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L’ossessione aurea

Ospite delle Giornate delle Idee Federico Buffa porta la leggenda di Bryant al Toniolo
di Massimo Bran

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Federico Buffa torna a teatro con uno spettacolo dedicato a Kobe Bryant, figura simbolo del basket contemporaneo. Attraverso il racconto della sua parabola sportiva e umana, Buffa riporta al centro la storia del “Black Mamba”, tra ossessione per la vittoria, disciplina assoluta e costruzione di un mito.

Quando Federico Buffa bussa alla porta noi corriamo ad aprire. Sempre. Perché chi ha fame di storie non smette mai di cercarle, di indagarle, di ascoltarle, di immergervisi, di restituirle al meglio ad altri se ne è capace. Sì, perché le storie, quelle che emozionano dentro per i contenuti peculiari e spesso irripetibili di chi queste stesse storie le abita, sono la linfa primaria che innerva la nostra immaginazione e la pietanza più prelibata che sazia transitoriamente la nostra inesausta fame di curiosità.
Buffa è, con un termine che faccio sempre più fatica a digerire, lo storyteller per eccellenza del nostro tempo su uno dei terreni che più incendiano l’universo emotivo dei più di noi (mal per gli altri…), lo sport. Intendiamoci, non ha inventato nulla, perché alle sue spalle ha almeno tre, quattro giganti a cui ha potuto in qualche modo ispirarsi. E però ha reinventato molto, forse tutto di questo linguaggio teso a far rivivere, come fosse oggi più che ieri, i grandi protagonisti delle meravigliose gesta sportive che hanno segnato le nostre vite. Tra chi l’ha altamente preceduto individuerei uno su tutti, quel Gianni Minà la cui rubrica telefonica è stata per decenni, e lo è ancora, oggetto non solo di pura invidia, ma anche di possibili piani di furto. Eravamo io, Diego, Alì, Gabo, Fidel… e via discorrendo, come da mantra quotidiano del buon Fiorello ai tempi d’oro di Viva Radio 2. Uno che sul campo ha raccontato lo sport come nessuno prima, e non solo lo sport, perché attraverso lo sport era capace di accompagnarci nei più profondi meandri delle trasformazioni radicali del secondo Novecento, facendo di irripetibili miti quali Alì o, che so, Maradona, di cui naturalmente era amico e a cui queste divinità sportive garantivano prima che a qualsiasi altro suo collega in esclusiva le loro esternazioni, delle autentiche figure angolari degli scarti anche proprio politici del nostro tempo, intesi nella loro accezione più ampia, quindi includendo l’idea dello sport come veicolo di riscatto sociale, di crescita culturale, di stimolo attivo e dinamico per i più giovani nel cambiare la propria condizione di vita determinandola autonomamente. Insomma, un gigante. Ecco, e non importa se lui sia d’accordo o meno (ma lo sarà, ne sono convinto…), se proprio devo immaginarmi una staffetta in questa lunga e vibrante rotta narrativa, la vedrei proprio con in terza e quarta frazione, le due che infine servono per tagliare per primi il traguardo, Minà e Buffa, sì. Figure dalle estrazioni socio-culturali e dalla formazione assai distanti per età ed esperienze, ma accomunate dalla passione di immedesimarsi nei miti dello sport viaggiando sul crinale insidiosissimo che separa la più vertiginosa libertà immaginifica del raccontare, spesso meta-raccontando spericolatamente, dallo scavo, dalla ricerca documentaria puntigliosissima e ossessiva. Due versanti in qualche modo opposti che per convivere credibilmente richiedono l’individuazione costante di un punto di equilibrio salvifico pena il fallimento, o per eccesso di retorica, o, viceversa, per eccesso di noia notarile. Insomma, se proprio mi si chiedesse di individuare chi, raccontando lo sport, ha tenacemente, direi proprio testardamente, costruito negli anni una meticolosa mappa di questi mille e più punti di equilibrio, non saprei davvero chi altro indicare se non questi due grandi narratori.

Buffa naturalmente opera in un’altra era, in un tempo in cui i media sono divenuti davvero un’altra cosa, concedendo la possibilità di disporre di molti più formati, di molte più soluzioni anche proprio tecnologiche nel confezionare un racconto convincentemente attrattivo. Video, suoni, voci fuori campo, utilizzo immediato, grazie al digitale, di milionate di fonti incrociate… Insomma, un altro lavorare proprio, un altro apparecchiare la tavola del racconto. Eppure quando senti Buffa mollare le redini e calarsi senza paracadute in queste storie, in questi personaggi, concludi che poi l’essenza rimane sempre quella, ossia un mix calibratissimo di autentica, divorante passione e di religiosa cura per ogni singolo dettaglio, per ogni singola informazione, dato, conoscenza.
Per chi non desse del tu al Nostro dalla sua prima ora comunicativa, ossia da quando insieme a Flavio Tranquillo negli anni ‘80 era la voce ufficiale delle radiocronache della leggendaria Olimpia di SuperDan Peterson, senza contare la precedente, fondativa esperienza sulle colonne di Superbasket diretto dal maestro dei maestri Aldo Giordani, è utile, direi fondamentale qui ricordare che la sua passione sorgiva per lo sport risiede nel Gioco, come si dice giustamente nell’ambiente, ossia nel basket. Da allora, 20, 25 anni di fantastiche telecronache con Tranquillo, coppia complementare prossima al divino tandem tennistico Tommasi/Clerici, sul fronte della palla a spicchi Usa, pianeta NBA ma anche NCAA. Per chi è devoto al Gioco come il sottoscritto non può non ricordare come autentiche epifanie narrative in chiave sportiva i loro racconti in presa diretta, talvolta addirittura a bordo campo (!!), dell’epopea dei Bulls di colui il quale ancor oggi viene battezzato col nome di uno dei cinque elementi della vita, Air. Inutile ricordare il suo nome e il suo cognome spero, vero? Da lì, poi, la costruzione di un suo peculiare percorso non più scandito dalla stringente attualità, e quindi il via alla sua galleria di grandi storie di sport e di vita, con una teoria incalzante ed emotivamente entusiasmante di vicende umane che dai campi di gioco si allargano allo spettro più ampio e complesso della vita. È il momento in cui progressivamente il calcio la comincia a fare da padrone nei suoi racconti, ovviamente per ragioni anche, ma certo non solo, di audience. E però è un calcio restituito con una disposizione vorrei dire quasi letteraria, ben lontana dal chiacchiericcio crasso dei bar sport televisivi di oggi che fanno di questo ambiente forse il più insopportabile tra tutti quelli che caratterizzano il variegato universo sportivo. E quindi Diego, Platini, Cruyff, o le storie dei mondiali, con reportage storici anche sulle città che nei decenni li hanno ospitati. Fino ai Buffa Talks di oggi, con puntate monografiche di almeno un’ora incentrate su un unico personaggio presente in studio per delle interviste che sono degli autentici ritratti emozionali e, direi di più, esistenziali di fuoriclasse vivisezionati dentro e fuori il loro stretto recinto di gioco. Solo per ricordare le ultime puntate: Velasco, Goggia, Brignone, Messina, Pellegrini… Insomma, un autentico pantheon dello sport.


Vi confesso, però, che era da un bel po’ che al buon Federico avrei voluto chiedere: ma insomma il Gioco, il nostro caro basket, proprio l’hai rimosso definitivamente dal tuo orizzonte narrativo? Ma come è possibile, proprio tu?? Appena stavo per scrivergli infine una mail di rispettosa ma piccata protesta, eccolo lì pronto, in contropiede, a calare il jolly clamoroso del Black Mamba! Wowww!! Kobe, l’immenso Kobe Bryant sul quale, dopo la sua tragica dipartita con la sua amata figlia in quel drammatico incidente elicotteristico di sei anni fa, era calata una sorta di rispettoso, sospeso silenzio, quasi che nessuno fosse in grado di trovare nel tempo, dopo le immediate reazioni di cordoglio inconsolabile, le parole adeguate a colmare un istantaneo, inatteso vuoto di cotale enormità. Colui il quale a tutti gli effetti prese poco meno di trent’anni fa il testimone da sua maestà MJ, sia per il ruolo, per le caratteristiche di gioco, che per la feroce mentalità, per la complessità umana, per la cifra contraddittoria di personalità sempre votate a un’unica, vorace ossessione, ossia vincere, performare, aveva tutto, ma davvero tutto per essere il soggetto ideale di una grande saga, di un film epico, di un’avvincente serie. Eppure niente, ancora nessuno, o quasi, aveva trovato il modo, l’approccio, la chiave giusta per restituircelo in tutte le sue sfaccettature. Ora Buffa finalmente ci si getta a capofitto nel caleidoscopico universo di Kobe con questo spettacolo teatrale, Otto infinito – Vita e morte di un Mamba, per la regia di Maria Elisabetta Marelli e con le musiche di Alessandro Nidi (pianoforte), Sebastiano Nidi (percussioni), Filippo Nidi (trombone), che per tutti quelli che hanno amato questo straordinario campione non può che essere davvero un’occasione imperdibile per rivivere, attualizzati, quei tempi d’oro. Un viaggio scandito da otto capitoli che restituiscono altrettante fasi della vita e della costruzione caratteriale di questo campione. Una persona difficile, zero accomodante, che non concedeva nulla agli avversari e ancor meno ai compagni, che decideva di getto, stringente, come concludere un attimo, una fase del gioco, così come della vita. Con Jordan oltre all’immenso talento, aveva in comune, come dicevamo, una cosa su tutte: l’ossessione, l’ossessione di cavare il meglio da sé stesso e dagli altri, costi quel che costi; l’ossessione di migliorarsi in ogni dettaglio per il vero, unico scopo: vincere. Perché vincere rappresentava per lui non aver lasciato nulla di intentato per strada, voleva dire ingaggiare una guerra totale con tutti quei momenti o atteggiamenti che avrebbero potuto chiamarsi poi rimpianti. Una persona che portava al limite sé e chi gli stava vicino, senza timore di non farsi ben volere. L’intensità assoluta era il suo mantra principe, il resto doveva venire di conseguenza.
Insomma, davvero c’è un’attesa febbrile tra gli amanti del Gioco, ma non solo, per questa ultima impresa di Federico Buffa, che finalmente è tornato a casa accompagnandoci per mano nelle gesta di uno dei più grandi fuoriclasse di sempre. Uno spettacolo che è partito a febbraio da Reggio Emilia, già, proprio lì da dove tutto è partito. Sì, perché Kobe era anche nostro, dato che i primi canestri li ha insaccati proprio tra i campetti di Reggio Calabria, Rieti, Pistoia e della via Emilia, quando il padre infilava i cesti nella gloriosa serie A degli anni ‘80.

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