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Proporre a Venezia un itinerario sulle orme di Giacomo Casanova non risulta cosa facile senza inciampare su quella sottile linea rossa che separa la realtà dal mito, dalle molte leggende e dai tantissimi luoghi comuni. Quello che cerchiamo di proporre e suggerire sono luoghi noti dove è ancora possibile respirare lo spirito del tempo, dove le suggestioni dei racconti e delle leggende di Casanova trovano la giusta collocazione spazio-temporale.
La realtà dipende dall’immaginazione
Giacomo Casanova
Gli Itinerari Segreti di Palazzo Ducale (percorso speciale su prenotazione) si snodano lungo alcune delle stanze in cui, nei secoli della Serenissima, si svolgevano attività delicate e importanti, legate all’amministrazione dello Stato e all’esercizio del potere e della giustizia. Interni che offrono un suggestivo e interessante spunto di riflessione e conoscenza sulla storia civile e politica della Repubblica di Venezia, della sua organizzazione, delle sue strutture di giustizia. Il percorso prevede anche la visita delle antiche prigioni di Palazzo Ducale denominate “Pozzi”, al piano terra, e “Piombi”, nel sottotetto, collegate tra loro da un dedalo di scale e corridoi che si nascondono dietro le pareti delle sale ufficiali del Palazzo. Tra i prigionieri celebri che hanno soggiornato in queste celle, sicuramente la prigionia di Giacomo Casanova è quella più leggendaria. Nelle Memorie scritte in vecchiaia, Casanova racconta della sua detenzione durata un anno e tre mesi (1755-1756) nei Piombi di Palazzo Ducale e della sua rocambolesca fuga. Anche se molte di queste celle sono state rifatte, la suggestione è comunque molto forte tanto da immaginare il nostro “avventuriero” intento ad escogitare il suo piano di evasione che lo porterà, nella notte del 31 ottobre del 1756, a trovarsi libero sul tetto di Palazzo Ducale insieme al suo complice, Padre Balbi.

Il Settecento è il secolo della “conversazione” e il Caffè Florian, sotto i portici delle Procuratie Nuove in Piazza San Marco, è forse il luogo più emblematico di questa amabile attività. Aperto nel 1720 da Floriano Francesconi con il nome Alla Venezia trionfante, ben presto viene denominato semplicemente “Florian” dal nome del suo proprietario. Niente di più normale in quella Venezia settecentesca colta e cosmopolita, inserita nella costellazione delle tappe del grand tour, trovare seduti a conversare ai tavolini del Florian nobiluomini veneziani accanto ad ambasciatori, mercanti, cacciatori di fortuna, uomini di lettere e artisti, sorseggiando nuove bevande, come quella nera e bollente chiamata “caffè” in raffinate tazzine di porcellana. Ma soprattutto qui erano ammesse le donne, che solitamente all’epoca non potevano intrattenersi nei locali pubblici della città. Secondo il racconto dello stesso Casanova, appena compiuta la sua fuga dai Piombi, prima di prendere la gondola che lo aspettava in bacino per portarlo in salvo in terraferma, si concesse una tazza di caffè all’amato Florian.

L’Hotel Monaco sorge sul luogo che anticamente ospitava il celebre Ridotto di San Moisè. I Ridotti a Venezia erano luoghi d’incontro per il gioco d’azzardo, le feste, i divertimenti e tutti i passatempi che incarnavano perfettamente lo spirito della mentalità mercantile veneziana. Questa casa da gioco fu la prima gestita direttamente dallo Stato. Molto grande, aperta anche durante il lungo periodo del Carnevale, il Ridotto di San Moisè divenne ben presto, per la sua grande notorietà, un luogo frequentato da moltissimi viaggiatori attratti dalla mondanità del Carnevale. Sia i veneziani che i foresti erano tenuti a portare la maschera, mentre ne erano esenti i nobili – decaduti – che tenevano i banchi da gioco. Grazie alla possibilità di mantenere l’anonimato, oltre al gioco, dove si dissipavano veri patrimoni famigliari, era anche il luogo dove si praticavano l’usura e il meretricio. Venne chiuso dal Consiglio dei Dieci nel 1774 per ragioni morali. Tuttavia lo scopo prevalente era quello di concentrare in un unico luogo la pratica del gioco d’azzardo, molto diffusa nonostante il divieto della Repubblica, e di convogliare direttamente nelle casse dello Stato una quota della cospicua quantità di denaro che il gioco muoveva quotidianamente. Nella sua smisurata passione per il gioco d’azzardo, Giacomo Casanova ha sicuramente frequentato questo luogo, la cui descrizione puntuale è offerta dal dipinto Il Ridotto di Francesco Guardi conservato a Ca’ Rezzonico.

Venezia era la città dei teatri e Giacomo Casanova, figlio di commedianti, ne era un assiduo frequentatore. Il suo rapporto con il teatro era molto più diretto e profondo di quello che si pensa, come è stato chiarito da una certa critica recente. Il Teatro Goldoni è il più antico dei teatri veneziani ancora esistenti; inaugurato nel 1622, fu per molti decenni di proprietà della famiglia Vendramin. Era conosciuto come Teatro San Salvador e si contendeva il primato con il Teatro San Samuele dei Grimani. Era dedicato soprattutto alla prosa e agli spettacoli comici. Grande fu la sua fama nel Settecento soprattutto quando, nel 1752, venne ingaggiato Carlo Goldoni, che per il Teatro San Luca, come allora veniva chiamato, scrisse delle commedie indimenticabili quali il Sior Todero brontolon e Le baruffe chiozzotte. Dopo pause di chiusura, incendi e importanti restauri, nel 1833 il teatro si adeguerà alla moda classicheggiante del tempo rinominandosi Teatro Apollo. Primo in Italia ad avere l’illuminazione della sala alimentata a gas, fu per iniziativa dell’imprenditore teatrale Angelo Moro Lin che infine il teatro verrà dedicato nel 1875 a Carlo Goldoni. L’aspetto neogotico delle decorazioni, anche se ripulite in vari interventi successivi, è di gusto ottocentesco, mentre la sobria facciata fu realizzata nel 1909.

In un palazzetto in stile gotico a San Tomà, dal suggestivo cortile caratterizzato da una splendida scala interna, è situata la casa natale di Carlo Goldoni, il cui destino si incrociò più volte con quello del nostro Casanova (vedi pag. 90). Grazie alla ricostruzione di isole sceniche tratte da alcune commedie goldoniane, nelle sale del piano nobile del palazzo si ricrea la suggestione della vitalità teatrale della Venezia del Settecento. Emergono così gli aspetti salienti della poetica del Goldoni, il suo modo “rivoluzionario” di interpretare attraverso il teatro i molteplici aspetti della vita del suo tempo. Splendido e preziosissimo è il teatrino di marionette settecentesche, originariamente proveniente dal Palazzo dei Grimani ai Servi a Cannaregio. Era d’uso nel Settecento, specialmente nelle case patrizie, praticare il “teatro da camera” utilizzando una varietà incredibile di “attori di legno”. Le marionette assumevano ruoli disparati con un repertorio che andava sempre più arricchendosi tra melodrammi, pantomime, farse, tragedie, fino a gustosissimi balli. I numerosi spettacoli spesso venivano allestiti anche per l’intrattenimento di ospiti illustri, come nel caso della visita dell’Elettore di Sassonia nel 1714 a Ca’ Mocenigo a San Samuele. Il teatro marionettistico era il risvolto raffinato del “teatro da piazza”, dove i protagonisti erano i burattini che spuntavano dai “casotti” in spettacoli più semplici e popolari. La vasta collezione di marionette esposta introduce al ricco e variegato mondo in miniatura di nobili, servitori, arlecchini e pantaloni, cavalieri, turchi e militari, vestiti con abiti preziosi e tagliati alla moda. Uno spettacolo che vuole imitare la vita reale e che viene allestito nel proscenio originale del teatrino settecentesco di Casa Goldoni.

Al tempo di Casanova a Venezia si poteva assistere a eventi musicali, tutti al femminile, di grandissimo pregio grazie ai cori che si esibivano negli Ospedali maggiori, che in città erano quattro: Pietà (che ha mantenuto l’antica denominazione), Incurabili (attuale sede dell’Accademia di Belle Arti), Derelitti (al Complesso dell’Ospedaletto, patrimonio I.P.A.V.) e Mendicanti (parte del complesso dell’Ospedale Civile). In ognuno di questi luoghi, che ospitavano persone svantaggiate, si educavano un selezionato numero di fanciulle alla musica per formare il proprio coro, il cosiddetto “coro delle putte”, composto sia da voci che da strumenti. Spesso in rivalità tra loro, la loro fama si espanse in tutta Europa tanto da attirare in città personalità di rilievo che venivano appositamente ad ascoltare queste voci angeliche. La Pietà, ospedale destinato ad accogliere esclusivamente i trovatelli, ossia figli non voluti, aveva un coro diretto per alcuni anni dal Prete Rosso, vale a dire il grande musicista e compositore Antonio Vivaldi. Oggi Santa Maria della Pietà propone un percorso museale che si snoda in luoghi suggestivi e pieni di fascino all’interno della Chiesa, dove campeggia lo splendido affresco a soffitto di Giambattista Tiepolo che raffigura le putte da coro, e delle stesse cantorie che ospitavano il coro, offrendo la possibilità di scoprire un prezioso patrimonio frutto del secolare connubio tra arte, musica e cura dell’infanzia.

Per un viaggio “reale” nel Settecento veneziano non può mancare una visita a Ca’ Rezzonico. Si tratta di una delle ricostruzioni di dimora aristocratica veneziana del Settecento più affascinanti e ricche. La maestosità del palazzo, con la sua architettura progettata da Baldassarre Longhena ma portata a termine da Giorgio Massari, racchiude al suo interno un ambiente monumentale che non trova rivali a Venezia, sia per le dimensioni che per la qualità della decorazione pittorica: il Salone da Ballo al primo piano. Siamo nel 1751. Assente Tiepolo, impegnato in Germania, l’esecuzione degli affreschi è affidata a un artista di grande originalità: Giambattista Crosato. Collabora con lui, per la finta architettura dipinta, Girolamo Mengozzi Colonna, che crea uno spazio illusionistico di grande effetto: dietro un primo ordine di lesene giganti alternate a finte statue, si snoda un perimetro di colonne in marmo grigio che sorregge un architrave in rosso di Verona, che nella finzione pittorica ripropone il modulo del portale d’ingresso. Nella parte superiore l’artista dilata lo spazio suggerendo una fuga di ambienti al di là delle logge e dei balconcini dipinti agli angoli, mentre al centro del soffitto compare Apollo, il dio del sole che sorge con il suo carro a illuminare le quattro parti del mondo (Europa, Asia, Africa, America), qui personificate da fanciulle di razze diverse. Un soggetto di buon auspicio, frequente nelle dimore patrizie, che allude al futuro radioso che attende i proprietari del palazzo. Oltre ai cicli decorativi ad affresco realizzati dai massimi pittori del Settecento, da Crosato a Tiepolo, da Guarana a Diziani, Ca’ Rezzonico offre una collezione di dipinti di Canaletto, Pietro Longhi, Rosalba Carriera, fino alle due magistrali opere di Francesco Guardi, tra cui il Ridotto di San Moisè, che invitano ad entrare nella realtà veneziana all’interno e al di fuori dei palazzi abitati da un’aristocrazia in declino. Splendidi mobili in legno di Andrea Brustolon, preziose suppellettili, cineserie e porcellane restituiscono le diverse anime del Settecento veneziano. Degna conclusione del secolo dei lumi è infine, in questo meraviglioso palazzo/museo, lo straordinario ed emblematico ciclo pittorico di Giandomenico Tiepolo, staccato dalla villa Zianigo, che traghetta verso il Nuovo Mondo, capovolgimento reale e metaforico della concezione classica della rappresentazione: la scena non si mostra allo spettatore, ma paradossalmente si nega al suo sguardo.

Quella che per secoli è stata la dimora dei Querini Stampalia è una Casa Museo assolutamente da visitare per respirare l’atmosfera autentica, intima e fastosa insieme di un palazzo veneziano tra Sette e Ottocento resa qui nella sua cifra autenticamente quotidiana: mobili, dipinti, lampadari in vetro di Murano, globi, orologi, strumenti musicali, porcellane, sculture, arazzi. Dalle collezioni emergono i dipinti di Pietro Longhi, l’interprete per eccellenza dei costumi della società veneziana del Settecento. Trenta ‘istantanee’, acute e felici, raccontano la vita domestica e mondana di Venezia; cronache illustrate, notevoli per qualità pittoriche e gusto del dettaglio: il vestito di una dama, l’arredo di una camera, l’atlante spalancato sul pavimento. Non è da meno la sala ‘immersiva’ di Gabriel Bella in cui farsi trasportare nella Venezia del Settecento: cortei e processioni, cerimonie di Stato e sacre liturgie nei luoghi del potere e della fede, feste, giochi, come in uno spettacolare documentario sulle istituzioni, i riti, i costumi della Serenissima. Nella pittura di Gabriel Bella c’è una comunità intera con le sue manifestazioni di popolo, la vita in movimento che trabocca da ogni quadro.