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Il latte dei sogni
La Fondation Cartier pour l’art contemporain affida nuovamente all’architetto Jean Nouvel la realizzazione di una seconda sede accanto al Louvre, il cui design viene raccontato in modo spettacolare nell’Evento Collaterale della 19. Biennale Architettura, “La Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel”.
Mi piace paragonare quel che abbiamo realizzato alla poesia di una grande macchina teatrale, in grado di creare innumerevoli palcoscenici
Jean Nouvel
Sin da quando commissionò all’architetto Jean Nouvel la realizzazione della sua sede parigina di Boulevard Raspail, era il 1994, l’architettura ha costantemente occupato un ruolo di spicco nella programmazione della Fondation Cartier, fungendo da catalizzatore per il dialogo interdisciplinare, dando spazio alla trasversalità e alla sperimentazione dei linguaggi artistici contemporanei nei suoi più emblematici spazi espositivi, connotati da una struttura trasparente in vetro e acciaio a trama sottile. Trent’anni dopo Fondation Cartier pour l’art contemporain affida nuovamente a Nouvel la realizzazione di una seconda sede accanto al Louvre, questa volta in un edificio haussmanniano dell’Ottocento al numero 2 di Place du Palais-Royal, il cui design viene raccontato in modo spettacolare nell’Evento Collaterale della 19. Biennale Architettura, La Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel, presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, dal 10 maggio al 14 settembre. L’esposizione si concentra sui principi progettuali che hanno guidato l’ideazione della nuova sede: dinamicità, modularità e mobilità degli ambienti espositivi, appositamente concepiti per assecondare la vocazione multidisciplinare dell’offerta artistica della Fondazione. La resa di questo nuovo intervento architettonico viene affidata a una scenografia che si definisce attraverso proiezioni, fotografie in scala 1:1, planimetrie, prototipi e da un modello in sezione delle cinque piattaforme regolabili in altezza che consentiranno di creare liberamente combinazioni di volumi, vuoti e spazi, trasformando questo palazzo storico in un dispositivo flessibile in grado di abbracciare un ampio spettro di proposte creative. L’ambizione di Nouvel di creare spazi che siano ambienti culturali a tutto tondo, permeabili e sensibili al contesto in cui sono inseriti, è evidenziata anche dalla progettazione di soffitti retrattili e parapetti meccanici, che consentiranno di modulare la luce naturale e la vista sul paesaggio urbano.
Contestualmente alla mostra La Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel, Fondazione Giorgio Cini ospita un programma pubblico dedicato all’esplorazione del concetto di “Museo come luogo di sperimentazione architettonica” che vedrà tra i partecipanti, accanto allo stesso Jean Nouvel, architetti e storici dell’arte di assoluto rilievo internazionale, tra cui Andrés Jaque, Lina Ghotmeh, Manuel Segade, Cecilia Puga e Antoine Picon. Jean Nouvel introduce il suo progetto così: «Mi piace paragonare quel che abbiamo realizzato alla poesia di una grande macchina teatrale, in grado di creare innumerevoli palcoscenici». Una similitudine rafforzata dalle note di Welcome to the Machine dei Pink Floyd che, come testimonia chi ha visitato il luogo in anteprima, risuonano nel cantiere.
L’opera è già stata paragonata a una portaerei ormeggiata nel cuore di Parigi, di fianco al Louvre, ma mentre le immagini esterne del palazzo non tradiscono nulla della sua trasformazione radicale, basta fare un solo passo al suo interno per rendersi conto che del Grand Hôtel du Louvre – come fu battezzato l’edificio al momento della sua inaugurazione nel 1855, ad Esposizione universale appena aperta – non resta che lo scafo. Appare evidente quanto sia profondo il dialogo tra i due edificis il primo, tutto di vetro, annulla i confini tra interno ed esterno, lasciando che le opere in mostra diventino parte del tessuto urbano, mentre il secondo sfida a immaginare nuovi allestimenti per i quali, racconta Nouvel, «per realizzare le cinque piattaforme mobili di acciaio riciclato, che sopportano il peso di una tonnellata al metro quadrato, è stata utilizzata la tecnologia necessaria a far salire e scendere gli apparecchi dal ponte di una portaerei».
Del resto il dialogo dell’architettura di Jean Nouvel con l’arte contemporanea parte da lontano. Ben prima della realizzazione Fondation Cartier nel 1994, questa relazione si è ben dipanata ed espressa in alcuni dei musei e dei centri culturali più iconici da lui realizzati a Parigi, vedi in particolare il Musée du Quai Branly e l’Institut du Monde Arabe. Un progetto quest’ultimo, concretizzatosi nel dicembre 1987, che innalzò Nouvel dal ruolo di polemista militante dell’architettura francese a uno status di architetto di primissimo rilievo internazionale. L’IMA non è solo un istituto di cultura araba, bensì un luogo dove si incontrano tutti i parigini amanti della cultura e della bellezza senza steccati razziali o religiosi, e sono moltissimi. Un museo e una biblioteca, un incredibile belvedere, ma anche un caffè dove conversare e rilassarsi, un luogo di studio e di confronto tra le due culture più rappresentate a Parigi: quella occidentale e quella araba. Da un punto di vista architettonico, ben osservando l’edificio è possibile cogliere degli evidenti rimandi a determinate tipologie di edifici arabi tradizionali, vedi, ad esempio, i motivi mozarabici quadrati e poligonali dei muri meridionali ispirati ai disegni dell’Alhambra di Granada.
Nonostante questi specifici riferimenti alla cultura architettonica araba, l’Istituto si vuole affermare come un edificio in prima e prevalente istanza europeo. L’idea di centro culturale polifunzionale, che ospita spazi destinati a mostre, eventi, spettacoli, conferenze, nonché una ricca biblioteca, un cinema e un centro di documentazione, è tipicamente francese, vale ricordare a fini esemplificativi qui su tutti il Centre Pompidou. L’Istituto si sviluppa attorno all’organizzazione e ai mutamenti della luce nello spazio attraverso dei diaframmi, simili a quelli della macchina fotografica, attivati da fotocellule della parete sud e del pozzo di illuminazione al suo centro rivestito di alabastro. In questo modo l’interno è reso suggestivo da una luce non diffusa né concentrata in poche aperture, penetrando essa negli ambienti attraverso piccoli e numerosi fasci luminosi che conferiscono un carattere quasi sacrale allo spazio, tema poi ripreso per il Louvre di Abu Dhabi alcuni anni più tardi. L’edificio, non soltanto grazie alla presenza dei diaframmi fotografici, rivela una stretta e convincente relazione tra architettura e cinema. Possiede un’energia tale che, visitandolo, si ha proprio l’impressione di entrare nell’inquadratura di un film. «La sequenza dei passaggi tra diversi volumi e livelli d’illuminazione, a seconda delle diverse traiettorie al suo interno, può essere vista come una serie di angolazioni e aperture di un obbiettivo fotografico»
Jean Nouvel con quest’opera annunciò con forza che «Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò implica il rifiuto di soluzioni facili o preconfezionate, per consentire un approccio che sia allo stesso tempo globale nella progettazione e specifico verso il sito. Questi motivi di linee e segni su questa stessa facciata sono anche un’eco dell’arte contemporanea. I confini tra architettura, design d’interni, design di prodotti o design di mobili sono, per me, pura finzione». Parlando della Fondation Cartier del 1994, Jean Nouvel così dirà: «A volte mi chiedo se sto vedendo l’edificio o la sua immagine, se la Fondation Cartier è una questione di trasparenza o di riflessione». In un caso o nell’altro, si tratti di trasparenza o di riflessione, queste parole evidenziano l’importanza che Nouvel attribuisce alla luce e alle condizioni mutevoli che la determinano: condizioni del tempo, ore del giorno, angolo della visuale, livelli relativi di illuminazione interna ed esterna. Il Musée du Quai Branly, l’immobile di cinque piani coperto da un muro vegetale di 800 metri quadri, è stato progettato come un ponte sul quale si trovano 31 cellule multimediali o tecniche affacciate sul giardino di 18.000 metri quadri, concepito dall’architetto paesaggista Gilles Clément come giardino composto da sentieri, collinette, camminamenti lastricati di ciottoli di torrente e piccoli bacini, tutti elementi che nel loro combinato insieme invitano alla meditazione. Il Museo è costituito da quattro edifici in cui luce e penombra predominano nell’ambiente interno, elementi fondamentali nella loro alternanza per esaltare la presenza delle opere esposte. L’allestimento, realizzato ad hoc per ogni singola opera, è impostato come una macchina teatrale fortemente scenografica. Nouvel, distaccandosi dai codici espressivi dell’Occidente, ha provato qui a calarsi in una dimensione “altra”, disposizione che gli ha permesso di concepire un luogo attraente e misterioso, denso e carismatico, dove attraverso la visione degli oggetti è possibile rintracciare le coordinate del mondo.
Musei, quindi, come tracce di un pensiero: Jean Nouvel dichiara di «andare in cerca di profondità, di senso, di poesia, di piacere. Questo significa fare architettura oggi. Non stiracchiare la città in luoghi dove non c’è. Significa partire da una realtà e poi arricchirla».
Questo straordinario progettista del nostro tempo ha dichiarato di aver da sempre desiderato fare il pittore, ma di essersi poi rivolto all’architettura per ragioni di buon senso – studierà architettura all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, dove si laureerà nel 1972. Ancora al periodo degli studi risale però la sua esperienza al fianco di Claude Parent: nello studio del grande radicale francese Nouvel svilupperà tanto la tendenza a ricercare una cifra avanguardistica in ogni proposta architettonica, quanto soprattutto l’elaborazione di una pratica della discussione e della riflessione critica – essenziale negli anni attorno al ‘68, in cui Nouvel si forma – che sarà poi alla base del suo posizionamento teorico nel discorso architettonico internazionale. «L’architettura è stata affascinata dalle macchine e la sua estetica lo ha espresso fino all’high-tech. Ma se si osserva l’evoluzione attuale delle tecniche, ciò che mi colpisce è la misura in cui stiamo andando verso un controllo assoluto della materia. Io la chiamo “estetica del miracolo”. La logica è quella di asservire un edificio concepito come macchina tecnologica ad un programma esperienziale cui viene data la priorità». Su queste logiche parole le note dei Pink Floyd sembrano sottolineare e riecheggiare l’estetica e il ‘miracolo’ di un architetto da molti considerato l’interprete maggiormente a suo agio con le questioni della modernità.