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Parole: Ricorda!

Una riflessione nel Giorno della Memoria
di Renato Jona

Nel primo mese dell’anno ricorre una data molto importante per le nostre vite: il 27 gennaio. Si tratta, come è noto del Giorno della Memoria, in ricordo «dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti».

L’articolo 1 della legge che l’ha istituito sancisce con precisione cosa dobbiamo ricordare: «La Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che anche in campi e schieramenti diversi si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita, hanno salvato vite e protetto perseguitati».
Merita riportare il testo dell’articolo 1 della legge istitutiva, come indicato qui sopra, perché ogni riassunto di una legge rischia di contenere imperdonabili omissioni che provocherebbero limitazioni o alterazioni del senso, del significato, dell’estensione o dello spirito della norma stessa.

Il 27 gennaio, vale la pena ripeterlo per i più giovani, è frutto di una scelta, di una riflessione intelligente, della constatazione di una necessità: richiama la data dell’abbattimento dei cancelli del Campo di sterminio di Auschwitz, avvenuta ad opera dalla 60. Armata dell’esercito sovietico.
Ricordando tali tragici eventi, spesso si sente semplificare la “svolta” italiana antisemita come fosse la “traduzione” italiana di un discorso tedesco, mentre in realtà «si tratta di un prodotto peculiare italiano, dotato di una sua autonomia e di una sua coerenza, strutturalmente caratterizzato da elementi culturali che complessivamente risultano ancora fortemente presenti nella società italiana», ha osservato Lev Poljakov a metà del secolo scorso.
Non dobbiamo ignorare che in Italia si succedettero una nutrita serie di pubblicazioni “preparatorie” (il pamphlet di Paolo Orano, intitolato: Gli Ebrei in Italia), numerose pubblicazioni su razza e stirpe, ovviamente la pubblicazione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, note autografe di Mussolini, il Manifesto degli Scienziati, finché, nel settembre 1938 si giunse alle famigerate Leggi Razziali.

Non è qui il luogo di passare in rassegna la copiosa legislazione in difesa della “razza italiana” che, con un impressionante crescendo, nel silenzio e nell’indifferenza generale, arrivò a una prima emarginazione degli ebrei e poi ad una successiva materiale estromissione dai pubblici uffici e dalla scuola, dal divieto di esercitare tutte le attività lavorative (arti, professioni, attività varie), alla esclusione dalla società civile, al divieto di possedere beni, di avere persone alle proprie dipendenze, di possedere aziende, immobili, persino radio, ecc. E progressivamente non solo sono stati considerati cittadini italiani di categoria inferiore, ma addirittura “nemici della Patria” e pertanto individui da arrestare!

Le persone che hanno vissuto quelle tragiche esperienze oggi sono quasi completamente scomparse.
Pochi oggi possono direttamente RICORDARE che all’epoca tutti i cittadini non godevano più di libertà di espressione del proprio pensiero, ma la vita era scandita da indirizzi, regolamenti, obblighi, che si estendevano persino al vestiario. Era lecito soltanto obbedire agli ordini del Partito Fascista (unico partito!).

Adesso, dopo tanti anni, abituati alla massima libertà democratica, in Italia si è avvertito il fascino di allontanarci, nelle ultime elezioni, dalla situazione in atto per ritornare verso orientamenti e strutture all’apparenza più attraenti, ordinate ed efficienti.
Ma questo ritorno al passato può presentare aspetti purtroppo tutt’altro che tranquillizzanti.
La legge della Memoria non ha soltanto valore di un rispettoso ricordo verso le vittime di un passato regime, ma contiene l’invito, quasi l’obbligo di ricordare, e ciò costituisce l’antidoto per evitare ripetizioni di tragici errori passati.
RICORDARE, quindi, non è soltanto un verbo rivolto al passato, ma è un imperativo che estende la sua efficacia al prossimo futuro, costringendoci a non volgere lo sguardo dalle conseguenze di certi errori che tristemente abbiamo già sperimentato.
«Chi non ricorda la storia è condannato a ripeterla» diceva Edmund Burke già nel 1700.
Questo saggio concetto è stato successivamente ripreso dal filosofo George Santayana, nel secolo scorso e il suo richiamo, attualmente tradotto in trenta lingue, ammonisce il visitatore sul monumento posto all’ingresso del Campo di sterminio di Dachau.
Lo stesso pensiero, espresso in forma più dettagliata e semplice, possiamo riscontrare negli scritti di Primo Levi: «Tutti coloro che dimenticano il passato sono condannati a riviverlo! – e aggiunge – se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può tornare. Le nostre coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate, anche le nostre».
«Ho tanti amici ebrei», si è sentito dire di recente, per allontanare sospetti di vicinanza ideologica al regime che ha promulgato in Italia le Leggi Razziali.
È chiaro, tuttavia, anche se, per la verità, è pleonastico dirlo, che l’avere amicizie ebraiche o con lo Stato di Israele, non costituisce assolutamente una garanzia in tal senso.
Si pensi questo, ad esempio, forse ha garantito in qualche modo la popolazione ebraica il fatto che Mussolini avesse note amanti ebree? Tanti storici hanno sottolineato il fatto che alla fine della guerra (1945) in Italia è mancato un processo analogo a quello che si è tenuto in Germania a Norimberga.
Il quale, tra le altre cose, ha segnato una cesura, un punto fermo dal quale ricominciare la vita della Nazione, senza dannosi traini dal periodo spaventosamente nero.
Questa grande omissione italiana non ha consentito, forse, di elaborare gli errori e le perversioni commesse e di ricominciare la vita su un nuovo binario senza nostalgie o sbavature.
«Fare memoria – ha detto il Presidente Mattarella – non significa soltanto ricordare e onorare, doverosamente, il sacrificio di milioni di persone innocenti, vittime di una violenza fanatica, spietata, disuma- na. Tramandare la memoria di quei fatti vuol dire contribuire a creare una cultura della pace, della tolleranza, del rispetto, della comune appartenenza al genere umano. Coltivare la storia e diffondere la memoria è elemento decisivo per la creazione e la crescita nelle nuove generazioni di una coscienza civile solida e motivata».
Credo non possa esserci riflessione più profonda, serena, completa, rivolta al futuro, di questo pensiero espresso dal nostro Presidente della Repubblica.
La strada ci è stata indicata, in modo chiaro, inequivocabile, ora tocca a noi, senza indugi o tentennamenti, seguirla in maniera seria, cosciente e coscienziosa.
Pena: un ritorno al passato!

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