Rivoluzione sentimentale

Cristiana Collu e la nuova visione della Querini Stampalia
di Mariachiara Marzari
trasparente960

Dal patrimonio storico alla ricerca contemporanea, la nuova direttrice Cristiana Collu racconta la sua idea della Fondazione Querini Stampalia come uno spazio aperto, stratificato e irriducibile a una definizione univoca. Un luogo in cui tempi, linguaggi e sensibilità differenti possono convivere, generando nuove relazioni e inattese possibilità di lettura.

La Fondazione è uno spazio in cui differenze, tempi e linguaggi non si escludono, ma trovano la possibilità di convivere e di generare combinazioni inattese. Non un sistema binario, ma una costellazione di relazioni

Certamente il suo arrivo non è passato inosservato, tutti quelli che attraversano i magnifici e complessi spazi della Fondazione Querini Stampalia vengono investiti da un vento di energia nuova. È palpabile che sia in atto una “rivoluzione sentimentale”, che da un lato scava nelle radici della storia e dall’altro offre nuove prospettive della stessa, rivelando un enorme rispetto e azzardiamo “amore” verso un patrimonio non solo fatto di opere, oggetti, libri, spazi, ma anche di persone, idee, pensieri e azioni. Una valorizzazione che ridefinisce i termini dell’esporre, del creare cultura, del coinvolgere gli artisti e il pubblico. Determinata a seguire questa direzione, Cristiana Collu, storica dell’arte, curatrice, manager e docente universitaria, neo direttrice della Fondazione Querini Stampalia, senza proclami o iper-comunicazione social – da mesi aspettavamo questo incontro – sta attuando il suo mandato, costruendo di giorno in giorno la nuova identità della Fondazione e offrendo al pubblico una multi-visione del contemporaneo attraverso quattro diverse proposte espositive. Di seguito il suo pensiero.

The Dreamer – Photo Adriano Mura – Courtesy Fondazione Querini Stampalia

Come definirebbe la Fondazione Querini Stampalia?
Ogni definizione delimita e, in qualche misura, esclude. Mi sembra che la Querini resista felicemente a questa logica. Per sua natura è un luogo irriducibile a una sola categoria: più che un museo, più che una biblioteca, più che una casa o un centro culturale, è una forma complessa di coabitazione. Del resto, la vita eccede sempre le categorie che inventiamo per descriverla. Se dovessi cercare una definizione, la cercherei forse non nella tassonomia, ma nella teoria degli insiemi, nella nozione di dispositivo o nella poetica della relazione: uno spazio in cui differenze, tempi e linguaggi non si escludono reciprocamente, ma trovano la possibilità di convivere e di generare combinazioni inattese. Non un sistema binario fondato sull’alternativa, ma una costellazione di relazioni. Eppure, se dovessi scegliere una sola parola, direi: “untaggable”. Le cose più interessanti sono raramente quelle che si lasciano ridurre a un hashtag. La Querini appartiene a quella rara categoria di luoghi inesauribili, che continuano a produrre significati proprio perché non coincidono mai completamente con una definizione. Credo che sia questa natura aperta, sfuggente e profondamente transgenerazionale a renderla così contemporanea.

È stato da poco festeggiato il Q Day, il 157simo compleanno della Fondazione Querini Stampalia. Qual è il ruolo della Querini nel panorama dell’arte di Venezia e non solo?
Forse, più che parlare di ruolo, parlerei di postura, sguardo, attitudine. In continuità con la sua natura irriducibile a una sola definizione, la Querini porta nel panorama culturale veneziano e internazionale una pluralità di prospettive. Non cerca di affermare una visione univoca, ma di rendere possibili incontri, attraversamenti e letture inattese. La sua unicità ne fa un luogo di elezione in cui discipline, tempi e sensibilità differenti convivono in un mosaico culturale costruito nel tempo per addizione, attorno a una preesistenza capace di accogliere stratificazioni successive, dove il passato non è inerte ma riserva attiva che continua a produrre nuove configurazioni e a interrogare il presente intrecciando una fitta rete di relazioni a partire dalle diverse comunità di riferimento.

Installation view, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code, Fondazione Querini Stampalia © Ding Yi. Courtesy Lisson Gallery and ShanghART Gallery. Photography by George Darrell

Fin dall’inizio del suo mandato come direttrice l’obiettivo sembra essere recuperare radici e identità della Fondazione per traghettarla nel futuro. Con quali criteri ha composto e comporrà questo percorso?
Improvvisando e approssimandomi, letteralmente: nel primo caso si tratta di cogliere il proprio tempo, che ci sorprende sempre; nel secondo di avvicinarsi il più possibile a un obiettivo senza mai saturarlo. Uso una forma di orientamento che nasce da una genealogia, da un lavoro sul rapporto tra radici e futuro che è un processo di attivazione in cui memoria e promessa risultano inseparabili. Comporre questo percorso significa assumere la complessità come metodo. In questa prospettiva, il criterio non è l’ordine, ma la capacità di tenere insieme temporalità diverse senza ridurle a una sintesi, mantenendone invece la tensione trasformativa.

Installation views, Hans Hartung et la musique. The Invisible Chord, Fondazione Querini Stampalia ©Photo Tanguy Beurdeley – Courtesy Hartung Bergman Foundation, Querini Stampalia Foundation and Perrotin

La mostra The Dreamer, con il nuovo concept e allestimento della collezione in dialogo con artisti contemporanei, è un format caratterizzante che diventa manifesto di questa nuova visione. Come è nata l’idea della mostra? E come questo intreccio di arte antica e contemporanea diventa l’espressione di un rinnovato e fertile modo di vivere l’arte?
È una modalità nella quale mi ritrovo e che ha caratterizzato molti dei miei progetti. L’idea della mostra, o meglio del riallestimento della collezione Querini come se fosse una mostra temporanea, o, meglio ancora, come se non fosse affatto una mostra ma il set di un film o il palcoscenico di un’opera teatrale, è una domanda sul modo in cui le immagini abitano il tempo. Più che un dialogo tra antico e contemporaneo, The Dreamer si fonda sull’idea che le opere non appartengano mai a un solo tempo, ma siano attraversate da stratificazioni che si riattivano continuamente nello sguardo presente. In questo senso quel luogo diventa un dispositivo di montaggio, una macchina temporale in cui il percorso espositivo non segue una cronologia ma una logica di relazioni, discontinuità e ritorni. Ogni sala funziona come una sequenza autonoma e, allo stesso tempo, come parte di un sistema più ampio in cui le opere si riscrivono reciprocamente. Non una narrazione unica, ma una giustapposizione critica di frammenti che cerca di produrre possibilità di senso nello spazio tra le cose. È in questo intervallo che il visitatore non è mai semplicemente spettatore, ma parte attiva di una costruzione percettiva. L’intreccio tra opere storiche e interventi contemporanei rende evidente che l’immagine non è mai statica, ma continua a generare forme di esperienza.

Nigel Cooke, The Nurture of Jupiter, 2024, Nigel Cooke: Bad Habits, Fondazione Querini Stampalia © Nigel Cooke – Courtesy Pace Gallery

Altre tre esposizioni, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code, Nigel Cooke: Bad Habits, The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, arricchiscono l’offerta culturale e artistica della Fondazione Querini Stampalia in occasione della Biennale Arte 2026. Su quali basi ha scelto di ospitare questi progetti e quali trame creano integrandosi tra loro?
Se penso alla Querini come dispositivo espositivo, continuo a immaginarla come un multisala della visione: non un percorso unico, ma una pluralità di ambienti in cui linguaggi differenti coesistono e si attivano reciprocamente. In questa logica, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code apre una riflessione sull’architettura del segno e sui sistemi che organizzano il visibile, dove la texture e il pattern diventano forma di pensiero e codice di costruzione del mondo. Nigel Cooke: Bad Habits sposta l’asse sulla pittura come campo di sedimentazione e reinvenzione, tra gesto, memoria e instabilità dell’immagine. The Invisible Chord. Hans Hartung and Music introduce invece una dimensione di sottrazione e vibrazione che dialoga indirettamente con la ricerca di John Baldessari, dove l’immagine si costruisce per montaggio, taglio e intervallo, trasformando la visione in un processo analitico e discontinuo. Insieme, queste tre mostre compongono un campo di relazioni tra pratiche differenti del visibile e modalità che interrogano, da prospettive diverse, la costruzione stessa dell’esperienza dell’immagine.

Lavorare alla e per la Fondazione Querini Stampalia ha modificato la sua visione curatoriale?
È impossibile non essere trasformati dalla combinazione Venezia + Querini: un’addizione più simile per complessità a una funzione matematica, un’operazione che interviene direttamente a interrogare il proprio modo di guardare, leggere, tradurre e trasmettere. Sono due luoghi così densi e fluidi allo stesso tempo che è impossibile resistergli, bisogna essere osmotici, farsi attraversare e seguire il ritmo psichico e cosmico di una città sull’acqua che incanta e ogni volta affascina e sorprende custodendo il suo mistero.

Immagine in evidenza: Cristiana Collu – Photo Adriano Mura
VENEZIA NEWS #313-314

VeNewsletter

Ogni settimana / Every week

il meglio della programmazione culturale di Venezia / the best of Venice's cultural life

VENEZIA NEWS #313-314

VeNewsletter

Ogni settimana

il meglio della programmazione culturale
di Venezia