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Il calendario civile italiano celebra ogni anno, il 25 aprile, la Liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Fu in quel giorno, del 1945, che il Comitato di Liberazione Alta Italia – che aveva assunto pieni poteri civili e militari – proclamò l’insurrezione generale. Ogni territorio ancora occupato tradusse quell’ordine secondo i propri tempi, le proprie forze, la propria geografia.
A Venezia, la città-labirinto che da secoli sfida la logica militare tradizionale, le operazioni iniziarono il 26 aprile e si conclusero il 29, quando le truppe alleate raggiunsero Piazzale Roma. A guidare l’intera organizzazione fu il Comando Piazza, che coordinò formazioni partigiane, gruppi di militari, dirigenti delle forze dell’ordine e funzionari statali. Tutti questi, nei mesi precedenti, avevano raccolto informazioni sfruttando la complessità del tessuto urbano; poi, in quei giorni decisivi, agirono dentro e attraverso la città, trasformandone gli spazi in strumenti di liberazione. Venezia presentava anomalie evidenti rispetto alle altre città del Nord: una viabilità frammentata, percorsi obbligati, ponti che diventavano colli di bottiglia o punti di forza, e una doppia anima – lagunare e terrestre – che imponeva strategie ibride. Inoltre custodiva strutture produttive cruciali, nell’intero comune, che andavano preservate per garantire continuità lavorativa nel dopoguerra. La riappropriazione degli spazi non rispondeva solo a esigenze militari: era anche un gesto simbolico, un recupero di ruoli sociali e politici che il regime e l’occupante avevano sottratto alla città. La scelta dei luoghi da colpire o da presidiare, dunque, era sempre duplice: strategica e identitaria.

Il primo passo avvenne il 26 aprile con l’assalto alle Carceri di Santa Maria Maggiore, un luogo che per anni aveva rappresentato la sofferenza degli antifascisti e dei deportati razziali, anticamera di campi di concentramento e di sterminio. Liberare quel complesso significava impedire che i detenuti politici diventassero ostaggi dei nazifascisti, ma anche sottrarre al nemico un fortilizio che dominava Piazzale Roma, il gasometro e le installazioni portuali. La stessa struttura dell’edificio – chiusa, massiccia, sorvegliata – rendeva la conquista un atto di rottura simbolica oltre che militare. La mattina del 27 l’operazione era conclusa: i prigionieri politici non solo erano liberi, ma armati e pronti a partecipare alla riconquista della città. Nel pomeriggio, un nuovo fronte si aprì presso l’Ospedale Civile, altro spazio carico di memoria. Qui, dopo la seconda retata, decine di ebrei erano stati confinati prima della deportazione; allo stesso tempo, l’ospedale era stato rifugio per patrioti, protetti dalla Resistenza civile dei sanitari. La presenza di una sezione carceraria interna, con detenuti politici da salvare, trasformò il complesso in un nodo strategico: un luogo di cura che diventava improvvisamente teatro di scontro e di salvezza.

Tra il 27 e il 28 aprile, grazie alla collaborazione di un brigadiere, venne aperto il portone della caserma di San Zaccaria. La cattura di alcuni ufficiali noti per la loro attività repressiva e la conquista dell’edificio – situato in un’area nevralgica vicino al Bacino di San Marco – aumentarono le armi e la fiducia degli insorti. Il 28 aprile i partigiani veneziani avanzarono verso una serie di luoghi simbolici, conquistandoli con sorprendente rapidità: le Poste centrali, snodo delle comunicazioni, Ca’ Vendramin Calergi, sede dell’EIAR, cuore della propaganda fascista, la Questura e la Prefettura, centri del potere amministrativo e repressivo. Intanto, alle Zattere, i tedeschi asserragliati nella pensione Calcina – sede di un comando di polizia militare – opposero resistenza, trasformando quel tratto di fondamenta in un fronte improvvisato. Venne presa senza colpo ferire – perché già abbandonata dalla milizia – Ca’ Littoria, sede del partito fascista e luogo tristemente noto per torture e sevizie: la sua immediata trasformazione in Ca’ Matteotti, sede del comando insurrezionale, fu un gesto politico potentissimo, un ribaltamento di senso inscritto nello spazio stesso. Dopo la guerra divenne sede della Camera del lavoro di Venezia. Nella stessa giornata i ferrovieri – protagonisti di numerose azioni patriottiche negli anni precedenti – occuparono la stazione ferroviaria, punto di accesso e di fuga, cerniera tra città e terraferma. Da quel momento l’attenzione degli insorti si concentrò sulla zona tra Piazzale Roma, il porto e la stazione marittima, dove tedeschi e fascisti (Brigate Nere e X MAS) decisero di resistere. Qui si combatté il primo vero scontro urbano della giornata: un conflitto che non si svolse semplicemente “a Venezia”, ma dentro Venezia, tra le sue soglie, i suoi ponti, i suoi spazi contesi.

Ciò che mise maggiormente in difficoltà i patrioti furono le motozattere tedesche, che pattugliavano i canali come piccole fortezze galleggianti, armate di cannoncini capaci di trasformare ogni fondamenta in un bersaglio. I partigiani, appostati dietro muretti, ponti e calli strette, dovevano difendersi con armi individuali e poche mitragliatrici: un confronto impari, in cui la laguna diventava improvvisamente un campo di battaglia mobile, imprevedibile, sonoro. Intanto, nel cuore simbolico della città, San Marco viveva ore di altissima tensione. Qui aveva sede il Comando di piazza tedesco, e il Gruppo Azione Universitaria, incaricato di presidiare l’area, si trovò a fronteggiare soldati tedeschi asserragliati negli alberghi circostanti. Le architetture monumentali della Piazza – i portici, le quinte di pietra, le ombre lunghe del campanile – amplificavano ogni movimento, ogni colpo, ogni ordine gridato. Dopo la resa dei militari tedeschi, iniziò una trattativa con un ufficiale. Poi, davanti agli occhi dei presenti, avvenne un gesto che trasformò lo spazio: le bandiere naziste vennero ammainate e sostituite con i tricolori sabaudi. La Piazza, per secoli teatro del potere veneziano, tornava a parlare un’altra lingua.

Alla fine della giornata, i rappresentanti della Repubblica Sociale si arresero, tranne alcuni elementi della X MAS e delle Brigate Nere, ancora impegnati a resistere nella zona di Piazzale Roma, dove la conformazione aperta dello spazio favoriva gli ultimi tentativi di difesa. Il Comando tedesco, invece, rifiutava la resa incondizionata richiesta dai partigiani e minacciava di far esplodere le mine disseminate in città se non fosse stato concesso alle truppe di lasciare Venezia armate. Alcune aree strategiche – l’Arsenale e la Certosa – erano ancora in mano nemica. All’Arsenale operava il Comando Marina, composto da soldati e marinai italiani, che inizialmente avevano garantito ai tedeschi un’uscita pacifica. Ma quando si scoprì che all’interno erano in corso danneggiamenti, gli assedianti tentarono una sortita: un’azione rapida, che portò alla liberazione dell’Arsenale stesso. Simili precauzioni vennero prese nei confronti dell’isola della Certosa, dove si trovava una polveriera che, grazie alla prudenza dei partigiani, rimase intatta. Anche un’altra parte della città, il sestiere di Cannaregio, divenne teatro di operazioni decisive. Qui si concentravano strutture economiche fondamentali – la centrale termica della SADE e il Macello Comunale – che i patrioti occuparono per impedirne la distruzione o il sabotaggio. Contemporaneamente venne presa anche la piccola isola di San Secondo, che si affaccia proprio su quel tratto di laguna. In quello spazio d’acqua, sospeso tra città e terraferma, un convoglio tedesco in fuga dall’Arsenale fu costretto a fermarsi: la laguna, ancora una volta, si rivelava un alleato inatteso, capace di bloccare, deviare, intrappolare.

Le trattative proseguivano in un equilibrio fragile. Da un lato il Comitato di Liberazione Nazionale concedeva ai reparti tedeschi di lasciare Venezia «con tutte le armi, navi da guerra e con alcuni pochi autoveicoli»; dall’altro, le autorità tedesche assicuravano che non avrebbero dato seguito alla minaccia di distruggere le navi italiane. Il protocollo d’intesa venne firmato il 28 aprile, nel primo pomeriggio, e con esso si chiudevano quasi due anni di occupazione nazista. La città passava finalmente sotto il controllo del Comando Piazza. Ma non ovunque l’accordo trovò obbedienza. Al Lido, isola militarizzata, i reparti tedeschi si rifiutarono di deporre le armi, sostenuti anche dalla presenza dei militari della Repubblica Sociale. Le sue lunghe prospettive sabbiose, le caserme affacciate sul mare, le installazioni disseminate tra pinete e fortini rendevano l’isola un territorio difficile da domare. Nel corso della serata i patrioti riuscirono comunque a penetrare in alcune postazioni, mentre le motosiluranti tedesche scaricavano mine magnetiche nello specchio d’acqua tra San Nicolò e Sant’Elena. Proprio lì, presso il Collegio Navale, erano asserragliate le truppe della X MAS, trasformando quel lembo di laguna in un nodo teso e pericoloso.

Il 29 aprile Venezia poteva ormai considerarsi liberata, nonostante la presenza di franchi tiratori e le vittime di entrambi gli schieramenti. Nel primo pomeriggio, l’avanguardia delle truppe alleate fece il suo ingresso in Piazzale Roma: un luogo di passaggio che, per un attimo, divenne simbolo di arrivo e rinascita. In Canal Grande ricomparvero i vaporetti – requisiti dai tedeschi nei mesi precedenti – ora carichi dei soldati del Corpo Volontari della Libertà. Le rive, le facciate, i ponti sembravano respirare insieme alla folla che li osservava. Solo in serata la situazione al Lido si normalizzò, e poco dopo anche al Collegio Navale di Sant’Elena, dopo la resa della X MAS. La città, con le sue acque finalmente quiete, poteva dirsi libera. Le giornate successive furono di festa, con Piazza San Marco finalmente addobbata, dopo tanti anni di Regime, di simboli nuovi.