Io, te, noi e il mare

In viaggio tra i Mediterranei di Ocean Space con Barbara Casavecchia
di Mariachiara Marzari

Barbara Casavecchia, curatrice della mostra Thus waves come in pairs (Le onde vengono a due a due) in corso ad Ocean Space, ci guida tra le opere e installazioni di Simone Fattal e del duo artistico berlinese Petrit Halilaj & Álvaro Urbano.

Ocean Space è letteralmente un oceano, o meglio, tanti mari che si espandono al ritmo delle onde, contaminando la città di Venezia, la sua Laguna, il Mediterraneo, anzi, i Mediterranei, luoghi plurali e policentrici di produzione della conoscenza. TBA21–Academy ha da poco inaugurato Thus waves come in pairs (Le onde vengono a due a due), il cui titolo è tratto dal poema Sea and Fog (Mare e nebbia) di Etel Adnan. Questa nuova mostra di Ocean Space nell’ex Chiesa di San Lorenzo sottolinea la necessità di riflettere con e attraverso la pluralità e gli scambi, elementi distintivi del terzo ciclo della fellowship curatoriale The Current III (2021-23), a cura di Barbara Casavecchia. Due nuove commissioni affidate all’artista americano-libanese, residente a Parigi, Simone Fattal e al duo artistico berlinese Petrit Halilaj & Álvaro Urbano (quest’ultima co-commissionata da TBA21–Academy e Audemars Piguet Contemporary) raccontano storie di futuri immaginari in cui la nostra comprensione del mondo è trasformata dall’incontro con altre specie, invitando ad ascoltare la molteplicità di intelligenze. Simone Fattal occupa l’ala Est della Chiesa con l’installazione Sempre il mare, uomo libero, amerai! dalla poesia L’uomo e il mare di Charles Baudelaire. Un percorso dove singole opere creano una narrazione a più livelli di interpretazione. Qui lo spazio monumentale sembra quasi sovrastare l’intervento artistico, in realtà amplificandone il significato. Una parte poetica, riflessiva, concettuale. L’ala Ovest è invece ‘occupata’ dall’installazione avvolgente di Petrit Halilaj & Álvaro Urbano che accoglie il visitatore appena entrato in Ocean Space. La bellissima performance dell’inaugurazione ha amplificato l’identità progettuale di questo lavoro collettivo, nell’intento programmatico di manifestare il comune legame che lega tutti noi attraverso un percorso composito fatto di storia, vissuto personale, arte, musica. Questa parte della mostra è fantastica, mitologica, ancestrale e futuristica al contempo. Mostra che abbiamo avuto il privilegio di visitare con Barbara Casavecchia, curatrice indipendente, scrittrice e docente, che vive tra Venezia e Milano.

Ocean Space, Thus waves come in pairs – Halilaj&Urbano, Ensemble lunare per mari in rivolta, 2023 – Photo gerdastudio

Thus waves come in pairs è un verso del poema Sea and Fog di Etel Adnan. Quale ispirazione ha tratto da questo poema? E quale significato assume nel definire il carattere della mostra?
Thus waves come in pairs è il titolo che ho scelto non solo per la mostra, ma per l’intero ciclo triennale di The Current III, la fellowship curatoriale promossa da TBA21–Academy e incentrata sui Mediterranei che ho avuto l’onore di curare a partire dal 2021. Quel verso di Etel Adnan ha ispirato una metodologia di lavoro e di ricerca fondata sulla molteplicità, le collaborazioni e le condivisioni con artisti, scienziate e attivisti, a partire dalle riflessioni sulla crisi climatica in atto e le narrazioni troppo spesso univoche (e occidentali) che utilizziamo per descriverla. Se è vero come è vero che il bacino del Mediterraneo è la zona del Pianeta dove i cambiamenti in atto si stanno manifestando a una velocità del venti per cento superiore rispetto ad ogni altra area, perché allora, per esempio, non ascoltiamo più spesso le voci e le esperienze di quanti convivono da tempo con una condizione di aridità e di aumento estremo delle temperature? Con quanti Mediterranei passati, presenti e futuri abbiamo la necessità di confrontarci per trovare delle soluzioni condivise? Riguardo allo specifico della mostra, quel verso è stato importante anche per dialogare con l’architettura particolarissima che ospita Ocean Space, vale a dire la ex Chiesa di San Lorenzo a Venezia, edificata in pianta quadrata divisa a metà da un grande altare bifronte così che lo spazio risulta composto da due metà gemelle e speculari. Invitando ad occupare questi straordinari spazi Simone Fattal, compagna di Etel Adnan da tutta la vita, insieme a Petrit Halilaj e Álvaro Urbano, anch’essi partner nel lavoro e nella vita, ho desiderato sottolineare come sia solo attraverso la pluralità che possiamo intervenire sugli immaginari.

Questa mostra è la terza parte di un progetto più ampio, anzi di un programma triennale di fellowship curatoriale che TBA21 sta sviluppando qui a Venezia e che pone l’Oceano, ma più nello specifico il mar Mediterraneo, come fulcro di riflessioni contemporanee attraverso i linguaggi dell’arte. Cosa ha inteso perseguire con The Current e quali sono le evidenze finali di questo percorso?
The Current III ha assunto molte forme: dalle conversazioni itineranti, che ci stanno portando in giro per la città e la laguna di Venezia da tre anni al fine di sviluppare e affinare le nostre capacità di percepire i cambiamenti in atto, entrando in contatto diretto con le barene, le correnti, le dune, le altre specie animali, a due cicli semestrali di conferenze e dibattiti della Ocean/UNI, piattaforma digitale ad accesso libero promossa da TBA21–Academy, intitolati Immagina l’oceano secco come lavanda (da una poesia di Andrée Chedid), o ancora alle commissioni ad artisti quali il veneziano Giorgio Andreotta Calò, che nel 2021 ha coperto a piedi l’intero perimetro della laguna nell’arco di una decina di roventi giorni estivi, provando a percorrere – e quindi marcare, registrare – con il proprio corpo la linea di separazione tra terra e acqua che muta costantemente con il ciclo delle stagioni e delle maree, ma anche per effetto delle azioni entropiche e della distruzione dell’ecosistema. Tra i tanti esiti di questi tre anni di lavoro c’è anche un libro a mia cura: Thus Waves Come in Pairs. Thinking with the Mediterraneans (edito da TBA21 insieme a Sternberg Press), che raccoglie una conversazione inedita tra Etel Adnan e Simone Fattal e testi realizzati per l’occasione da autori e autrici con i quali abbiamo collaborato e che hanno qui risposto in modo inedito ai temi di quella prima riflessione a due voci. La grafica è dello studio Bruno, con sede a Venezia, come del resto Grafiche Veneziane, che lo ha stampato, perché è importante lavorare in situ.

Ocean Space, Thus waves come in pairs – Simone Fattal, Sempre il mare, uomo libero, amerai!, 2023 – Photo gerdastudio

La Chiesa di San Lorenzo con la sua storia e la sua importante monumentalità si fa spazio di dialogo con gli artisti Simone Fattal e Petrit Halilaj & Álvaro Urbano. Da un lato un dialogo netto con l’altare, dall’altro la citazione dell’uovo sospeso all’interno dell’arco della chiesa, che ricorda immediatamente Piero della Francesca. Come gli artisti sono stati chiamati a confrontarsi in maniera viva con lo spazio?
Per me è stato importante invitare gli artisti a misurarsi con il tema della narrazione dei Mediterranei e dei loro mutamenti in corso, ancor prima che con l’architettura. Simone ha scelto di farci riflettere sulla stratificazione delle culture e dei passati, inclusi quelli coloniali: il testo del Contrasto della Zerbitana, inciso sottilmente sulle sfere rosa perlacee che l’artista ha realizzato a Murano, inscena la disputa tra una donna dell’isola di Gerba, lungo la costa tunisina, e il marinaio occidentale che ha abusato di sua figlia perché protetto dalla flotta di occupazione e che minaccia di conciare anche lei per le feste, se oserà cacciarlo di casa. Risale alla fine del Duecento, ribadendo eloquentemente il riproporsi invariato di queste forme di violenza, ed è scritto in “lingua franca”, una lingua meticcia parlata per secoli lungo tutte le coste mediterranee e in particolare nei porti, utilizzata nel commercio di beni di ogni genere, compreso quello di esseri umani. La schiavitù ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo della modernità europea e non, anche se spesso si preferisce eludere l’argomento. Un titolo come Sempre il mare, uomo libero, amerai! apre la porta a tante interpretazioni. Creando un gruppo di creature animali metamorfiche che usano il suono per comunicare, gravitando attorno a una grande ‘Luna’ sospesa – è così che si intitola la scultura ovoidale che pende dal soffitto di Ocean Space –, Petrit e Álvaro hanno lavorato sulla costruzione di forme di vita in evoluzione e trasformazione, dalle quali possono emergere futuri queer e alternativi. L’uovo è non solo il mezzo attraverso cui moltissime specie di vita si riproducono sul nostro Pianeta, negli oceani come sulle porzioni terrestri, ma anche il simbolo alla base di tante cosmologie e miti della creazione. Nella performance iniziale gli artisti hanno invitato musicisti e danzatori ad animare le sculture, rendendone percepibile il grido di protesta, che non è solo dolente, ma anche gioioso e carico di energia. L’aver distribuito la melodia di Ay mi pescadito su due strumenti/pesci/sculture diversi fa sì che la si possa ricostruire appieno solo coordinandone i movimenti. Imparare a sintonizzare le azioni comuni è necessario se vogliamo cambiare le cose.

Un’ultima annotazione: l’allusione al nuotare, alla incredibile sensazione di essere parte del mare e in particolare del Mediterraneo. Questo atto assume un forte valore simbolico e poetico, ma allo stesso tempo drammatico se rapportato alla realtà quotidiana del nostro tempo. Cosa rimane oggi dell’identità, dell’essenza profonda dei mondi mediterranei?
È una domanda alla quale credo sia impossibile rispondere. Non tutto si muove allo stesso ritmo, non tutti i racconti dei mondi mediterranei e delle condizioni geopolitiche che ne informano il presente ricevono pari ascolto. L’identità individuale e quella collettiva sono in costante mutazione, movimento e trasformazione, come ci insegnano le onde.

Immagine in evidenza: Barbara Casavecchia – Photo Enrico Fiorese

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