La neuroplasticità – la capacità del cervello di riorganizzarsi tramite il cambiamento – diventa una metafora per esplorare come identità, storia e società si ridisegnino continuamente. Cinque artisti zimbabwesi lavorano con installazioni, stampe su cartone, sculture in pietra e metallo, tessuti ottenuti da bottiglie di plastica e materiali di recupero. Al centro pulsa una domanda urgente: cosa resta dell’umano quando la macchina diventa seconda natura? E dove si traccia il confine tra immaginazione e programmazione?