Oggi a Singapore la Bugis Street degli anni ‘70 (periodo in cui Bugis Street di Yonfan è ambientato) è tutt’al più un ricordo. La zona è stata riqualificata ed è tornata alla morale; non vi risuonano più le risate provocanti, le voci nervose dei transessuali e dei travestiti come quando era l’allegra Sodoma e Gomorra del quartiere a luci rosse di Singapore.
In Bugis Street ha sede il Sin Sin Hotel, costo del soggiorno 3 dollari, quartier generale di sfavillanti transessuali che vi portano i loro amanti: gente del luogo o marinai americani.
Finzionale ma con aspetti di cinéma-vérité, il bel film di Yonfan lancia uno sguardo partecipe sul microcosmo dei trans. Il loro incrocio di storie è unificato dalla presenza ‘ingenua’ di Lian, ragazzina arrivata dalla Malesia per lavorare come cameriera che resta letteralmente scioccata quando si accorge che queste “lei” sono dei “lui”; ma di qui parte uno sviluppo, un dialogo su di sé, riflesso nelle sue lettere (reali o immaginarie?) all’amica Maria.
È un film sul tempo che passa, dove l’agitazione febbrile si tinge di malinconia, anche per la precarietà della vita di queste figure che realizzano la costruzione di un immaginario – non per nulla il film ha in epigrafe il “To be or not to be” shakespeariano – e dove la presenza dell’amore diventa drammatica. Tuttavia c’è, in questi personaggi memorabili, una resistenza, una forza, che giustifica l’espressione finale dell’albergo di Bugis Street come metafora della vita.