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Un’incursione nella Sala dei banchetti del Doge: tra rituali di potere, architetture sospese e immagini che raccontano il fasto e il progressivo declino della Serenissima.
Il giorno dopo Natale, il 26 dicembre, Festa di Santo Stefano, di ritorno dalla devozione alle reliquie del martire proto cristiano conservate sull’isola di San Giorgio, il Doge con il suo seguito di dignitari rientrava in Palazzo Ducale, saliva per la Scala d’oro al piano delle Sale istituzionali, attraversava l’appartamento ducale e, percorrendo un passaggio sopraelevato, raggiungeva la Sala dei banchetti. Durante il dogado di Antonio Priuli, nel 1620 per soddisfare l’esigenza di ampliare lo spazio degli ambienti riservati alla massima autorità dello Stato veneziano, era stata trovata questa soluzione di gettare una sorta di corridoio pensile lungo più di ventisette metri e largo quasi tre, ideato da Antonio Smeraldi detto il Fracà, allora proto dei Provveditori di Comun, per unire l’appartamento dogale ad altri nuovi ambienti del vicino edificio ancora in costruzione e destinato a Casa dei Canonici della Basilica. Tutti databili nella seconda metà del Settecento, imprescindibili sono tre brani iconografici che fanno memoria della sala durante i banchetti, delle trasformazioni degli arredi e del variare dei dipinti a decoro delle pareti, ma che anche segnano l’evoluzione del cambiamento del rituale di questa cerimonia e di come venisse progressivamente percepita negli ultimi anni della Serenissima. Il primo brano è una stampa del 1766; Pietro Gradenigo alla data dell’8 aprile di quell’anno, registrava nei suoi Notatori – una sorta di diario sul quale il nobiluomo era solito annotare i fatti principali della vita cittadina e le novità culturali che animavano la Venezia del suo tempo – la nascita dell’ambizioso progetto editoriale di «Lodovico Furlanetto, Mercadante di Stampe in Rame sul Ponte de’ Baretteri, e studioso di Rappresentazioni da preservarsi all’età future con imagine fedele», progetto destinato nel tempo ad incontrare un continuo successo.

La realizzazione delle dodici stampe con «alquante Funzioni primarie, quali annualmente si adempiscono in Venezia a modo di grandioso contegno» veniva affidata ad Antonio Canal, Canaletto, artista all’apice della sua carriera e a Giambattista Brustolon, esperto incisore e fedele interprete nel trasferire su rame con la tecnica dell’acquaforte e del bulino le magnifiche invenzioni e le perfette prospettive nate dal genio del maestro veneziano. Le loro immagini avrebbero tramandato alle generazioni future il ricordo del fasto con cui Venezia, in quel periodo di ineluttabile declino, sapeva ancora esaltare sé stessa in modo ineguagliabile, attraverso l’enfatizzazione della dignitas delle sue istituzioni e la memoria delle sue tradizioni. La dodicesima e ultima stampa della serie veniva dedicata al Solemne Serenissimi Principis convivium, quo cumelectis Proceribus, esterorum Principum Legatos excipit (Fig. 2) e ci restituisce il salone con il settecentesco soffitto tripartito affrescato da Giacomo Guarana, mentre la decorazione delle pareti, ancora in allestimento, non corrisponde al definitivo assetto pittorico, né a quello originario. Il taglio prospettico centrale della scena permette un’ampia descrizione della sala e dei convitati con il Doge al centro sullo sfondo, mentre il primo piano è animato da gruppi di nobili curiosi dal volto celato dietro la bauta, (il giorno di Santo Stefano aveva ufficialmente inizio il Carnevale), che fino alle seconde portate del convivio erano ammessi ad ammirare i sontuosi servizi di argenteria e le pregiate suppellettili. Il secondo brano, meno preciso nei particolari della stampa del Canaletto-Brustolon, ma di straordinaria forza evocativa, è un dipinto di Francesco Guardi (Fig. 3) conservato al Musée des Beaux-Arts di Nantes, databile tra il 1776 e il 1778. Inondata dalla luce che irrompe per tre lati dagli ampi finestroni, la tela presenta la sequenza dei dignitari seduti a tener conversazione attorno alla tavola disposta lungo le pareti. Sul riverbero d’oro dei legni intagliati del soffitto, il rosso cremisi delle toghe contrasta con il colore scuro dei mantelli delle figure mascherate che ondeggiano in piedi al centro della sala, a sottolineare la differenza di rango di questi provvisori ospiti ai quali era concesso l’esclusivo privilegio di assistere per un tempo limitato alla sontuosa coreografia del rito. Tra loro non si scorge alcuna figura femminile, mentre nel fondo una pennellata d’oro individua il Doge nella solenne veste dorata di cerimonia e con in testa il corno dogale. Il terzo brano è una tela di Gabriel Bella (Fig. 1), conservata alla Fondazione Querini Stampalia e databile all’ultima decade del Settecento che mostra la stessa inquadratura dello spazio dell’evento, ma reso in stile più corrivo e quasi caricaturale e con l’aggiunta della presenza femminile nel gruppo di figure al centro della sala, vestiti di mantelli colorati. Gli altri dignitari, gli ambasciatori, i nobili, i servitori sembrano indifferenti a partecipare alla celebrazione di un rito pubblico, oramai stanco e poco sentito, che ha perso ogni solennità e nel quale è appena riconoscibile la solennità della figura del padrone di casa.

Il banchetto che si celebrava nel giorno di Santo Stefano era l’ultimo dei quattro banchetti rituali che il Doge offriva a varie rappresentanze durante l’anno. Gli altri tre si svolgevano nel giorno dell’Ascensione (la Sensa), in quello di San Marco, il 25 aprile, e per la festività dei SS. Vito e Modesto il 15 giugno a ricordo della sventata congiura del 1310 contro il governo della Repubblica. Così distribuiti nei diversi periodi dell’anno, i menu offrivano alcune ricette fisse, come le minestre di riso e le carni bollite e roste, ma le portate venivano variate nelle differenti stagioni grazie all’ampia disponibilità di approvvigionamenti di alimenti della Dominante, che provenivano dai territori limitrofi e dai lontani possedimenti d’oltremare. Dalle vicine montagne arrivava a Venezia la cacciagione e i prodotti dei pascoli e dei boschi, dalle fertili pianure i frutti e le granaglie, gli ortaggi di stagione sempre freschi dalle isole lagunari, il ricco assortimento dei pesci e dei crostacei dai fiumi d’acqua dolce, dall’acqua salmastra della laguna e da quella salata del mare. E se tutto questo non bastava, a Venezia dal Nord arrivava lo stoccafisso essiccato al sole e il baccalà sotto sale, buono da consumarsi in tante ricette diverse, così come le carni conservate in salamoia dentro le botti e quelle affumicate di montone. Non mancavano dalle assolate isole del Mediterraneo la frutta inzuccherata di Candia e i vini di Malvasia e di Cipro. Il banchetto di Santo Stefano nella stagione invernale, era destinato al ricevimento degli ambasciatori accreditati presso la Repubblica per il saluto di fine d’anno. Per gli ospiti della tavola alta – dignitari e ambasciatori – erano previsti due menù: uno di grasso e uno di magro. Il primo, come si legge in un documento della Cancelleria inferiore – la magistratura che registrava le spese correnti del Palazzo –, comprendeva oltre le minestre di riso abbinato a varie carni e verdure, «capponi, pasticci di colombini, pernici e fagiani rosti»; nel secondo: «suppa di rane, risi a sutto con pedocci, rombi alessi, pasticcio di bisatti con ragù, brancini rosti, tenconi rosti, carpioni lavorati, ostriche crude, sfogi in saor, salamon filetti, fritura di scampi con salate, lamprede fritte». Agli ospiti della tavola bassa – segretari e servitori alloggiati nelle sale limitrofe alla Sala dei banchetti – era riservato il menu di grasso con «minestra di pasta, supa de pollastro, pezzo di vitello alesso, stracculo di vitello rosto, colombini rosti, nonbolo di manzo in conza, fegato di vitello alla tortiera, dindietta rosta» e per quello di magro: «alesso di pesce di mar, arosto di pesce di mar, sfogi fritti, sfogi in savor». Per tutti, «biscotti di Bologna, amoli di Francia, olive d’Ascoli, peri, pomi, fenocchi, cao di late coto» e alla fine: «acqua di limon ed arancia e pezzi di ghiaccio sortiti. Caffè». Il vino non viene citato in questo documento, ma c’è da scommettere che ne venisse servito abbastanza, ma non tanto da compromettere la vigilanza delle menti degli illustri ospiti. Sparecchiate le mense, infine, le pregiate suppellettili di vetro, i piatti di peltro e le preziose argenterie venivano raccolte, controllate nel numero, e riposte, nei forzieri della Zecca perché patrimonio pubblico della Repubblica, per essere poi riprese per il giorno della Sensa, quando a nuovo anno riprendeva il rito dei banchetti dogali.

La Sala dei banchetti nel 1763 fu oggetto di necessari radicali lavori di restauro e venne nuovamente inaugurata nel 1768 con il soffitto affrescato da Jacopo Guarana, lo stesso artista che rinnovava in quel periodo con i suoi affreschi la vicina Chiesetta del Doge. Resisteva ancora il passaggio pensile di collegamento del quale per intendere l’aspetto e la struttura risulta illuminante un disegno acquerellato, conservato presso l’Archivio Storico della Procuratoria di San Marco che mostra in prospetto l’agile struttura a tre arcate, impostata da una parte sul muro esterno della Sala degli Stucchi e dall’altra su quello della Casa dei Canonici. Antonio Pellanda, autore di questo disegno (Fig. 4) al servizio di Giovanni Battista Meduna, allora proto alla Basilica e ai lavori di costruzione del nuovo Palazzo Patriarcale, ci fornisce la data del 1844, anno in cui in cui il sovrappasso venne demolito. Venezia era passata da tempo sotto la dominazione austriaca; non era più tempo di banchetti sontuosi a Palazzo Ducale, divenuto non più luogo del Governo, né tantomeno abitazione di chi il Governo lo rappresentava. Il Patriarcato, a quasi cinquant’anni dalla fine della Repubblica, sganciato dalla dipendenza alla gerarchia ducale e orientato verso i nuovi poteri istituzionali, era oramai prossimo a spostare definitivamente la propria sede da San Pietro di Castello a Piazza San Marco. Veniva così a cadere ogni giustificazione funzionale per il mantenimento di quella singolare architettura esterna; così l’ardito “cavalcavia”, per quanto fosse autentico documento dell’evoluzione del Palazzo e delle sue funzioni, non fu ritenuto degno di essere conservato e fu deciso di abbatterlo, anche per chiudere definitivamente con un passato ancora troppo ingombrante. La Sala dei banchetti da allora rimaneva inglobata nel Palazzo patriarcale e ancora oggi nel suo splendido arredo è visitabile all’interno del percorso del Museo di San Marco.