A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov, Venezia rende omaggio a Ilya ed Emilia Kabakov con Diario veneziano, grande opera collettiva che trasforma memorie, oggetti e storie dei cittadini in un ritratto corale della città.
La memoria collettiva e personale è fatta di memorie storiche, artistiche e culturali. Siamo l’unica specie al mondo ad avere una memoria culturale
A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov Venezia rende omaggio a una delle più importanti coppie artistiche della scena internazionale con Diario veneziano, progetto monumentale e partecipato concepito da Ilya ed Emilia Kabakov. Frutto della loro visione condivisa, l’opera collettiva ospitata a Ca’ Tron dal 9 maggio al 28 giugno pone al centro le storie, le memorie e gli oggetti dei veneziani, restituendo un intenso autoritratto corale della città e riaffermando la forza poetica e concettuale che ha reso il duo una figura di riferimento nell’arte contemporanea mondiale. Parlare con Emilia Kabakov pochi giorni prima dell’inaugurazione della mostra è stato come toccare con mano la loro arte, vissuta prima che realizzata, e soprattutto comprendere ancora una volta la fortuna di vivere a Venezia. Grazie Emilia!

Come è nata l’idea di questo progetto?
Tutto è iniziato molto tempo fa a Gand, quando nel 1993 Jan Hoet e Baray decisero di fare qualcosa che coinvolgesse la città. Hoet conosceva molte persone a Gand, essendo nato lì, e decise di invitare quattro artisti (tra cui noi) a creare delle opere prendendo come spunto gli oggetti degli abitanti della sua città. Io ed Ilya ci siamo ispirati a questa idea ed abbiamo deciso di creare un museo solo per oggetti di uso comune provenienti dalla gente di Gand, oggetti che non vengono presi in considerazione dai musei tradizionali in quanto privi di valore storico o culturale, ma che tuttavia hanno un significato simbolico importante per i proprietari. Ognuno di questi oggetti, infatti, doveva essere accompagnato dalla propria storia. La nostra installazione, ospitata all’interno della mostra collettiva Rendez(-)Vous al Museum van Hedendaagse Kunst, ha avuto un grande successo di pubblico: praticamente tutta la città di Gand è venuta a visitarla. Gli abitanti erano molto incuriositi non solo dagli oggetti esposti, ma soprattutto dalla storia di ciascuno di essi: era un modo per instaurare un legame tra le persone. Il rapporto umano, in particolare quello familiare, è molto importante per me, perché viviamo in un periodo molto difficile e instabile, dominato dall’odio e da un senso generale di pericolo che negli ultimi 50-60 anni non ha mai raggiunto livelli così alti. L’idea di organizzare una mostra simile anche a Venezia assume oggi un significato del tutto particolare. La città è unica per essere costruita completamente sull’acqua e per il suo immenso patrimonio culturale, da sempre meta preferita di poeti, musicisti, scrittori, ballerini, artisti. Molti di loro hanno vissuto per anni qui, sono morti qui e qui sono stati sepolti. Ilya ha partecipato a ben nove Biennali, per cui abbiamo trascorso molto tempo in città e questo ci ha dato la possibilità di lavorare assieme ai suoi abitanti, di parlare e di scherzare con loro e di comprendere come vivono qui e perché vivono qui. Alcuni di loro sono nati a Venezia, altri si sono qui trasferiti da altri paesi. Attualmente vi è una forte immigrazione da diverse parti del mondo. C’è chi si è trasferito per fuggire dalle guerre che stanno dilaniando i rispettivi paesi, altri per diversi motivi. Ma perché vengono a Venezia? Ci sono molte altre città più grandi che offrono opportunità migliori. Diario veneziano aiuta a capire proprio questo: perché ami questa città? Che cosa ti lega ad essa? Come vedi il futuro della città e il tuo, qui? Abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di rispondere a queste semplici, dirette domande attraverso un oggetto che rappresentasse il loro rapporto con Venezia.

Come hanno risposto alla creazione di un’opera d’arte?
Il titolo stesso riflette il risultato: Diario veneziano presentato da Ilya, Emilia Kabakov e gli Abitanti di Venezia. È un vero e proprio lavoro collettivo. A tutte le persone coinvolte dico chiaramente che se l’idea è stata mia, i veri artefici del progetto sono loro. Se qualcuno decide di partecipare, significa che si fida di noi ed è dunque disposto a svelare parti di sé stesso attraverso un oggetto che è espressione profonda della propria vita personale (famiglia, lavoro, ecc.).
Gli oggetti sono tutti in qualche modo connessi alla città, all’arte, alla vita, alla memoria che ciascuno di essi custodisce.
La memoria collettiva e personale è fatta di memorie storiche, artistiche e culturali. Siamo l’unica specie al mondo ad avere una memoria culturale. Gli animali hanno una memoria genetica ma non culturale.

Il Diario sembra essere una sorta di mosaico umano multiforme e al contempo semplice. Cosa rimarrà di esso dopo la mostra?
Speriamo che il progetto continui, magari su internet, ingrandendosi, visto che ci sono molti veneziani che vivono in tutto il mondo. Potrà diventare un vero e proprio archivio degli abitanti di Venezia, dei loro ricordi, della loro vita, della loro città.
Questa idea richiama il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk: sia il libro sia il museo raccolgono oggetti che rimandano a una grande storia d’amore. Il Padiglione Spagnolo raccoglierà cartoline da tutto il mondo, senza curarsi del perché, di come e di chi le abbia scritte. Anche qui tornano ricordi e luoghi, come in una linea condivisa da diversi artisti nel generare immagini e narrazioni.
Oggi siamo abituati a viaggiare molto, quindi siamo tutti più o meno internazionali, in particolar modo gli artisti, e per questo abbiamo perso la vicinanza con la comunità. Penso che questa sia la ragione per cui odio e pericolo stiano aumentando in maniera esponenziale. All’interno di una comunità ci si fida l’uno dell’altro. Il futuro del mondo dipende dalle singole comunità e, più in generale, da quelle di tutto il mondo.

Il suo lavoro è sempre stato collegato a performance collettive. Quale tipo di influenza o rapporto lega lei alle persone e viceversa?
Non parlerei di influenza; inconsciamente dipendiamo sempre da qualcun altro, anche senza rendercene conto. Io e Ilya abbiamo un modo diverso di considerare ogni relazione. Ilya crea personaggi basati sulla paura di qualcosa. Tra questi c’è chi ha paura dello spazio, chi ha paura di essere visibile, pensando che essere invisibile sia più sicuro, chi vuole evadere dalla realtà: tutti i suoi personaggi girano attorno all’idea di evasione, perché Ilya stesso aveva paura della realtà. Io sono diversa. Ho imparato a lavorare con la realtà, a cambiarla e a cambiare anche le persone, il che non significa manipolarle. Credo che tutti, anche i cattivi, abbiano qualcosa di buono dentro di sé, pur senza sapere di averlo. Quando andai a Cuba con mia nipote, che aveva all’epoca circa dieci o undici anni, decisi di portare con me anche dei bambini americani per farli partecipare ad una performance assieme a dei bambini cubani, cosa che non avveniva dal 1958. Fu uno scandalo. Può ben immaginare, tutta Miami si rivoltò contro di me! Una donna in particolare, che aveva un museo, mi telefonò gridandomi: «Che cosa stai facendo? Hai intenzione di parlare con Castro?». Al che le risposi: «Non è necessario che parli con Castro, inoltre Castro è troppo vecchio, non parla più». Incalzò: «Stai andando a Cuba, sei terribile. Avresti parlato anche con Hitler e Stalin». Le risposi: «Sì, lo avrei fatto, perché se qualcuno avesse parlato con Stalin e lo avesse convinto a diventare sacerdote, non sarebbe stato lo Stalin che conosciamo, dato che avrebbe svolto la propria attività in un campo completamente diverso. Se qualcuno avesse permesso a Hitler di iscriversi all’accademia d’arte, anche se come artista non fosse affatto bravo, forse non sarebbe diventato Hitler, perché si sarebbe realizzato in modo completamente differente. Credo che parlare con le persone sia fondamentale per dar loro modo di esprimersi in campi diversi da quelli a cui sembrano essere destinate, ecco perché amo parlare con le persone fin da piccole». L’arte di ascoltare gli altri è molto importante. È esattamente quello che è successo qui a Venezia. Nelle settimane scorse in moltissimi sono venuti a portarmi un loro oggetto ed alcuni di loro ci tenevano in particolar modo a raccontarmene la storia. Alcune storie sono davvero incredibili, altre sono solo storie personali. È evidente che oggi le persone hanno bisogno di attenzione da parte degli altri. Molte di esse si sentono sole, anche se magari hanno 15.000 amici sui social; in realtà non hanno nessuno con cui parlare o disposto ad ascoltarle nel momento del bisogno.

Che cosa rappresenta per lei Venezia?
Venezia era il sogno di mio padre ed è anche il mio. Quand’ero bambina e vivevo in Unione Sovietica con la mia famiglia, ogni domenica mio padre metteva a letto me e mia sorella e ci raccontava una storia che parlava della nostra famiglia che fuggiva dall’Unione Sovietica per andare a Venezia, dove avremmo visitato tutti i musei e fatto un giro in gondola. Dentro di me sentivo che un giorno avrei lasciato l’Unione Sovietica, sarei andata a Venezia e avrei fatto un giro in gondola. Era il mio sogno e ora si è realizzato. Si realizzò fortunatamente anche per i miei genitori: quando lasciarono l’Unione Sovietica, infatti, la prima città che visitarono fu proprio Venezia.
Quindi Venezia, in un certo senso, significa libertà?
È più legata all’idea di inclusività; qui mi sento non dico proprio pienamente a casa, ma certamente ben accolta.