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Dall’assedio di Corfù del 1716 alla battaglia civile contro le grandi navi, una storia di Venezia letta tra dipinti, archivi, palazzi e fotografie. Le acque della Serenissima riflettono conflitti, memorie e difese della città.
Il passato ritorna nelle cronache del presente
Della ricca collezione di dipinti che il maresciallo Matthias Schulenburg aveva raccolto nella sua abitazione di Palazzo Loredan a Dorsoduro, non è stato ancora rintracciato un grande quadro di Antonio Canaletto con il Prospetto di Corfù in tempo d’assedio dei turchi l’anno 1716. Come recita l’inventario del testamento, rappresentava «la veduta di tutto il Canale con le due Armate Navali Veneta ed ottomana poste in cordon, e come pure si vede una Gran parte dell’Isola e della Terra Ferma ottomana». Un episodio durato cinquanta giorni che ha avuto inizio il 5 luglio 1716 con l’arrivo dell’armata ottomana al comando del Capitan Paschà Janun Hagià acquartierata con 30.000 uomini sulla costa albanese e con ventisei vascelli a vela disposti nello stretto di Cassopo a formare un blocco navale per impedire rifornimenti militari alla fortezza veneziana e aiuti alla popolazione corfiota.
Il 18 luglio l’intervento dell’Armata grossa veneziana al comando di Andrea Pisani era riuscito a forzare lo schieramento navale ottomano e a portare le navi veneziane fin sotto le mura della Fortezza vecchia. La battaglia navale violenta e sanguinosa si concluse a fine giornata alle nove della sera con settanta morti e centotrenta feriti tra i veneziani e pochi danni alle loro navi, mentre furono circa milletrecento tra morti e feriti in campo ottomano. Allo scontro, come testimonia una cronaca dell’epoca, anche le donne corfiote assistettero dalle mura della fortezza: «che potevano comodamente dalle finestre essere spettatrici di due Armate reali tra se stesse con grande ardore azzuffate, sulla speranza della vittoria e per verità era un piacevole orrore dello sguardo l’osservarle, come tanti natanti inferni vomitar con più di cento bocche alla volta di uno istesso tempo il ferro e il fuoco».

Dopo ulteriori violenti combattimenti tra i due schieramenti, nottetempo il 25 agosto, gli Ottomani tolsero le tende dell’accampamento in terraferma e la flotta si sfilò silenziosamente dalla posizione di blocco navale, rinunciando definitivamente all’assedio di Corfù. L’evento venne caricato di grande significato ed esaltato come la risolutiva vittoria della flotta veneziana contro l’espansione ottomana in Europa per la salvezza della Repubblica e di tutta la Cristianità, tanto da divenire motivo di celebrazioni civili e religiose. A pochi giorni dalla notizia della vittoria, Antonio Vivaldi presentava all’Ospedale della Pietà, l’oratorio Juditha triunphans, che alludeva in forma scenica e musicale alla supremazia delle forze veneziane su quelle turche. A Palazzo Ducale veniva esibita una tela di Nicolò Bambini, poi collocata nell’andito della Sala del Maggior Consiglio, con l’immagine del doge Giovanni Corner in ginocchio davanti alla Madonna tra i santi protettori Marco e Spiridione, che con la loro intercessione avrebbero favorito il buon esito della vittoria. A Pellestrina si volle costruire una nuova chiesa dedicata alla Madonna dell’apparizione, per ricordare l’evento miracoloso dell’agosto del 1716, quando la Vergine apparve a un giovinetto perché invitasse tutti i fedeli dell’isola a pregare per le buone sorti della battaglia nelle acque di Corfù. Numerosa, poi, la produzione di disegni, dipinti, mappe manoscritte e a stampa che ricostruivano e ricordavano l’epico episodio storico. Tra questi una veduta appartenuta alla Raccolta di Teodoro Correr con la descrizione pittorica dello scontro navale e una grande tela (150×300 cm) di fattura più tarda rispetto allo svolgersi degli avvenimenti – Prospettiva degli schieramenti navali veneziani e ottomani davanti alla Fortezza Vecchia di Corfù –, opera di autore ignoto conservata in collezione privata presso il Castello di Roncade. Il più completo per le informazioni sullo svolgimento dei fatti del lungo assedio rimane un grande disegno a penna (125×165 cm), che si conserva al Museo Navale di Venezia, dal titolo L’assedio della piazza di Corfù con la situazione delle flotte veneta ed ottomana dal giorno dell’ingresso della flotta degli ottomani nel canale li 5 luglio sino al 25 agosto 1716 giorno della ritirata. Datata 1799 quest’opera di Giuseppe Paresi, all’epoca primo aiutante dell’Abate Mafioletti, professore di architettura navale e disegno all’Arsenale di Venezia, reca nell’intestazione la scritta: «tratta da una logora pittura all’oglio tuttora esistente nella Sala dei Modelli del Cesareo R. Veneto Arsenale li 15 luglio 1799». Questa nota induce alla conclusione che questo dettagliato disegno potesse essere ispirato dalla tela di Canaletto che faceva parte della collezione di Schulenburg, l’eroe di quelle giornate, al quale la Repubblica volle dedicare nella Spianata davanti alla Fortezza vecchia di Corfù un insigne monumento marmoreo a figura intera in veste di antico guerriero romano, opera di Antonio Corradini.

Il merito della vittoria andava però principalmente riconosciuto anche agli uomini dell’Armata grossa che con il loro intervento erano riusciti a forzare il blocco navale ottomano. Tra questi Lodovico Flangini, che al comando della nave Capitania ordinaria «operò cose di sommo stupore e di meravigliose non più intese». L’anno successivo alla vittoria di Corfù, Flangini venne nominato dal Senato Capitano Generale da Mar al posto di Andrea Pisani e successivamente Capitano straordinario delle Navi, imbarcato sul Leon Trionfante – un vascello a vela di primo rango, al tempo la più moderna e grande costruzione uscita dai cantieri dell’Arsenale – della lunghezza 42 metri e largo 12, armato con 70 cannoni. Flangini nel maggio del 1717 a capo dell’Armata grossa veneziana era stato inviato a prendere posizione davanti allo stretto dei Dardanelli, per impedire l’uscita della flotta ottomana in Mediterraneo. Dopo furiosi e ripetuti combattimenti, nello scontro finale presso le acque prospicienti l’isola di Imbro, Flangini venne colpito alla gola da un colpo di moschetto e, pur moribondo, comandò ai suoi uomini di essere trasportato sul cassero della nave da dove, fino al momento della morte, guidò la flotta all’esito vincente. La salma venne trasportata a Venezia e con solenni celebrazioni fu inumata nella sacrestia di Santa Maria di Nazareth, la chiesa progettata da Domenico Sardi, più comunemente nominata degli Scalzi, che sorge a poca distanza da Palazzo Flangini, anch’esso probabilmente opera dello stesso architetto. La famiglia Flangini, di origine corfiota, nel 1664 con Girolamo padre di Lodovico era entrata “con il soldo” a far parte del patriziato veneto. L’edificio, con la facciata visibilmente asimmetrica, è identificabile in una celebre tela di Canaletto conservata presso il Getty Museum di Los Angeles e riconoscibile nelle chiavi di volta del piano superiore per i cinque volti di feroci guerrieri turchi sotto elmi piumati, memoria tangibile dei cruenti scontri che nel tempo ebbero i membri della famiglia Flangini a difesa di Corfù dagli attacchi ottomani. Nel piano inferiore si affacciano altri mascheroni con le fisonomie più rassicuranti di guerrieri cristiani e, a coronamento della porta d’acqua sul Canal Grande, due vecchioni completamente nudi noncuranti di coprire le loro impudiche vergogne.

Palazzo Flangini a Cannaregio, dopo diversi passaggi di proprietà, è diventato sede operativa della Fondazione di Venezia, ospitando l’attività istituzionale e iniziative aperte al pubblico, come la recente (maggio e giugno) mostra La Venezia del Maestro del bianco e nero a cura di Denis Curti, dedicata a Gianni Berengo Gardin in occasione della sua recente scomparsa. Anche Berengo Gardin, a modo suo, con la forza delle immagini è stato decisivo combattente a difesa di Venezia, puntando l’obiettivo della sua macchina fotografica contro la minaccia di altro tipo di navi, non armate e non lontane in mari distanti, ma che oramai, nell’accettazione generale, penetravano da tempo entro le acque lagunari veneziane con uguale violenza, portando offesa e probabili irreparabili danni alla Città.

Memorabile la sua mostra Venezia e le grandi navi che era stata fissata nel Giugno del 2015 per essere esposta nei locali a piano terra di Palazzo Ducale. In quel tempo veniva eletto sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che assunse l’Assessorato alla cultura e sospese l’esposizione a “data da destinarsi”, motivando che questa poteva influenzare il dibattito pubblico allora molto acceso sull’opportunità di accogliere in laguna le enormi navi da crociera. Con trenta scatti rigorosamente in bianco e nero l’allestimento venne comunque realizzato dal novembre dello stesso anno presso il Negozio Olivetti in Piazza San Marco, a cura di Alessandra Mauro, promossa dalla Fondazione Forma per la Fotografia e dall’agenzia Contrasto, ottenendo un successo straordinario e un vasto eco di stampa. Berengo Gardin con la sua solita signorilità e ironia scrisse per l’occasione una lettera aperta al neoeletto:

«Mi dispiace molto quando qualcuno si dà la zappa sui piedi, mi dispiace quindi anche per il sindaco di Venezia. Gli sono anche molto grato, perché bloccando la mia mostra a Palazzo Ducale mi ha fatto un grande favore: tutti i giornali italiani e stranieri (Le Monde, il Guardian, El Pais, il New York Times e molti altri) ne hanno parlato diffusamente». Due gravi incidenti accaduti in tempi ravvicinati nel 2019 accelerarono la decisione di interdire definitivamente il passaggio delle grandi navi da crociera in laguna. Il 2 giugno, la MSN Opera (275 m x 65.000 tnl.) per una avaria al sistema di timoneria speronò un battello fluviale ormeggiato al molo di San Basilio. Il 7 luglio la Costa Deliziosa (294 m x 90.000 tnl.), colta da un violento fortunale non riuscì a mantenere l’obbligato percorso per uscire in mare alle bocche di porto di San Nicoletto, rischiando di impattare sulla banchina della Riva dei Sette Martiri. Si giunse finalmente al 1 agosto 2021, quando per Decreto ministeriale venne stabilito che le navi superiori a 25.000 tonnellate non potevano più transitare nel Bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca, deviando il traffico crocieristico verso il porto industriale di Marghera. La civile battaglia che Berengo Gardin aveva combattuto per Venezia a sostegno dei tanti cittadini e comitati organizzati era vinta.