Il riconosciuto lavoro di Dawn DeDeaux si colloca deliberatamente “dopo” l’arte, interrogandone possibilità e sopravvivenze in uno scenario post-umano e post-antropocenico. Attraverso immagini e installazioni in cui la figura tende a dissolversi, così come sculture nello spazio pubblico che si configurano come presenze, la sua ricerca rilegge l’umano in chiave spettrale, anticipando una condizione oltre l’umano. In questo orizzonte, il corpo si smaterializza, la comunicazione si fa telepatica e l’opera si configura come residuo o presagio di un’arte alla fine del tempo. All’interno di un’epoca segnata dall’estinzione, DeDeaux evoca una “arca-madre” (mothership) come possibile accompagnamento verso la fine del reale.