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Il 17 ottobre in Campo Sant’Angelo i lavoratori della Fenice mettono in scena una manifestazione-concerto.
Riuscire a riunire anche per un solo giorno una comunità sempre più erosa, smunta, evanescente quale è quella veneziana oggi, ormai fagocitata dalle dinamiche peraltro globali del cosiddetto overtourism, beh, è qualcosa se non di miracoloso, di assai prossimo. Soprattutto se poi ciò è determinato da un contenuto eminentemente culturale, che si fa progressivamente connettore identitario e, per l’appunto, comunitario. Tale ciambella col buco perfettamente rotondo è stata in queste settimane sfornata con plastica naturalezza e altrettanta consapevole convinzione dagli orchestrali e dal personale tutto del Teatro la Fenice. I fatti sono noti, inutile ora rievocarli.
Non sta a noi qui entrare nel merito stretto delle competenze, che per i più non possederebbe adeguatamente per dirigere l’orchestra del secondo teatro lirico italiano, della giovane neo direttrice Beatrice Venezi. Certo, su un palco in cui è passato, detto senza enfasi alcuna in quanto pura constatazione di fatto, il gotha assoluto dei direttori d’orchestra internazionali, salirvi non per una esibizione una, ma in qualità di primo direttore permanente dell’Orchestra del Teatro, beh, come minimo c’è da aspettarsi che il sistema musicale tutto faccia il pelo e contropelo al curricula di chi si accinge ad assumere un tale, complesso incarico. Uno dice è una scommessa, uno smuovere le acque impaludate di un mondo assai ingessato, per non dire corporativo, con una scelta fresca, giovane. Bene. Ma a maggior ragione, allora, proprio alla luce di una scelta che si sa essere costitutivamente divisiva, per non dire proprio provocatoria, chi questa scelta compie calandola dall’alto senza prima premurarsi di neanche ascoltare le voci, i pareri di chi poi dovrà agevolare, ben suonando, il lavoro della giovane direttrice, beh, poi davvero non può dirsi stupito se non addirittura basito dalle reazioni avverse dei più, anzi, di tutti i musicisti e dipendenti del Teatro, verso questa stessa scelta. Perché qui vi è certamente una criticità per quel che riguarda il merito, ma assai di più per quel che concerne il metodo, davvero, per essere eufemisticamente teneri, improbabile. In particolare in un mondo come quello delle grandi orchestre liriche e sinfoniche dove come minimo la scelta di un nuovo direttore viene discussa prima, e possibilmente condivisa, da tutti gli orchestrali con i vertici delle istituzioni che le governano, se non addirittura, vedi i Berliner, non certo gli ultimi arrivati…, effettuata attraverso una votazione degli orchestrali stessi! Questo calare di imperio dall’alto una figura così culturalmente rilevante e direi anche simbolicamente importante per qualsiasi città, non parliamo poi per questa particolare città che della cultura ormai fa il suo ultimo, tenace vessillo identitario, davvero è un atto maldestro che non può che riscaldare gli animi non solo di chi in un teatro così importante come la Fenice vi lavora, ma anche di chi questo teatro frequenta regolarmente, sporadicamente, o anche per niente, perché un teatro alla fine è una casa aperta di una comunità tutta, a prescindere dall’ordinarietà o meno della sua frequentazione da parte dei singoli individui che la compongono. E in una città come Venezia in cui la mobilitazione sociale, di comunità, ormai è sempre più impresa disperata, il fatto che vi si riesca per un giorno almeno con la musica, da suonare in strada liberamente e gratuitamente, con un’orchestra di questo livello a chiedere partecipazione e condivisione alla cittadinanza attorno a una posizione di contrapposizione critica verso un modo di concepire la cultura meramente verticistico, beh, diciamocelo, al netto di ogni conformistico allinearsi più o meno ideologico all’idea di manifestare a prescindere, è davvero una bella boccata di ossigeno. Per cui esserci domani, venerdì 17 ottobre in Campo S. Angelo alle ore 17.30, è non solo innanzitutto un bel ritrovarsi insieme in musica, e che musica!, ma anche e soprattutto un invito il più esteso possibile a chi per funzione è deputato a gestire importanti istituzioni culturali a disporsi all’ascolto in primis di chi queste istituzioni le definiscono, le inverano, lavorandoci quotidianamente. Per meglio decidere, per meglio rimanere in corretta connessione con chi queste istituzioni le vive culturalmente elevandosi.