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Rupture Arts & Books ha inaugurato a San Stae la sua prima sede veneziana, dopo Parigi, Marsiglia e Tangeri. Una libreria e uno spazio culturale internazionale dove libri, arte, musica e riviste si incontrano, dando vita a un nuovo habitat per la cultura contemporanea.
Ho sempre una piccola sedia accanto a me. È sempre una sedia vuota perché vorrei che qualcuno si sedesse con me a discutere. Questa è l’essenza di Rupture
Alexandre Sap
Ci sono dei termini, delle parole, il cui abuso corrente e incontenibile le rendono di fatto inservibili. Una di queste è sicuramente “glocal”. Eppure non saprei davvero quale altro lemma usare per definire in maniera stringente e plastica un progetto così aperto, libero, polimorfo quale è quello della nuova libreria Rupture Arts & Books, da poco più di due mesi attiva a San Stae, a due passi dall’omonima chiesa e dall’approdo del vaporetto, nel cuore del Sestiere di Santa Croce. Uno spazio in cui libri, arte, musica, riviste (tra cui anche la nostra, ebbene sì!) si confondono e si arricchiscono reciprocamente in uno spazio di autentica sperimentazione, che va a ridisegnare un perimetro senza barriere di quella che potremmo definire la lettura, ma più estesamente diremmo la cultura contemporanea. Uno spazio che solo a vederlo da fuori, la prima volta, si comprende avere una sua inconfondibile identità urbana nella sua più ampia e semplice accezione: ossia una libreria che non si definisce in alcun modo strizzando l’occhio a dei target stereotipati, progettando altresì un’idea e una comunicazione del fare cultura che vola sopra a ogni forma di meccanica codificazione, definendo una direzione di lavoro che costitutivamente va ad aprire nuove frontiere e ad abbattere confini troppo angusti di genere. Insomma, in poche parole sembra di entrare in uno spazio culturale di una grande metropoli internazionale.

Qui non si ammicca in alcun modo a uno dei due segmenti sociali prevalenti di una città così internazionale e insieme però piccola quale è Venezia, ossia a quello turistico, seppur di fascia alta per interessi culturali, o a quello residenziale “resistenziale”, inteso proprio come resistenza all’estinzione, che combatte una battaglia per preservare i pochi spazi quotidiani di cultura viva del centro storico aggrappandovisi spesso sin troppo gelosamente, diremmo proprio, talvolta, conservativamente. No, qui si entra in un habitat culturale per sua prima natura connettivo, un habitat che così si definisce in maniera del tutto naturale, senza proclami o comunicati programmatici. Questo a dir poco intrigante progetto culturale è stato fondato a Parigi da Alexandre Sap e Anne-Marie Gaultier, dove è per l’appunto nata la prima delle librerie Rupture Arts & Books.
Un progetto nato sin da subito con un’idea di fare rete, sia da un punto di vista dei contenuti culturali, che da quello proprio geografico, con la convinzione che un’idea così aperta e connettiva potesse fare naturalmente presa in contesti urbani culturalmente anch’essi storicamente vivi ed aperti. Da qui l’idea di espandersi nell’area mediterranea, i cui porti sono sempre stati luoghi di commistione, dialogo, arricchimento tra culture altre. Ecco così il rilancio della storica libreria Imbernon a Marsiglia, dove Rupture Arts & Books ha rivitalizzato una realtà editoriale indipendente attiva da almeno due decenni sul terreno dell’architettura e dell’urbanistica in particolare, trasformandola in un centro pulsante culturalmente poliedrico attraverso mostre, incontri e, naturalmente, libri. O ancora l’apertura di un altro proprio punto a Tangeri, dove il progetto si inserisce all’interno dello storico spazio della rinomata Librairie des Colonnes. Venezia è quindi l’ultimo, naturale approdo nel Mare Nostrum, anche se per niente affatto scontato alla luce delle difficoltà che la città presenta a chiunque intenda aprire qui spazi culturali di questo respiro, per un progetto che dà del tu all’arte, alle arti, senza sovrapporsi asetticamente alla vita urbana, cittadina di quartiere, ma anzi inserendovisi pienamente utilizzando le lingue del mondo che qui da sempre abitano, naturalmente oggi in maniera sempre più concentrica grazie a una Biennale che confini davvero non ne ha proprio più.