Con il Leone d’Oro alla carriera, assegnato per la prima volta a una compagnia nella storia della Biennale Danza, Bangarra Dance Theatre arriva a Venezia con Terrain. La direttrice artistica Frances Rings racconta il legame profondo tra danza, Terra e cultura delle Prime Nazioni australiane.
Come, come with us to Kati Thanda-Lake Eyre. Where the cracked salt blinds and the silence deafens. Where the long shadows sweep towards the horizon, waiting for the deluge.
Come with us to Country
Acque che salgono e scendono su una distesa di sale infinita: è il Kati Thanda-Lake Eyre, il più grande lago salato d’Australia, e da qui nasce Terrain, opera con cui Frances Rings racconta il legame tra i corpi e la Terra delle Prime Nazioni australiane. Rings, discendente del popolo Mirning, ha attinto al proprio percorso di danzatrice e coreografa per dare forma a una produzione oggi considerata iconica. A portarla in scena sono i diciotto danzatori aborigeni delle isole dello Stretto di Torres di Bangarra Dance Theatre, compagnia che dal 1989 porta sul palco un patrimonio culturale di 65.000 anni, raccontando attraverso danza, musica e poesia le Storie delle Prime Nazioni australiane, e affermatasi come una delle realtà artistiche più riconosciute della danza contemporanea a livello internazionale. Fondata da Carole Y. Johnson, Cheryl Stone e Rob Bryant, la compagnia è stata guidata per oltre trent’anni da Stephen Page, che ne ha plasmato un corpus di oltre ventisette opere; dal 2023 ne ha raccolto l’eredità proprio Rings in qualità di direttrice artistica. Lo spettacolo arriva ora in prima europea al Teatro Malibran (25 e 26 luglio): un debutto veneziano che coincide con il Leone d’Oro alla Carriera assegnato a Bangarra, il primo nella storia della Biennale Danza destinato a una compagnia. «Il tempo è mutevole, piega il passato nel presente e custodisce il futuro» racconta Rings: parole che dialogano da vicino con il tema scelto da Wayne McGregor per questa edizione, Time Does Not Exist.
Bangarra compie 37 anni e riceve il primo Leone d’Oro assegnato a una compagnia nella storia della Biennale Danza. Cosa significa questo riconoscimento per lei personalmente e cosa rappresenta per le comunità aborigene e delle isole dello Stretto di Torres che Bangarra porta in scena?
Abbiamo utilizzato la piattaforma Bangarra per più di trent’anni per dare voce ai popoli Aborigeni e agli abitanti delle isole dello Stretto di Torres, che sono le prime civiltà ad aver abitato l’Australia, per garantire la nostra presenza nel tessuto della società e per mantenere vive la nostra storia, le nostre conoscenze e le nostre narrazioni nella coscienza della nostra Nazione. Questo premio è un riconoscimento del ruolo fondamentale svolto da Bangarra Dance Theatre nel portare in scena, in Australia e nel mondo, 65.000 anni di cultura e Storie aborigene. Sono estremamente onorata e molto orgogliosa, in qualità di direttrice artistica e co-amministratrice di Bangarra, perché questo premio rende onore a tutte le persone che sono venute prima di me e che ora mi circondano: i nostri danzatori, che hanno lavorato così duramente; le nostre comunità, che si sono prodigate con grande generosità; Stephen Page, che ha guidato Bangarra per trent’anni, lavorando insieme ai suoi fratelli Russell e David Page; lo Zio Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson, che fondarono la compagnia nel 1989; la nostra prestigiosa istituzione di formazione per le Prime Nazioni, la NAISDA – National Aboriginal Islander Skills Development Association, dove molti dei nostri danzatori hanno iniziato le loro carriere.

Lei è discendente del popolo Mirning, il “popolo delle balene”, legato alla costa del Grande Golfo Australiano. Eppure Terrain esplora il deserto e il lago salato Kati Thanda-Lake Eyre, un paesaggio lontanissimo dalle sue radici. Come nasce il legame con quel territorio e cosa ha imparato lavorando con l’anziano Arabunna Reginald Dodd?
Nel maggio 2012 il popolo Arabunna ha ottenuto i diritti territoriali per Kati Thanda-Lake Eyre e le aree circostanti. Volevo raccontare la storia di questo luogo importante, caratterizzato da una vastità e da una diversità naturalistica senza paragoni rispetto a nessun altro paesaggio al mondo. È la casa del popolo Arabunna, che ha mantenuto il proprio profondo legame con Kati Thanda per migliaia di anni. La comprensione del paesaggio da parte del popolo Arabunna, insieme a tutte le variazioni del suo comportamento in costante mutamento, consente loro di interpretare la propria Terra e di viverla e percepirla come una seconda pelle. Hanno condiviso con noi storie su come Kati Thanda sopravviva e prosperi attraverso e nonostante i suoi drammatici cicli naturali di inondazioni, siccità e tutto ciò che ne consegue. Il mio legame personale con Kati Thanda si è definito visitando quella Terra e imparando dall’Anziano Arabunna, Zio Reginald Dodd, e dai custodi tradizionali. Trovarsi fisicamente in quel luogo e osservare i cicli che si alternano – siccità, alluvione e trasformazione – ha influenzato profondamente la mia coreografia. Ho anche appreso importanti conoscenze culturali e scientifiche da Zio Reginald Dodd, che è stato consulente culturale per Terrain e ha guidato la creazione dell’opera. Egli stesso accompagna regolarmente i visitatori a Kati Thanda per offrire loro la sua prospettiva Arabunna; per lui è fondamentale condividere e preservare il sapere tramandato dai suoi Anziani. Il tempo trascorso a Kati Thanda mi ha spinta a riflettere sulla mia stessa identità e sul mio rapporto con la Terra, elementi che sono poi diventati le fondamenta di Terrain.
Terrain è un lavoro creato nel 2012 ed è oggi considerato un’opera iconica. Lo portate a Venezia per la prima europea in un momento in cui il dibattito sui diritti dei popoli delle Prime Nazioni in Australia è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Come si è evoluto il significato di questo progetto nel tempo?
I popoli aborigeni, specificamente qui gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres, possiedono una resilienza che risale a 65.000 anni fa. Abbiamo subìto la colonizzazione, il genocidio, le malattie, lo sradicamento e la disuguaglianza. Abbiamo imparato moltissimo dai nostri Anziani sulla sopravvivenza, sull’adattamento e su come servirci delle sfide per rafforzare la nostra determinazione. Il significato di Terrain è importante oggi tanto quanto lo era quando l’ho creato nel 2012. L’opera osserva come i popoli delle Prime Nazioni sostengono la Terra e quanto sia vitale garantire che la conoscenza culturale venga tramandata di generazione in generazione affinché queste stesse terre vengano custodite e curate. Proteggere e preservare la Terra e i suoi siti significativi è un messaggio cruciale per tutti, non solo per le Prime Nazioni. Quando raccontiamo le nostre storie contribuiamo a guarire dalle ingiustizie. Usiamo la nostra posizione per guidare e illuminare il cammino delle generazioni future.

Ha trascorso dodici anni come danzatrice in Bangarra, poi si è allontanata per ritrovare la propria identità, infine vi è tornata come direttrice artistica raccogliendo l’eredità di Stephen Page, una delle figure chiave della storia della danza australiana. Come si porta dentro una responsabilità così grande senza che diventi un peso?
Stephen Page è un’icona del nostro settore, un leader culturale e uno stimato visionario che ha trasformato il modo di raccontare le Storie delle Prime Nazioni. Il suo lavoro incredibilmente duro, il suo sacrificio e la sua incrollabile fiducia nel potere della nostra forma d’arte come veicolo di messaggi, nonché nella sua capacità di generare un cambiamento duraturo, hanno avuto un impatto profondo sul nostro mondo. Le opere potenti che Stephen, insieme ai suoi fratelli Russell e David, ha creato per Bangarra hanno assicurato alla compagnia il prestigio di cui gode oggi sulla scena nazionale e internazionale. Non vi è alcun dubbio che l’eredità di Stephen risuonerà per intere generazioni a venire. Mi sono unita a Bangarra come danzatrice nel 1993. È stato un privilegio vedere i tre fratelli Page creare opere straordinarie e lavorare al loro fianco. Non sarei arrivata qui come direttrice artistica e co-amministratrice di Bangarra senza il tutoraggio e la guida di Stephen Page e di altri che hanno contribuito a formarmi come leader. È stato Stephen ad offrirmi la prima occasione di creare un’opera all’interno del programma Dance Clan di Bangarra dedicato ai coreografi emergenti. Questo ha aperto un percorso completamente nuovo per me e ha tracciato la rotta per arrivare dove sono oggi. Sarò sempre enormemente grata per l’opportunità di aver lavorato al fianco di Stephen e di aver potuto testimoniare il suo genio e quello dei suoi fratelli. Sono direttrice artistica e co-amministratrice della compagnia da tre anni ormai e mi sento forte della mia visione. Ho la responsabilità di custodire l’eredità di Bangarra, immaginando al contempo come continuare a crescere e a raccontare le nostre storie per creare cambiamento. Ho anche la responsabilità di garantire la sostenibilità della compagnia, inclusa la formazione dei creativi emergenti e dei leader culturali che porteranno le nostre Storie nel futuro.
Il tema della Biennale Danza 2026 è Time Does Not Exist, un concetto mutuato dalla fisica quantistica che dissolve l’idea di tempo lineare. Nelle culture delle Prime Nazioni australiane il tempo ha sempre avuto una dimensione non lineare, incarnata nel concetto di Dreamtime (tempo del sogno). Sente una risonanza tra la visione di McGregor e la cosmologia da cui proviene?
Mi immedesimo molto nel tema dato da Wayne McGregor. Il modo in cui le Prime Nazioni si relazionano con il mondo è sia fisico che spirituale e in esso il tempo non è lineare. Al contrario è mutevole, cambia forma, piega il passato nel presente e custodisce il futuro all’interno di ciò che ereditiamo. Le conoscenze culturali dei popoli Aborigeni e degli abitanti delle isole dello Stretto di Torres si muovono attraverso il racconto, il canto e la danza, ritornando ciclicamente, cosicché “tornare indietro” è anche un modo per “andare avanti”. Il tempo mutevole è un concetto delle Prime Nazioni che si configura come un continuum dinamico e incarnato: un flusso in cui ciò che è stato, ciò che è e ciò che verrà si fondono attraverso il movimento, con il fine condiviso di mantenere la cultura viva, in evoluzione e sempre presente.

Bangarra porta avanti da trentasette anni una missione che è insieme artistica e di preservazione culturale. Come si garantisce che questo lavoro resti vivo e non diventi patrimonio “museale” soprattutto di fronte alle nuove generazioni?
Il modo in cui esprimiamo le nostre Storie è decisamente contemporaneo, eppure l’essenza è antichissima. Non esiste un’altra compagnia come Bangarra. Siamo unici per il modo in cui diamo vita alle nostre produzioni, un processo molto profondo che prevede il trascorrere del tempo con gli Anziani sulle nostre terre. Sono necessari ben quattro anni per creare un’opera a Bangarra: si parte dalla consultazione con gli Anziani, che condividono con noi la loro lingua, le loro Storie, i canti e le danze che poi onoriamo in scena; si passa poi allo sviluppo, alla tournée; infine si riporta l’opera nelle nostre terre per metterla in scena per la Comunità, come ringraziamento e riconoscimento della relazione di reciprocità tra la Storia e la Terra stessa. Questo è ciò che Bangarra definisce il proprio Creative Cultural Life Cycle. Quando si assiste a uno spettacolo di Bangarra si diventa testimoni delle esperienze, delle narrazioni e delle vicende storiche dei popoli delle Prime Nazioni. Per noi il palcoscenico è uno spazio sacro e ogni elemento – dalla scenografia ai costumi, dalla coreografia alle luci fino alla composizione musicale – evoca la Storia, lo spirito, le persone e la Terra. La mia speranza per il pubblico, quando assiste a una performance di Bangarra, è che si senta come se lo avessimo condotto nella nostra Terra, invitandolo a unirsi a noi in un viaggio di guarigione.