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La notte di mezza estate, torrida, afosa, affollata, chiassosa, ma pur sempre bellissima, in cui tutti gli occhi sono puntati all’insù per ammirare una lunga teoria di fuochi d’artificio, che si librano nel cielo sopra Venezia, è un appuntamento fisso, che riscuote sempre un successo incondizionato.
La tradizione della notte “famosissima” sancisce il perpetrarsi di gesti sempre uguali negli anni, come l’attraversamento del ponte di barche da Zattere al Redentore in una sorta di pellegrinaggio tra il sacro e il profano, la visita nella chiesa omonima, che per un fine settimana diventa protagonista assoluta della città, scoprendone le forme austere ed eleganti, volute da Andrea Palladio, le numerose imbarcazioni che accolgono un popolo di marinai della domenica, pronti ad affrontare le ore di attesa dei foghi tra bevute cospicue e cibi preparati in anticipo, e non solo bigoi in salsa o anatra in tecia, come dovrebbe essere da filologia alimentare serenissima, con l’immancabile anguria, ma con ogni varietà di cibo, in un’anarchia divertente e volutamente trasgressiva nel suo scavalcare le regole.
La festa del Redentore, più di ogni altra, sancisce una sorta di patto legato all’unicità che suscita deferenza tra Venezia e il resto del mondo.
Tra il 1575 e il 1577 Venezia fu colpita da quella che probabilmente è stata la più terribile epidemia di peste dopo quella del 1348, che causò la morte di circa 50.000 persone, un terzo della popolazione cittadina. La peste, di origine turco-ungherese, arrivò passando per Trento e giunse in un momento delicato per la città, già indebolita dalla perdita di numerosi territori nel Mediterraneo, tra cui Cipro. Per non mostrare vulnerabilità, la Serenissima esitò inizialmente nell’ammettere la gravità della situazione, contribuendo all’espandersi del contagio. Solo in seguito i Provveditori alla Sanità adottarono misure decisive, isolando i malati al Lazzaretto Nuovo e, se confermato il contagio, trasferendoli al Lazzaretto Vecchio. Per gestire il numero crescente di appestati, il Senato autorizzò anche l’uso di barche e navi come strutture di isolamento temporaneo.
In tutta la città si accendevano fuochi purificatori a base di legno di ginepro, secondo le credenze mediche dell’epoca, e il medico della peste – la famosa maschera con il becco riempito di erbe profumate, aglio e spugna imbevuta di aceto – proteggeva chi doveva prestare soccorso. Il 4 settembre 1576, il Senato decretò l’erezione della chiesa del Cristo Redentore come ex voto per liberare Venezia dalla peste; la prima pietra fu posata il 3 maggio 1577.
Il 20 luglio 1577, per celebrare la fine dell’epidemia, fu costruito il primo ponte di barche e si svolse la prima processione: una tradizione che si rinnova ancora oggi ogni terza domenica di luglio.