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L’11 novembre Venezia celebra San Martino con un dolce iconico a forma di cavallo e una vivace usanza popolare che coinvolge i più piccoli.
Solo chi è stato bambino in una Venezia profondamente diversa da quella di oggi può cogliere il senso di una data, trascurabile all’apparenza, come l’11 novembre
[Tratto da VeNews 150, Novembre 2010]
L’11 novembre è San Martino e a Venezia è abitudine diffusa regalare un dolce di pasta frolla a forma di cavallo cavalcato dal Santo con l’elsa sguainata e il mantello svolazzante, guarnito con glassa di zucchero colorata, praline, caramelle e cioccolatini, lo si può trovare anche nella ricca versione ricoperto al cioccolato. La festa cade nel periodo dell’anno che prende il nome di “estate di San Martino”, un breve periodo di tempo in cui, dopo le prime gelate autunnali, si verificano condizioni climatiche favorevoli e relativo tepore. In passato, durante questa festa a carattere popolare, si usava mangiare castagne e vino nuovo, cantando sotto le finestre delle case, auspicando che gli abitanti all’interno buttassero altre castagne.

Oggi di questa antica festa rimane l’usanza da parte dei bambini di sbattere tra di loro oggetti che fanno tanto rumore, come pentole e coperchi, e di girare di campo in campo e calle in calle domandando qualche spicciolo o caramelle ai negozianti o ai passanti. Mentre sbattono le pentole e i coperchi che hanno trafugato da casa, spesso i bambini cantano una simpatica filastrocca che ricorda in qualche modo la proverbiale generosità del Santo.
«Oh che odori de pignata!/Se magnè bon pro ve fazza,/ Se ne de del bon vin/Cantaremo San Martin. San Martin n’à manda qua/Perché ne fe la carità/Anca lu, co’l ghe n’aveva/ Carità ghe ne faceva. Fe atenzzion che semo tanti/ E fame gavemo tuti quanti/Stè atenti a no darne poco/Perché se no stemo qua un toco!»…
In presenza di generosità ecco che si dirà: «E con questo la ringraziemo/ Del bon animo e del bon cuor/Un altro ano ritornaremo/ Se ghe piase al bon Signor/ E col nostro sachetin/ Viva, viva San Martin».
In caso malaugurato di tirchieria conclamata ecco una sorta di anatema: «Tanti ciodi gh’è in sta porta/Tanti diavoli che ve porta/Tanti ciodi gh’è in sto muro/Tanti bruschi ve vegna sul culo».