insieme in silenzio ma «non era più un silenzio pieno di vuoti. Era il silenzio in cui trovavano il loro posto».
Fanno da sfondo al libro il mare e la luce, quella del sole riflessa nell’acqua, quella troppo forte che abbaglia e non ci permette di vedere, come spesso accade quando le cose ci sono troppo vicine, forse serve sempre la giusta distanza per vedere a fondo, con chiarezza. Per ricostruire la famiglia dovrà superare molte prove, con esiti non sempre felici, come la gita al centro commerciale, la Cattedrale, o il pranzo di famiglia del 25 aprile con tutti i piatti della tradizione, quelli che piacevano ai suoi bambini ormai adulti. Ma sarà anche artefice di un gesto forte, violento: ‘rapirà’ il nipotino per creare un enorme conflitto, che forse con la sua potenza sarà lo scossone che aiuterà a risolvere, a far cadere anche le resistenze della figlia, a ricomporre la famiglia. E tutto si risolverà proprio durante una gita al mare, come quelle della loro infanzia, antichi riti, abitudini che ritornano, in un bagno purificatore in mare tra madre e figlia. Siamo avvinti dallo stile personalissimo di Marco Franzoso, dalla sua scrittura intensa, frutto di un maniacale lavoro di sottrazione, di cura, di ricerca del termine perfetto: c’è grande delicatezza in questo libro, e anche speranza. L’autore è al suo nono romanzo, da sempre molto impegnato contro la violenza sulle donne, Franzoso ha collaborato alla stesura di Cara Giulia, scritto con Gino Cecchettin dopo l’omicidio della figlia, vicenda dolorosa che a breve verrà portata sul grande schermo. Il cinema ha infatti spesso incontrato le sue opere, Il bambino indaco ha avuto grande successo nell’adattamento cinematografico Hungry Hearts di Saverio Costanzo, da La Lezione è stato tratto l’omonimo film con la regia di Stefano Mordini, con Stefano Accorsi e Matilda De Angelis.
Incontriamo Marco Franzoso.

La madre del mare parte da un’idea nata quindici anni fa, perché è stato così lungo e difficile scrivere questo libro? Per la protagonista si è ispirato in qualche modo a sua madre? Quanto c’è di autobiografico in questo racconto?
È un racconto dei sentimenti sottili, dove tutto viene per sottrazione, e ho dovuto avvicinarmi lentamente a questa storia e soprattutto a questi personaggi. Mi hanno richiesto discrezione, ascolto, disponibilità. Sono stato io il primo lettore dei loro sentimenti e del loro modo di stare al mondo. Per il resto, sì, è un libro molto autobiografico, ho scavato molto nella memoria, per dare il massimo di verità a questi personaggi era necessario raccontare qualcosa che conoscessi benissimo, il mio stesso modo di stare al mondo e di vedere le cose.

Cosa le piacerebbe restasse ai lettori di questo romanzo, qual è l’elemento da capire, da non farsi sfuggire?
In quest’epoca frenetica, dove tutto scorre troppo veloce e tende ad essere dimenticato per un presente che sommerge le nostre vite, avrei voglia che il lettore si fermasse e godesse del tempo della lettura come io ho goduto del tempo della scrittura. Mi piacerebbe che almeno alla fine restasse un senso di serenità e pace, quella che ci prende dopo la tempesta se abbiamo voglia di capirlo e di sentirlo.

Recentemente anche da La lezione è stato tratto un film, pensa che La madre del mare si presterebbe bene al cinema?
Secondo me sì. C’è la storia e ci sono i personaggi, c’è un mondo, c’è anche l’Italia che cambia in questi ultimi quarant’anni, e che fatichiamo a riconoscere, ma con cui è importante fare i conti. Soprattutto c’è un personaggio femminile che mi sembra molto attuale oggi, e mi piacerebbe vedere come un’attrice lo potrebbe fare proprio.

Il libro in cui ha collaborato con Gino Cecchettin, Cara Giulia, ha avuto un successo enorme, una tragedia che ha toccato tutti. Lei come l’ha vissuta, come pensa si possa arrivare ad un effettivo cambiamento?
Ho vissuto quel libro come un piccolo passo. Sono argomenti di cui bisogna parlare e confrontarsi senza paura e senza ritrarsi.

Suo figlio è ormai grande, frequenta l’Università. In un’epoca di “genitori fragili” e di violenza dilagante, lei che padre è?
Cerco di essere un padre che ascolta il figlio e che impara da lui. La relazione tra un padre e un figlio alla fine è un crescere insieme. Ovvio, sono io il padre, ma mio figlio mi ha insegnato molto.

La scrittura è un lavoro solitario, ma c’è qualcuno di cui si fida totalmente a cui fa leggere i vari capitoli o tutto il romanzo appena terminato?
Sì, ho un piccolo circolo di lettori amici che mi leggono da sempre, dagli esordi, anche già dopo la prima stesura. Non sono dei tecnici, sono degli amanti della letteratura e i loro consigli, sono spesso utilissimi. La scrittura è un’attività solitaria, però devi sempre pensare che deve aprirsi al mondo, al lettore. Scrivere è un continuo andare e venire tra questi due poli: guardarsi dentro, e confrontarsi con il fuori, con il mondo.

Assistiamo ad un fiorire di festival e di rassegne letterarie, anche lei presenterà La madre del mare in giro per l’Italia, ha già delle date?
Sono appena stato al Salone del Libro di Torino, per il resto sto proprio in questi giorni facendo la promozione del libro. Stiamo organizzando tutto adesso. Con questo libro, più che con gli altri, sento l’esigenza del confronto diretto con le persone, con il pubblico.

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