Leone d’Argento per la miglior regia alla 81. Mostra del Cinema di Venezia, tre Golden Globes e dieci candidature agli Oscar 2025: esce il 6 febbraio nelle sale italiane il film di Brady Corbet che celebra l’architettura come forma d’arte.
L’architettura è un pretesto. Importante è la vita, importante è l’uomo!
Oscar Niemeyer
Il protagonista, László Tóth, interpretato da uno straordinario Adrien Brody, è un architetto ebreo ungherese che, dopo essere sopravvissuto all’Olocausto, emigra negli Stati Uniti per ricostruire la sua vita. Il film, girato in 70mm e formato VistaVision, è un’opera ambiziosa che richiede attenzione e pazienza da parte dello spettatore, con una durata di quasi quattro ore, incluso un intervallo di 15 minuti. La vera protagonista visiva del film è l’architettura! Già il titolo ci connette al Brutalismo, corrente architettonica nata in Inghilterra negli anni Cinquanta del Novecento come superamento del Modernismo. Architettura che usa la forza espressiva del cemento armato a vista (non a caso il termine deriva dal francese béton brut), un materiale grezzo, strutturale che esprime potenza e vigore. Tóth, personaggio inventato come sono inventate le sue architetture, inizialmente costretto a lavori umili, riceve la commissione per la ristrutturazione di una libreria da parte del ricco mecenate Harrison Lee Van Buren. L’opera colpisce Van Buren, che scopre che Tóth era stato un architetto uscito dalla scuola del Bauhaus, e decide così di affidargli un progetto mastodontico: un centro culturale che includa biblioteca, palestra e cappella, da realizzare in stile brutalista. La scenografa Judy Becker ha creato appositamente per il film le opere architettoniche di Tóth, che si ispirano ai grandi architetti del periodo come Paul Rudolph, Louis Kahn e Marcel Breuer.
Il film si focalizza sul rapporto tra Tóth e la sua arte. Il regista Corbet usa l’architettura brutalista per riflettere lo stato d’animo del protagonista. Tóth, segnato dall’esperienza traumatica della guerra, proietta la sua sofferenza e le sue ossessioni nel suo lavoro. L’edificio che progetta, con le sue linee dure e i materiali grezzi, diventa un simbolo del suo tormento interiore. Il film non si limita a mostrare la bellezza dell’architettura, ma esplora anche le difficoltà che Tóth incontra nella realizzazione del suo progetto. La committenza, rappresentata da Van Buren, cerca di influenzare le sue scelte artistiche, creando tensioni e conflitti. Tóth si scontra anche con le difficoltà pratiche della costruzione, come i problemi economici, i ritardi e la gestione della manodopera. Un aspetto particolarmente interessante del film è la sua capacità di mettere in luce il legame tra architettura e società. L’edificio progettato da Tóth, un’imponente struttura in acciaio e cemento armato, diventa una metafora del potere del capitalismo e del suo impatto sull’individuo. Tóth, pur di portare a termine la sua opera, sacrifica la sua vita privata e i suoi affetti, finendo per essere consumato dalla sua stessa ambizione. È un viaggio nel genio e nella sregolatezza e come ha dichiarato il regista: «un’opera sui traumi generati dalla Seconda guerra mondiale e dedicata a quegli artisti che non hanno potuto realizzare la propria visione».
Tra le scene magistrali del film quelle girate nelle cave di marmo di Carrara. The Brutalist è un film che celebra l’architettura come forma d’arte, ma ci invita a riflettere sul potere degli edifici e sul loro ruolo nel plasmare la nostra esperienza del mondo. L’architettura diventa uno strumento di espressione, di denuncia e di riflessione sulla condizione umana. A conclusione, un famoso, vecchio e ormai pacificato architetto, presenzia alla prima Biennale Architettura di Venezia degli anni Ottanta. Sulle note di One for you, One for me partono i titoli di coda. Imperdibile!