Visioni di un tempo disturbato

Con Alberto Barbera alla scoperta di Venezia 82
di Massimo Bran, Mariachiara Marzari
trasparente960

Cinema americano indipendente, filmografia francese e italiana per un’edizione che tra scoperte e conferme si preannuncia memorabile. Julia Roberts, George Clooney, Guillermo del Toro e Jim Jarmusch sono solo alcuni degli invitati da Alberto Barbera ad una Mostra del Cinema che celebra con i Leoni alla carriera Kim Novak e Werner Herzog

L’industria cinema e le onde nervose che la attraversano, il vecchio format del festival che si reinventa di lustro in lustro rimanendo, mai come oggi, autentico epicentro dei linguaggi della settima arte, sempre più vetrina principe per una teoria infinita di film che faticano a mostrarsi altrove, le ataviche contraddizioni di questo magnifico e complicato Lido, che attrae e respinge insieme un pubblico sempre più composito e famelico di immagini in movimento, i grandi maestri e le nuove scoperte, la grande storia e i drammi intimi, i nuovi linguaggi digitali e ancora qualche meravigliosa commedia a portarci via col soffio più o meno romantico dell’immaginazione, dell’evasione dell’arte-spettacolo per eccellenza… Parlare ogni anno con Alberto Barbera, che oramai è l’incarnazione presente della Mostra del Cinema, è per noi un viaggio in questi mille e altri mondi che caratterizzano la galassia della più straordinaria macchina dei sogni della modernità. E Venezia è sempre una garanzia per vivere al top un viaggio in questo universo caleidoscopico: 82 edizioni e 93 anni e davvero non dimostrarli. Ebbene, entriamo in verticale in questo mare di emozioni della Mostra 2025 accompagnati dal suo maestro d’orchestra. Buon viaggio.

Dopo decenni di duro impegno quotidiano su questo non facile terreno, il dato più divertente, intrigante, del lavoro di selezione e quello più snervante e faticoso. Cosa è cambiato in questo processo lavorativo negli anni?
Il dato più divertente e fertile, sia professionalmente che da un punto di vista relazionale, è costituito senza ombra di dubbio dalla fittissima rete di conoscenze che si è venuta via via sviluppando in questi lunghi anni. Ormai conosco quasi tutti nel cinema, i registi, gli attori, i produttori… Ogni Mostra diventa occasione per ritrovarsi, il piacere di rinnovare dei rapporti che nel corso del tempo si consolidano, si approfondiscono, relazioni fondate sulla fiducia, sul rispetto, sulla stima reciproca. È estremamente bello e gratificante tutto questo, sì. Il dato invece più faticoso, più problematico, è dover misurare quanto tutto sia divenuto estremamente più complicato nel processo di selezione dei film. Dopo il Covid è cambiato tutto, questo lo sappiamo bene. Sono aumentate le incertezze, sono saltati tutti i riferimenti. Le difficoltà dell’industria del cinema sono sotto gli occhi di tutti; quelle del mercato distributivo le potremmo definire, senza timore di suonare esagerati, addirittura “gigantesche”. Siamo molto lontani dall’aver raggiunto un riassetto, un equilibrio fra le piattaforme e le sale tradizionali che possa mettere l’intero comparto industriale in sicurezza. Sono lievitate enormemente l’incertezza, l’angoscia. Lo stesso aumento della produzione è un sintomo eloquente di questo disagio: ogni soggetto impegnato in questo mercato continua a produrre senza rallentare il ritmo, sperando poi di poter trovare collocazione in uno degli sbocchi che questa industria al momento offre, vale a dire i numerosi canali streaming tematici o le svariate piattaforme, libere o a pagamento che siano. Ci sono molti più soldi rispetto al passato, anche se tutti si lamentano del contrario sapendo di mentire: di soldi ce ne sono tantissimi, i finanziamenti arrivano da tutte le parti, privilegiando la quantità a scapito, va da sé, della qualità. Ci sono anche, fortunatamente, alcuni film che riescono ad essere venduti alle piattaforme ancora prima di essere realizzati, ma si tratta di eccezioni, lavori di registi affermati che possono permettersi un progetto creato su misura per loro. Nella stragrande maggioranza dei casi i film vengono comunque realizzati per non perdere i finanziamenti concessi, sperando poi, a lavoro bello e concluso, di trovare collocazione in uno dei tantissimi canali distributivi. Non sono affatto pochi, però, i casi in cui la qualità del prodotto finito è talmente scarsa da rendere impossibile ogni sorta di collocazione. Ecco però che intanto i soldi sono stati spesi. Alla luce di questa complessa e caotica situazione, il passaggio in un festival cruciale come Venezia diventa quindi strumento essenziale, se non addirittura prioritario, per poter fare promozione ad un film, visto che le tradizionali forme di comunicazione pubblicitaria sono oramai ridotte al lumicino. Da qui il profluvio di opere che ci vengono sottoposte quotidianamente senza soluzione di continuità: non faccio altro per tutto l’anno se non guardare film e gestire contatti. Ad essere aumentate non sono tanto le pressioni politiche di cui si parla spesso, quanto quelle di produttori e distributori, in alcuni casi davvero asfissianti. Riuscire a conquistare un posto a Cannes, Venezia, Toronto o Berlino è diventato essenziale per il futuro di un film; vuol dire farlo uscire dal cono d’ombra in cui, nella stragrande maggioranza dei casi, è destinato a rimanere confinato. Fino a poco tempo fa quando comunicavo agli interessati la mia decisione di non includere il loro film nella selezione ufficiale, la cosa finiva lì. Adesso la quantità di sollecitazioni successive ad un mio rifiuto è a dir poco impressionante: «Guarda che ti sbagli! Non hai capito il film, l’ho fatto vedere a moltissima gente e tutti mi dicono sia un capolavoro. Forse dovresti rivederlo per essere sicuro di averlo compreso davvero». E dopo aver spiegato in maniera cortese ma al contempo perentoria al produttore di turno di come non vi siano i presupposti per inserire un dato film in Concorso, ecco magari vederlo tornare alla carica richiedendo per la pellicola “almeno” una collocazione diversa, magari Fuori Concorso o in una proiezione speciale. Parliamo di soggetti spesso non propriamente eccelsi nella gestione dei film che producono, che magari hanno iniziato il lavoro senza avere un distributore che si potesse occupare poi della promozione e della collocazione del prodotto finito. Ormai posso dire di passare tutto l’anno, tutti i giorni dalle 9 alle 18, ad intrattenere rapporti via mail per spiegare ai vari soggetti le motivazioni che mi hanno portato a scegliere un film, o viceversa a non sceglierlo, chiedendo loro di attendere il tempo dovuto prima di potermi pronunciare. In alcuni casi la vicenda assume i contorni dell’incubo. Non vivi più! Non posso leggere libri, non posso ascoltare musica, non posso uscire con gli amici la sera, semplicemente non ne ho il tempo. Fermi tutti, però. Si tratta di un lavoro entusiasmante, estremamente gratificante. Si entra in contatto con diversi film brutti, questo è inevitabile che accada, ma quando ne incontri uno bello sei ripagato di ogni tipo di fatica e travaglio.

In una mole così estesa di opere presentate è naturale che vi sia una varietà altrettanto ampia di generi in cui queste stesse opere si iscrivono. Ci sono sempre però nelle varie epoche storiche dei linguaggi, degli approcci al fare cinema che emergono più di altri. In questo momento ci sembra di notare come documentari e film a carattere politico e storico la facciano se non proprio da padroni, da primi protagonisti senz’altro. È davvero così a suo avviso e se sì perché? Quali ulteriori direzioni estetiche o semplicemente narrative emergono più di altre nella selezione?
In linea generale c’è di sicuro un ritorno al cinema della realtà. Anche il cinema di finzione e d’autore tende sempre di più a occuparsi di fatti reali, della contemporaneità, dei grandi temi con cui bisogna fare i conti tutti i giorni: guerre, cambiamento climatico, tensioni sociali, discriminazioni, populismo, dittature. È chiaro che non sono riflessioni cronachistiche come quelle che ci arrivano dai media tutti i giorni, ma piuttosto occasioni di riflessione profonda, articolata, contraddittoria su tematiche a dir poco complesse. È proprio la complessità che dà origine alla capacità di un artista di lavorare su questi temi in maniera personale, originale, interrogandosi e interrogandoci di riflesso. Nessuno di questi autori ha la risposta in tasca, naturalmente. Ciascuno a proprio modo, però, invita alla riflessione, a prendere in considerazione aspetti che la cronaca ignora, trascura o sottovaluta e per i quali il cinema si conferma impareggiabile strumento di conoscenza. Al di là di tutto il cinema rimane una straordinaria forma di intrattenimento, un’esaltazione della bellezza, un invito a perdersi nell’estasi. Però poi è anche un formidabile strumento di conoscenza del mondo, della contemporaneità, di noi stessi in definitiva. Con una capacità che altre forme artistiche non possiedono con eguale incisività. Un quadro o un brano musicale rappresentano esperienze estetiche impareggiabili, ma meramente estetiche. Il cinema è certo anch’esso esperienza estetica, ma nello stesso tempo è capace di offrire visivamente e narrativamente strumenti per capire meglio chi siamo, dove viviamo, quali sono i problemi con cui abbiamo a che fare.

Si avverte nel cinema una perdita della meravigliosa lievità, leggerezza che lo caratterizzava sin dal suo primo esistere. È evidente che le crescenti tensioni geopolitiche sempre più ingestibili e quindi angoscianti, così come la crescente complessità delle relazioni in un mondo in vorticosa mutazione, abbiano sottratto spazio a quello che era uno dei tratti prevalenti della settima arte, ossia la sua natura eminentemente di intrattenimento, la sua cifra brillante, la sua capacità di emozionare, di divertire. È un dato prevalente che ha registrato anche lei in questi ultimi anni, oppure è sempre andata in qualche modo così?
Per certi aspetti sì, assolutamente. Io ho l’impressione che il cinema di oggi sia estremamente polarizzato. Da una parte vi è il cinema d’autore, che sempre più si esprime in forme drammatiche. Una volta i grandi autori del cinema classico realizzavano delle commedie semplicemente meravigliose; oggi la stagione delle commedie maiuscole è finita. Punto. Dall’altra parte, invece, vi è il puro intrattenimento di genere, anzi, la riproposizione fino alla noia di schemi, storie e strutture narrative usurati. Un’incapacità di reinventarsi che è impressionante e che ben restituisce la vera crisi dei grandi Studios, capaci ormai di proporre solo sequel di sequel senza più pensare a qualcosa di originale, come nella loro storia invece hanno sempre saputo fare. Nel passato ogni stagione cinematografica era una fonte di novità e originalità; oggi l’esito di una pellicola è di due tipi: ripetitivo o drammatico. Venezia è innanzitutto un festival d’autore, quindi è normale che qui la leggerezza venga soppiantata da un tono che potremmo definire perlomeno preoccupato.

I Leondi d’Oro alla carriera. Un’incredibile attrice, o meglio, un’autentica musa di Hollywood, e uno straordinario, quanto controverso, regista. Quali elementi, al di là delle loro evidenti doti e dei conseguenti loro altissimi esiti artistici, rendono uniche le loro personalità nella storia del cinema? Quali per lei i capisaldi imprescindibili di Kim Novak e di Werner Herzog?
Credo che non si possa davvero temere di essere smentiti definendo Herzog il più grande documentarista vivente, oltre al fatto che è colui il quale ha fatto saltare credo definitivamente tutte le barriere che ancora esistevano tra il cinema documentario e quello di finzione. Un regista che ha giocato a mescolare completamente le forme, i linguaggi, le estetiche, per cui a volte diventa difficile nei suoi film distinguere nettamente la realtà che lui riprende e quello che poeticamente aggiunge, inventa, manipola nel senso migliore del termine. Tutte le volte che gli viene chiesto come interpretare ciò che sta riprendendo, risponde: «Vado alla ricerca di una forma di verità superiore, di una rappresentazione che sia più efficace della semplice e banale riproduzione meccanica di quello che sta succedendo». Senza contare poi i suoi film narrativi in senso tradizionale, accanto a lavori di pura documentazione di eventi clamorosi quale quello dell’incendio dei pozzi di petrolio in Iraq di Apocalisse nel deserto, oppure ancora di eventi naturali che si è trovato a riprendere in condizioni estreme, cosa che molti altri registi non hanno avuto il coraggio e la possibilità di fare. Werner Herzog ha spinto i limiti della rappresentabilità sino a livelli in precedenza sconosciuti, ampliando enormemente la nostra capacità di vedere. Il suo tentativo è stato sin dall’inizio quello di andare alla ricerca di immagini mai viste prima e di sondare l’irrappresentabile, scontrandosi con il fatto che sono sempre meno le cose che non sono mai state viste, data la capillare diffusione di contenuti a cui abbiamo accesso anche solo tenendo in mano un semplice telefonino. Questo suo ultimo film che presenterà qui a Venezia non fa eccezione, con quell’incredibile ricerca di un elefante che si credeva estinto e che invece lui riesce a trovare. Quali altri documentaristi portano avanti una missione personale di tale intensità e visionarietà? Ci sono professionisti eccezionali, bravissimi sul fronte della documentazione, ne abbiamo in Mostra anche quest’anno, ma Herzog si è dimostrato sempre un passo avanti a tutti. Kim Novak è stata una delle maggiori icone dello star system hollywoodiano, paragonabile a Marilyn Monroe, ma con una differenza sostanziale. Entrambe hanno subìto lo stesso processo: gli Studios hanno imposto loro di cambiare il colore dei capelli, il nome, trasformandole in sex symbol contro la loro volontà. Marilyn è stata vittima di questo sistema al punto di morirne. Kim ha invece combattuto cercando sempre di resistere a questa gabbia dorata in cui la si voleva rinchiudere e da cui poi è riuscita a fuggire, mettendo volontariamente fine a una carriera strepitosa. Ha creato la propria casa di produzione, combattuto per avere aumenti salariali a favore delle attrici adeguati a quelli dei loro colleghi maschi, lottando tenacemente e lucidamente contro un sistema nel quale era pienamente inserita e che l’aveva portata a essere una delle icone più conosciute, apprezzate e amate in tutto il mondo. Una donna che ha saputo ‘chiamarsi fuori’ e che è arrivata a 92 anni facendo quello che più le piaceva, dipingendo e andando a cavallo, lontana dalle scene e dai riflettori. Un personaggio mitico che volevamo assolutamente venisse celebrato dal grande pubblico. Lei ed Herzog, in maniera diversa ma altrettanto potente, sono senza dubbio due figure ‘sfidanti’.

Il meccanismo di selezione delle giurie. C’è una ricetta, se ve n’è una, da seguire per costruire una compagine equilibrata e di alto livello qualitativo da un punto di vista critico, della lettura di una teoria di film così diversi e di così variegata provenienza ed estrazione?
Le giurie rappresentano un altro, piacevole, rompicapo! Per ragioni pratiche innanzitutto, dato che settembre è un mese di lavoro intensissimo per gli operatori e quindi per trovare 20 persone è necessario spedire almeno 200 inviti, dal momento che i più tra i papabili giurati di un grande festival qual è il nostro sono impegnati sul set o in post produzione, oppure, che so, nel casting o nella stesura di una sceneggiatura. Aggiungeteci poi che la nostra linea è quella di non avere mai due persone dello stesso Paese in giuria, perché si potrebbero creare dei fronti comuni di supporto a questa o a quella pellicola, e capirete bene, allora, quanto sia complessa la formazione di questa speciale squadra giudicante. È necessario selezionare persone che conoscano davvero il cinema, che siano curiose, poco o per nulla autoreferenziali, con una visione aperta verso le cinematografie di tutto il mondo. Alla fine la maggioranza di loro sono registi, attori o attrici di livello internazionale che viaggiano, che vedono un sacco di film, che conoscono questo mondo grazie alla propria diretta esperienza sul campo. Sono scelte per la gran parte dei casi derivanti da conoscenze personali o comunque da sensazioni derivanti dalla nostra cultura, dalle nostre esperienze necessariamente versatili in questa multiforme industria culturale. Alla fine i giurati scelti sono tutte persone che conosco personalmente, per cui sotto questo aspetto vado sul sicuro. Tuttavia non sai mai con certezza quali dinamiche si sviluppino in questi gruppi di lavoro mettendo insieme personalità diversissime, ciascuna con la propria testa e la propria voglia di combattere, di imporre il proprio punto di vista. Si tratta di dinamiche complesse che alla fine il Presidente di giuria è chiamato a gestire trovando una mediazione fra gusti diversi e culture lontane, che producono letture, interpretazioni, va da sé, assai difformi le une dalle altre. Una sfida non facile, ma sempre affascinante e stimolante.

Il Concorso: grandi maestri, esordienti, fiction, doc, commedie, film politici… Non potendo affrontarli tutti uno per uno, a braccio, a mente libera, delle istantanee personali su alcuni di questi attesissimi film che abbiamo selezionato tra i 22 in corsa per il Leone. Partiamo da La Grazia di Paolo Sorrentino.
Un film veramente sorprendente, fin dalla prima inquadratura. Inaspettato, originalissimo, su cui non si può dire nulla proprio per non rovinare il piacere di scoprire un lavoro che man mano che va avanti diventa sempre più stupefacente. Sorrentino mescola toni leggeri, umoristici, con temi invece seriosi, profondi. Al centro di tutto un grandissimo Toni Servillo, sicuramente in una delle sue interpretazioni più misurate e impressionanti. Un Sorrentino che rinuncia a tutti i barocchismi, i formalismi degli ultimi film, talvolta ridondanti, per ritrovare una secchezza e un rigore che avevamo già visto nei suoi primi film, vedi Le conseguenze dell’amore. Un film rigoroso, fatto soprattutto di primi piani, campi medi, tutto al servizio di una storia ricostruita in un ambiente di finzione, ma nel quale non è difficile riconoscere personaggi ed esperienze attinenti alla sfera personale dell’autore.

Grande attesa anche per il film (geo)politico Le mage du Kremlin di Olivier Assayas.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli che ha avuto molto successo in particolare in Francia, pur essendo conosciuto a livello globale. Un romanzo il cui personaggio principale è di finzione, ma in cui tutto il resto è reale. Un film che ricostruisce l’atto finale dell’Unione Sovietica, dal suo crollo e dal conseguente imporsi sulla scena politica degli oligarchi fino alla salita al potere di Putin, oggi più che mai al centro dello scacchiere politico mondiale. Un lavoro impressionante, dove in due ore e mezza si assiste all’inquietante ‘dietro le quinte’ di questo crocevia epocale. Un film che ci mostra cose che non sappiamo, che non abbiamo mai saputo e che nessuno ci ha mai raccontato. Paul Dano e Jude Law, qui nei panni di Vladimir Putin, sono al centro di questa storia con interpretazioni memorabili. Dano ancor di più di Law, nel senso che, grazie ad un’interpretazione di calibrata misura che rasenta la perfezione, arriviamo quasi a provare una certa empatia verso un personaggio capace di azioni terribili. Era propriamente questa una delle maggiori preoccupazioni di Assayas, ossia che il personaggio potesse suscitare una certa simpatia, ma Paul Dano è riuscito mirabilmente a rendere ogni sfumatura percettibile e funzionale al risultato. La dolcezza con cui si presenta, l’intelligenza delle sue intuizioni nel ‘costruire’ determinate situazioni ci fanno riflettere amaramente sull’essenza del potere.

Ci incuriosisce moltissimo, poi, il primo film dietro la macchina da presa di Shu Qi, Nühai / Girl.
Attrice all’esordio nel ruolo di regista, già componente della giuria internazionale presieduta a Venezia da Damien Chazelle nel 2023, Shu Qi era impegnata da circa sei anni nella stesura della sceneggiatura di questo lavoro. Si tratta di un’opera in cui sono evidenti gli omaggi diretti ed espliciti ai suoi grandi maestri, su tutti Wong Kar-wai. Shu Qi è una delle più grandi star viventi dell’intero cinema del sudest asiatico e però raramente capita di vedere in un lavoro di esordio alla regia un esito così ben pensato, costruito, ‘sentito’ da tutti i punti di vista. Su tematiche importanti, poi, perché incentrato sulla condizione femminile a Taiwan negli anni ‘80 e ’90 attraversando più generazioni. Un film coraggioso, che non essendo cinese non è passato sotto l’implacabile scure della censura. Un film che entra duro su questi temi senza essere prevedibilmente provocatorio. Una bella scommessa.

Il momento forse più brillante, sdrammatizzante di questa Mostra inevitabilmente attraversata dai venti oscuri del nostro tempo. Parliamo naturalmente di Jay Kelly di Noah Baumbach, con protagonista una delle star più presenti in questi anni qui al Lido, George Clooney.
Eccolo finalmente, in questo prevalente mare di violente perturbazioni, un film leggero e godibilissimo, commedia per gran parte girata in Italia con George Clooney al top delle proprie capacità performative e gigionesche. Un Clooney tuttavia controllatissimo, misurato, sempre simpaticissimo, che interpreta il personaggio complesso di un attore in piena crisi di identità.

L’attesissimo ritorno di una delle più grandi registe viventi, Kathryn Bigelow, a presentare il suo attualissimo ultimo lavoro A House of Dynamite.
Kathryn Bigelow è protagonista di un grande ritorno. Avrei voluto più volte averla a Venezia in questi anni; avevo pensato al Leone d’Oro alla carriera e alla Presidenza di una giuria, ma non eravamo mai riusciti alla fine a far combaciare i nostri impegni. Oggi finalmente è di nuovo con noi al Lido con un film bellissimo, inquietante e quanto mai attuale, dato che si tratta di un lavoro incentrato sul ritorno dell’incombente minaccia dell’utilizzo di armi nucleari. Una grandissima regista che è stata assente troppo tempo dopo un ultimo film, Detroit del 2017, che purtroppo è stato gestito malissimo dagli Studios. Una pellicola bellissima che è stata distribuita in America in maniera limitata e in una finestra temporale non adeguata, per poi finire su qualche piattaforma dove per fortuna chi ama il suo cinema, tra cui il sottoscritto, è riuscito a vederla. Si trattava di un film che poteva benissimo essere in selezione a Venezia per poi uscire in sala in autunno, ma purtroppo è stato deciso diversamente. Noi non vediamo l’ora di rivederla in sala con questa sua ultima, attesissima opera e siamo perciò felicissimi di averla qui in Mostra.

DUSE © Erika Kuenka

Sempre in Concorso troviamo tre indiscutibili esponenti del cinema più originale degli ultimi decenni, registi fuori dagli schemi, diventati nel tempo autori di autentico culto: Guillermo del Toro, Yorgos Lanthimos e Jim Jarmusch. Quale la loro rispettiva cifra identitaria inconfondibile e che cosa dobbiamo aspettarci da questi ultimi loro lavori?
Frankenstein è il film della vita di Guillermo del Toro, nel senso che erano anni che sognava di realizzare un proprio Frankenstein, riferimento a cui si è sempre ispirato anche per tutti gli altri lavori, per tutti gli altri suoi ‘mostri’. Un lavoro che sino ad oggi non era riuscito a realizzare per via dei suoi altissimi costi produttivi e che grazie alle risorse messe a disposizione da Netflix oggi diviene realtà. Film estremamente spettacolare, con scene straordinarie da godere per il puro piacere della messa in scena. Guillermo del Toro si prende anche alcune libertà rispetto al libro, i filologi radicali avranno di sicuro qualcosa da obiettare, ma rimane nel complesso abbastanza fedele al dettato originario. Per quanto riguarda Lanthimos, beh, ci troviamo di fronte a un autore che riesce sempre a sorprendere; ogni suo film è diverso dal precedente ed è una scommessa sempre molto rischiosa. Lo è anche il suo ultimo lavoro che presenterà qui da noi, Bugonia, remake di un film coreano di genere del 2004 che non aveva avuto molto successo. Il regista greco mescola linguaggi, temi e generi così diversi che di norma è alquanto difficile da tenere assieme. Cinema di fantascienza, cinema di denuncia politica, sociale… Fortunatamente il film coreano è stato visto da pochissimi spettatori e quindi non si sa esattamente cosa potersi aspettare. Un film che lascia senza parole e che prende letteralmente in contropiede il pubblico, con Emma Stone ancora una volta in stato di grazia. Lanthimos conferma ancora una volta la propria straordinaria capacità di sorprendere spettatori e attori, confezionando film che poi riescono sempre a trovare grandi distribuzioni. Da regista pluripremiato agli oscar, e non solo agli oscar, oramai può fare davvero quello che più gli aggrada. Per fortuna! Jim Jarmush, per chiudere il tris di questi straordinari cineasti, finalmente torna a Venezia dopo l’episodio di Coffe & Cigarettes del 2003. Un regista che amo tantissimo anche per pellicole che non hanno avuto grande successo e che avrei voluto portare a Venezia, tranne forse The Dead Don’t Die, che personalmente considero un film mancato. Sono molto contento che sia venuto qui da noi innanzitutto perché il suo film, Father Mother Sister Brother, mi è sembrato semplicemente bellissimo: un lavoro in cui si ritrovano tutto il suo cinema, tutte le sue tematiche, il suo approccio stilistico e formale, ma dove vi sono anche alcune sorprese. Si tratta di tre episodi girati il primo in New Jersey, il secondo in Irlanda, il terzo a Parigi, con un cast stellare in tutte e tre le parti del film. È evidente che i protagonisti accettano con piacere di lavorare con lui perché è un regista che valorizza gli attori in maniera straordinaria.

Orizzonti, l’isola libera in cui poter sperimentare ed osare in modalità più radicali, oggi si è fatta più “adulta” senza perdere un grammo di energia che caratterizza da sempre la sua identità. Come si è evoluta la sezione e cosa in questo 2025 ci dice, ci mostra, ci racconta del nostro tempo declinato in arte?
Negli anni passati abbiamo avuto in questa sezione qualche grande nome già affermato. Quest’anno troviamo invece moltissimi registi al loro esordio i cui lavori si sono imposti alla nostra attenzione per la loro intrinseca qualità estetica e per l’intensità profonda dei contenuti che trattano. Forse tra tutti la regista più conosciuta a livello internazionale è Teona Strugar Mitevska, che non a caso apre la sezione. Nel programma troverete film provenienti dalle aree geografiche le più disparate, spesso anche del tutto sconosciute, a conferma di come Orizzonti possa restituire davvero in maniera aperta e concentrica l’idea di quanto stia succedendo oggi nel cinema a livello planetario. Abbiamo nuovi talenti, conferme, registi presenti precedentemente in altre sezioni al loro esordio nel lungometraggio, che qui mostrano al pubblico i progressi fatti grazie all’esperienza accumulata negli anni. Un luogo che riesce ad essere al contempo di scoperta e di conferma.

AFTER THE HUNT © Amazon MGM Studios

Anche per questa sezione tra i 20 film selezionati ne abbiamo scelti 4 su cui le chiediamo di soffermarsi brevemente, così da avere almeno un sommario quanto significativo spaccato su quanto ci riserverà l’edizione 2025 di Orizzonti. Partiamo da Mother di Teona Strugar Mitevska.
Si tratta di un ritratto anticonvenzionale di Madre Teresa di Calcutta, personale e però assolutamente attendibile. La regista ha lavorato 15 anni per ricostruire attraverso testimonianze dirette la contraddittorietà di questa figura emblematica sul fronte dell’assistenza degli ultimi. Un autentico simbolo, personaggio complesso, dai tratti contrastanti, anche ambiguo se vogliamo, discutibile. Una complessità restituita al meglio in tutte le sue sfaccettature dalla straordinaria interpretazione di Noomi Rapace.

Un gradito ritorno è quello di di Ali Asgari, che qui presenterà il suo ultimo lavoro Divine Comedy.
Asgari lo conosciamo bene, era già stato a suo tempo a Venezia e ci ritorna ora con un film sorprendente, incentrato sulle tematiche del ‘no’ al regime, alla censura e all’oppressione ideologica di un Paese, il suo Iran, vittima di una delle più tremende dittature religiose e politiche del nostro tempo. Lo fa però con un tono da commedia anche un po’ surreale, con una leggerezza incredibile, dimostrando come sia possibile affrontare tematiche pesanti in maniera assolutamente lieve, senza per questo perdere nulla in termini di potenza nella denuncia.

Per quanto riguarda la partecipazione italiana in Orizzonti, Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli è sicuramente uno dei titoli tra i più attesi.
Carolina Cavalli era già stata presente a Venezia nel 2022 con il suo lavoro d’esordio, Amanda, con protagonista sempre Benedetta Porcaroli. Film capace di riscuotere un buon successo non solo in Italia. Ritorna oggi con il suo secondo, riuscito lungometraggio, dimostrando una capacità autoriale decisamente non comune in un’autrice così giovane. La dimostrazione di come sia possibile assecondare e valorizzare il proprio talento evitando comode o illusorie scorciatoie, perseverando nelle proprie idee senza timore di osare il giusto.

Infine, ultimo dei quattro film che abbiamo scelto qui di presentare, The Souffler di Gastón Solnicki, che vede come interprete un grande attore quale Dafoe, da quest’anno anche suo “collega” qui in Biennale.
Terzo capitolo di una trilogia che abbiamo presentato in sequenza qui a Venezia, caratterizzato in questa occasione dalla presenza di un autore della cifra di Willem Dafoe, a testimonianza di una produzione anche un po’ più consistente rispetto agli episodi precedenti.

OTEC (PADRE)

Ha già avuto modo più volte di evidenziare nel panorama produttivo italiano una certa dannosa bulimia a evidente scapito della qualità. A quale industria di altre scene internazionali dovrebbe ispirarsi la nostra per trovare un migliore equilibrio e un più virtuoso rigore produttivo? Ciò detto, quali le conferme e quali le sorprese che dobbiamo attenderci dai nostri film in Mostra?
Il cinema italiano è fatto, come è del resto normale che sia, di luci e ombre. Abbiamo grandissimi maestri ancora in attività, così come abbiamo registi di una generazione intermedia che dimostrano di avere la capacità di continuare ad alimentare il nostro cinema e di saperci sorprendere, alcuni dei quali dotati di un deciso respiro internazionale. Non siamo invece rimasti troppo colpiti dagli esordi di quest’anno, a mio avviso decisamente meno interessanti rispetto a quelli degli ultimi anni. Ad ogni modo i film migliori sono quelli che si dimostrano in grado di reggere il confronto con produzioni internazionali. Si tratta di lavori realizzati principalmente da autori non affetti da alcun complesso di inferiorità. Venendo alle criticità peculiari della nostra industria cinematografica, il fatto che si produca troppo toglie a produttori, registi e sceneggiatori il tempo per riflettere adeguatamente su cosa si debba fare concretamente per innovare, per trovare storie nuove da raccontare e soprattutto nuovi modi per raccontarle. Manca il tempo per lavorare a sufficienza sulle sceneggiature così da poter infine realizzare prodotti convincenti. Si percepiscono le ‘buone intenzioni’ di registi e sceneggiatori, ma ci si trova alla fine troppo spesso di fronte a prodotti che non sembrano del tutto arrivati alla loro giusta maturazione. Sarebbe più che necessario che tutti facessero lo sforzo di sottrarsi a questo impeto produttivo esondante, favorito dalle risorse, dai tanti soldi che girano, per darsi il giusto tempo così da poter costruire progetti più solidi, meglio scritti.

Come ha visto cambiare negli anni il pubblico della Mostra e che cosa si dovrebbe fare di meglio e di più per soddisfarne le aspettative? Ci riferiamo soprattutto ai giovani, che dimostrano un sorprendente, confermato interesse per quest’arte, patrimonio quindi da trattare con estrema cura.
Dal 2012 a oggi nel pubblico abbiamo assistito ad un completo ribaltamento generazionale. Oggi il 70% dei nostri appassionati spettatori è giovanissimo, in un arco d’età che va dai 16 ai 30 anni. Un dato davvero impressionante. Da parte nostra abbiamo cercato di favorire questa ventata di pura, salutare vitalità attivando promozioni di tutti i tipi, come accrediti a basso costo per studenti universitari, i quali, seppur a fatica, trovano talvolta anche ospitalità nei vari ostelli o studentati in città. Gli studenti universitari che seguono la Mostra sono circa 2500 quest’anno, un vero patrimonio da valorizzare con tutte le migliori idee possibili per assicurare un miglior futuro al nostro amato cinema. Mi stupisco ogni volta della quantità di giovani che riescono a venire alla Mostra nonostante le difficoltà logistiche che conosciamo bene in termini di accoglienza. È sempre intrigante percepire la loro energia che non smette mai di pulsare. È lecito domandarsi quali numeri potremmo raggiungere se la ricettività fosse ancora più a misura di giovani, in termini di prezzi e sistemazioni.

Immagine in evidenza: Alberto Barbera © La Biennale di Venezia – Foto ASAC
82. Festival Internazionale di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia
La parola ai protagonisti di Venezia 82
Percorso di avvicinamento alla Mostra del Cinema 2025
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