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Presa diretta

Fondazione Sardegna Film Commission, 10 anni da raccontare
di Redazione VeNews
  • giovedì, 1 settembre 2022

Come restituire una storia intensissima, il racconto di 10 anni di attività, dove protagonisti sono state le persone, i luoghi, le passioni e le idee che contraddistinguono un territorio fortemente cinematografico? Lasciando alle persone e alle storie il compito di tracciare il percorso fatto in questo decennio da Fondazione Sardegna Film Commission e invitando il pubblico ad andare oltre l’immagine cinematografica per scoprire un magnifico making of per una volta non visivo o attraverso immagini mozzafiato di una Regione capace di offrire una varietà di contenuti reali e immaginifici, ma attraverso le parole affidate a giovani autori. Da questo numero e per tutta la 79. Mostra del Cinema di Venezia vi invitiamo a seguire le nostre storie che partono da queste pagine per poi offrire un biglietto di sola andata…

 

Un racconto di
Daniele Mocci

I fili di Arianna

24 maggio 2024

Tu sei matta, Nina.
Sono le parole che ho sentito più spesso in vita mia. Stavolta però sono io a ripeterle a me stessa. E, come ho sempre fatto, sorrido e me ne sbatto.
Se avesse potuto, me le avrebbe dette anche il presidente della commissione. Ma ha lasciato che fosse il suo sguardo a parlare. Tu sei matta, Nina.
Sei matta perché, dopo un 110 e lode in Archeologia, riparti in Sardegna per cercare una bambola che hai perso quando eri piccola. Sei matta perché è da quando sei venuta a Pisa tre anni fa che non torni a casa e che non senti i tuoi genitori. Sei matta perché il concorso è tra un mese e dovresti metterti a studiare. E invece molli tutto e te ne vai con un biglietto di sola andata.
Sì, ma ho due ottimi motivi.
Il primo è Arianna (la mia amica).
Nel 2022 è stata alla Mostra del Cinema di Venezia e, da allora, si è fissata con i film prodotti in Sardegna. Mi ha obbligata a vederne mille. Poi, il mese scorso, prima che la mandassi al diavolo, ha tirato fuori un documentario sui vecchi cinema monosala chiusi da decenni. Non sapevo che prima ci fossero cinematografi anche nei piccoli centri. E nemmeno che una di quelle sale si trovasse proprio a Itté, il mio paese. L’hanno chiusa nel 1991, undici anni prima che io nascessi.
Il secondo motivo è il sogno che ho fatto subito dopo.
C’ero io bambina, al paese. Avevo otto anni. Ero riuscita a convincere Piero e Sonia a scavalcare il muro della casa dei miei nonni per andare a giocare nella grande casa diroccata. Ho afferrato Arianna (la mia bambola di stoffa), l’ho sistemata nell’elastico dei pantaloni e via.
Ci siamo sporcati e riempiti di pulci. Il tetto era mezzo crollato, le porte sfondate. Qualche pianta si era intrufolata all’interno, tra le tante sedie in legno accatastate alla rinfusa. Doveva essere un teatro, perché c’era anche un palco ricoperto di macerie. Una scala portava al piano di sopra. Io e Sonia ci siamo salite, Piero no. Aveva paura. Tu sei matta, Nina.
Siamo sbucati nella balconata, anch’essa stipata di vecchie seggiole.
Quando io e Sonia siamo tornati giù, Piero era ancora lì e abbiamo cominciato a giocare a nascondino.
Io sono corsa di nuovo al primo piano per nascondermi nella stanzetta dietro il muro della balconata. C’era un macchinario antico, ricoperto di ragnatele. Sembrava uno scatolone con due bobine nella parte anteriore, una in alto e una in basso, e una specie di bocca puntata verso un piccolo foro sulla parete che dava sulla sala. Come un cannone pronto a sparare sul palco là in fondo.
A quel punto il pavimento ha ceduto e io sono finita di sotto. Mi sono risvegliata in ospedale. Le gambe ingessate, tagli, lividi e fasciature ovunque. Mia madre e mio padre accanto al letto.

Tu sei matta, Nina.
La mia mente aveva cancellato tutto. Ho chiesto ai miei cosa fosse successo, ma non me lo hanno detto. Nemmeno quando sono guarita. E dovevano aver fatto il lavaggio del cervello anche a Piero e Sonia, perché i due collaborazionisti non hanno aperto bocca. Né allora, né mai.
Quel sogno mi ha restituito la memoria dopo quattordici anni.
Ora voglio ritrovare Arianna (la bambola) e rivedere quel posto, perché finalmente so cos’è. Il vecchio Cinema Aurora di Ittè, aperto nel 1947 e chiuso nel 1991.

Tu sei matta, Nina.
29 maggio 2027

Indovinate cosa mi dissero mia madre e mio padre quando arrivai a casa, tre anni fa…
Avevano ragione. Eppure, nonostante tutto, mi abbracciarono.
Il giorno dopo andai al vecchio cinema e dovetti chiedere la roncola a zio Nardo, che non si era mai sposato e abitava ancora con i miei nonni. Provai ad aprirmi un varco nella giungla di rovi, lentischi ed erbacce. Ma dopo due ore non ero ancora riuscita a raggiungere l’ingresso. Quando cominciai a non poterne più, zio Nardo arrivò con altri due tizi sulla settantina come lui. Tutti e tre armati di attrezzi affilatissimi.
In teoria nessuno avrebbe dovuto mettere piede tra quelle rovine. Erano state dichiarate pericolanti subito dopo il mio incidente.
Ai primi di giugno finimmo di ripulire il posto dalla vegetazione. Altre persone si erano unite a noi e decidemmo di proseguire. Ammucchiammo tonnellate di calcinacci in un angolo del cortile e cominciammo a raccogliere gli oggetti del vecchio cinema. Macchinari arrugginiti. Scatole metalliche rotonde in cui venivano conservate le pellicole. Piccole insegne con le scritte primo tempo, secondo tempo, intervallo… Frammenti di pellicola su cui si potevano ancora vedere i fotogrammi, a guardarli controluce. E i registri in cui venivano segnati i dati dei film in arrivo e di quelli da rendere al distributore dopo la proiezione.
Le settimane passavano e sempre più persone venivano a dare una mano. Ritrovai Sonia e Piero. Tranquilli, i miei sanno che non siete stati voi a spifferarmi tutto. Li rassicurai.

Tu sei matta, Nina.
Rendiamo grazie a Dio.
La sera, col fresco, arrivavano i vecchi. Quelli che avevano conosciuto il Cinema Aurora funzionante. Raccontavano storie capitate là dentro. D’amore, di corna, di risse con i ragazzi che venivano dai paesi vicini. Di quella volta che qualcuno rubò tutti i manifesti di Padre padrone e imbrattò lo schermo con la scritta ’Padre padrone è una cagata pazzesca’.
Le memorie si intrecciavano con le scene dei film che erano stati proiettati in sala. Verità o finzione che fosse, era comunque vita.
Forse per la prima volta, noi giovani ci ritrovammo ad ascoltare i racconti dei vecchi. Ma anche loro ci parlavano finalmente senza la pretesa di insegnarci qualcosa. Li seguivamo di fronte al fuoco, intenti ad arrostire una bistecca o qualche muggine. E i loro occhi brillavano, non solo per i riflessi della fiamma o per un bicchiere di troppo. Brillavano da dentro.
In una di quelle serate, mio nonno festeggiò il suo centounesimo compleanno. Mentre mangiavamo is papassinus fatti da mia nonna, un ragazzo cominciò a sfottermi. Sei vecchia come loro. Che te ne fai di riesumare questo cadavere? I cinema sono morti dopo la pandemia del 2020. E quelli che non sono ancora morti, sono in coma.
La lingua di mio nonno fu più svelta della mia. La pandemia non c’entra. Le sale erano già morte prima del Covid, e non parlo di quelle che hai conosciuto tu. I vecchi cinematografi erano tutta un’altra cosa. Avevano un’anima. I multisala e i dispositivi elettronici riversano film addosso allo spettatore. Ma non hanno occhi per vedere, orecchie per ascoltare e bocca per parlare. Il vero cinema è relazione, condivisione, comunità. Secondo te, perché sono arrivato a centouno anni?
Il giovane era disorientato. Perché andavi al cinema qui in paese?
Anche. Ma soprattutto perché ho avuto la buona creanza di non morire prima.
Quel ragazzo non aveva capito nemmeno una parola. L’avrei mandato a cagare, ma preferii mettermi a sfogliare i quaderni del proiezionista, carichi di appunti sulla manutenzione della macchina o sulla spesa che avrebbe fatto il giorno dopo per la sua famiglia.
Eravamo riusciti a recuperare un sacco di cose, ma della mia Arianna neppure l’ombra.
Il 10 agosto 2024 il vecchio Cinema Aurora era stato riportato alla luce. S’archeóloga, mi chiamavano. E, in effetti, quello fu il mio primo scavo. Credevo fosse finita lì, ma mi sbagliavo.
L’unica impresa edile di Ittè si era appena fermata per le ferie estive. Due ingegneri, quattro geometri e una squadriglia di muratori presero in mano il mio sito archeologico e lo trasformarono in un cantiere. Con l’aiuto degli itteiesi, cominciarono i lavori di ripristino. La voce si sparse e altri muratori li raggiunsero dai paesi vicini.
Poi, proprio il giorno di ferragosto, si presentò un commando di finanzieri e carabinieri.
Permessi? Autorizzazioni? Nulla osta? Niente. C’erano gli estremi per mettere in galera le popolazioni di Ittè e del circondario. La gente non gradì e venne in massa a presidiare il vecchio cinema. Giorno e notte. Anche il sindaco di Ittè e tutta la giunta comunale si unirono alla protesta. Arrivò perfino la stampa e scoppiò un caso nazionale.
Nonostante denunce e richiami, continuammo a lavorare tutti insieme. Dopo oltre un anno ottenemmo i permessi, le autorizzazioni, i nulla osta e tutto il resto, compresi alcuni finanziamenti pubblici. E adesso, a tre anni dal mio primo colpo di roncola, ci siamo quasi.

Tu sei matta, Nina. Ma anche tutti gli altri non scherzano.

30 luglio 2027

Ieri c’è stata l’inaugurazione. A Ittè c’era mezza Sardegna e una buona dose di penisola.
Dopo i discorsi delle autorità, qualcuno ha voluto che anch’io dicessi due parole. Del resto era partito tutto da me. Hanno elencato quelle che, secondo loro, erano state le mie intenzioni. Nemmeno una squadra di antropologi, storici e architetti avrebbe potuto teorizzare così tanta roba. Alla fine ho perso la pazienza e ho detto come stavano le cose. Io volevo solo ritrovare Arianna (la bambola).
Quei salami in cravatta sono rimasti muti. A quel punto zio Nardo ha cominciato a sventolare per aria la mia vecchia bambola. Ho gettato via il microfono e sono corsa da lui.
Quando l’hai trovata?
Era successo tre anni prima, mentre ripulivamo il posto da rovi e cespugli. Hai capito, lo zio Nardo!
Gli ho strappato Arianna dalle mani e me la sono stretta al petto. Poi ho allungato le braccia per guardarla negli occhi, come se fosse viva. Se adesso la Film Commission non mi aiuta a produrre un cartone con te come protagonista, vado a Cagliari e faccio un casino per riaprire tutti i vecchi cinema della città.
Mio padre e mia madre erano lì vicino. Tu sei matta, Nina.

A proposito, Nina è il diminutivo di Arianna.

 

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Ispirazioni:
L’ultimo pizzaiolo (film documentario di Sergio Naitza, 2019)

Altre suggestioni:
Il club dei centenari (film documentario di Pietro Mereu, 2017)
Dalla quercia alla palma (film documentario di Sergio Naitza, 2017)

Citazioni fuori dall’ambito delle produzioni FSFC:
Il secondo tragico Fantozzi (film di Luciano Salce, 1976)

Riferimenti:
Partecipazione della FSFC alla Mostra di Venezia 2022 e ruolo sociale delle sue produzioni cinematografiche