Dopo aver indagato in questi mesi la 18. Mostra Internazionale di Architettura in tutte le sue sfaccettature, abbiamo tracciato dei percorsi trasversali tra i Giardini e l’Arsenale: cinque ‘cantieri’, cinque tappe tematiche che fissano alcuni passaggi nodali della ‘disciplina’ secondo Lesley Lokko.
Quello su cui quasi tutte le voci della critica concordano è che Il Laboratorio del Futuro sia una mostra plurale. Sia nel senso di integrare voci tra loro molto diverse, che parlano linguaggi non sempre compatibili, sia nel senso dei temi e delle questioni toccate. Pare tuttavia utile provare a inquadrare questa complessità attraverso alcune possibili categorie, non certo esaustive, che tentino di rispondere alla principale questione posta dalla mostra: cos’è l’architettura?
Mi pare che più che di sezioni o categorie si possa a tutti gli effetti parlare di ‘cantieri’, in parte per coerenza con il senso del titolo che Lesley Lokko ha dato a questa Biennale, intendendo il futuro come qualcosa “da costruire”, in parte perché, come spesso osservato, in questa mostra ci sono più domande concrete che risposte compiaciute. L’architettura, per Lokko, è una pratica relativa, non assoluta, perché collocata in modo definito nello spazio e soprattutto nel tempo. . speculativa, forma di pensiero non-egemone; politica, dispositivo di ingaggio non-gerarchico; materiale, voce e pratica non-estrattiva; decoloniale, strumento di ridefinizione non-razziale; narrativa, tesa a riconoscere un altrimenti [otherwise] al presente. Tra questi caratteri, tuttavia, tutto quello che pare negazione . in realtà una proposta, una posizione, un progetto. Perché in fondo è questo il senso di un laboratorio del futuro: smarcarsi dalla critica, anche quella che deve ancora venire, e avere il coraggio di muovere un passo.
Immagine in evidenza: Padiglione Brasile, Giardini (Leone d’Oro 2023)