Playlist per un seduttore

5 suggestioni musicali attorno a Casanova
di F.D.S.

I gradi di separazione che dividono Casanova da alcuni capisaldi della musica contemporanea sono molti meno di 6, come Fabio Di Spirito ci spiega in questo imperdibile percorso a tappe musicali. L’avventuriero veneziano ha legato la propria vita alla pura ispirazione, trovando nella musica un alleato potente e fedele.

È più facile disfarsi dei vizi che delle vanità

Giacomo Casanova

Il self-made man di Boston

O Venezia, Venaga, Venusia (Nino Rota, soundtrack de Il Casanova di Federico Fellini)
Siamo in parecchi a considerare che la colonna sonora scritta da Nino Rota per il Casanova di Federico Fellini (1976) sia quella che fa suo il picco più alto tra tutte le altre sue composizioni, che rimangono comunque capolavori assoluti della musica per cinema: ha il fascino di una musica spettrale, abitata da fantasmi sonori, da incubi timbrici che sembrano raddoppiare quegli stessi fantasmi, quegli stessi incubi che si agitano nella narrazione. Un Settecento di lemuri già morti, una compagnia di fantasmi illividiti che si agitano sulla scena riproponendo in continuazione un desiderio di morte, una cupio dissolvi di cui Casanova sembra essere il capocomico. È un caso che il primo suono che si ascolta nella prima scena del film, quella dell’infausta inaugurazione del Carnevale, sia proprio di quell’incredibile strumento che risponde al nome di armonica a bicchieri (in tedesco glasspiel)? Con quel suo suono così spettrale, perturbante, quasi intollerabile all’udito perché sembra contenere in sé la sua propria negazione, il proprio contrario. Lo strumento era fatto originariamente di veri bicchieri per vino riempiti in varia misura d’acqua, così da emettere note musicali diverse quando se ne sfregava l’orlo con un dito bagnato. Nel Settecento l’armonica a bicchieri raggiunse una notorietà assoluta; le dedicarono composizioni Mozart, Beethoven, il Donizetti della scena della follia nella Lucia di Lammermoor. L’utilizzo che ne fa Rota, quindi, si spiega sia con l’attinenza storica dello strumento al pieno Settecento attraversato da Casanova, sia, soprattutto, con quella straordinaria consonanza tra lo straniamento sonoro prodotto dal vetro sfregato e lo straniamento narrativo che sembra essere la chiave interpretativa del film. In realtà c’è un terzo motivo, di natura biografica. L’armonica a bicchieri fu inventata da quel genio irrequieto e bigger than life che rispondeva al nome di Benjamin Franklin, nato a Boston, padre fondatore degli Stati Uniti, intelligenza attraversata da molteplici interessi quali la politica, la diplomazia, la scienza, l’editoria, il giornalismo militante, la letteratura, la musica. Sì, anche la musica. Nelle classi elementari italiane degli anni Cinquanta, me lo ricordo benissimo, si insegnava che Franklin aveva inventato il parafulmine; in quelle di oggi non so, chissà… Ebbene, credo che dopo Voltaire, Franklin fosse il personaggio che Casanova ammirava di più. Li legava non solo un’intelligenza – nel caso di Franklin addirittura geniale – che non conosceva barriere e confini disciplinari, ma anche l’adesione alla massoneria e pure un’inveterata passione per le donne, in Franklin certamente meno esibita rispetto a Casanova. Il 23 novembre del 1783 i due si incontrarono a Parigi, e parlarono soprattutto di mongolfiere, in quel momento la vera passione dell’americano.

Una trottola gira vorticosamente per l’Europa: il suo nome è Giacomo Casanova

Colonna sonora: Hit the road, Jack, cantata da Ray Charles
Davvero, quando per preparare questa “playlist casanoviana” ho letto il saggio di Gino Benzoni Di corsa per l’Europa (anche per vivere intensamente), contenuto in quel magnifico catalogo che celebrava la mostra Il mondo di Giacomo Casanova del 1998 a Ca’ Rezzonico, mi è immediatamente venuta in mente la canzone famosissima cantata da Ray Charles dove si invita Jack (Giacomo, appunto) a togliersi dai piedi e a non tornare mai più. Hit the road, Jack, and don’t you come back no more, no more, no more, no more… Le parole sembrano davvero essere rivolte a Casanova e non solo per l’omonimia del prenome. Diceva infatti il grande storico in quel saggio, che a vent’anni Casanova ebbe la possibilità di lasciarsi l’Europa alle spalle. Fu quando, nel suo viaggio a Costantinopoli, un ricco ed influente personaggio della città, entrato in amicizia con lui, gli propone di sposare la figlia Zelmi diventando così suo erede. Casanova però non riesce a dire di sì, a fare il salto definitivo che lo strappi definitivamente dall’Europa; giustifica la sua decisione affermando di non poter rinunciare alla conversazione europea, al dialogo brillante e onnicomprensivo che domina le corti e i salotti d’Europa. E da questo rifiuto inizierà per Giacomo una vera e propria erranza in giro per il vecchio continente: Mantova, Ginevra, Parma, Torino, Lione, Parigi, Dresda, Praga, Vienna, Venezia, Parigi, l’Olanda, la Svizzera, Avignone, Grenoble, Marsiglia, Valenzia, Genova, Livorno, Firenze, Roma, Napoli, ancora Parigi, Barcellona e via andare… Viaggiatore sempre in moto, scosso da un irrefrenabile impulso al movimento, dotato di un corpo invidiabile per affrontare gli spostamenti e di uno stomaco ideale per sostenere la diversità delle cucine regionali, Casanova non si posa mai se non alla fine della vita nel borgo boemo di Dux, girando vorticosamente da una città d’Europa all’altra a fare le tre cose che sa fare meglio: mangiare, sedurre, conversare. Hit the road, Jack…

Leoš Janácek, Pasquale Anfossi, Maddalena Allegranti

Il Settecento: un incessante batter cassa…

Colonna sonora: With a Little Help from My Friends, cantata da Joe Cocker
Giacomo Casanova e Lorenzo Da Ponte, il librettista delle tre opere italiane di Mozart, erano amici – come si poteva esserlo in un secolo dominato dalle convenienze e dalle enormi incrostazioni formali quale era il Settecento – e pare che la sera della prima del Don Giovanni, al Teatro Nazionale di Praga il 29 ottobre 1787, ci fosse anche Casanova. Qualche studioso parla (favoleggia?) di un possibile utilizzo di Casanova come librettista da parte di Mozart, perché Da Ponte nei giorni precedenti alla prima era tornato a Vienna, dove aveva un’altra prima di un suo libretto (L’arbore di Diana, musicata da Vicente Martín y Soler), ma sinceramente nella mia bibliotechina del sarto, reparto Mozart, non sono riuscito a trovare riscontri affidabili a riguardo. Esistono anche numerose lettere scritte da Da Ponte a Casanova tra il settembre del 1792 e l’agosto del 1798, spedite dalle numerose città (Dresda, Londra, Rotterdam, L’Aja) in cui quel simpaticissimo avventuriero cercava di fare fortuna tra mille progetti e mille rifiuti. Si tratta di scritti in cui non è arduo individuare un vero e proprio schema compositivo. Prendiamone una di queste lettere, tra le più significative: si comincia con i reboanti omaggi al destinatario, poi si passa all’illustrazione delle enormi difficoltà che Da Ponte trova nel procurarsi qualche commissione o nel farsi finanziare i suoi arditi progetti teatrali, si insultano gli autori di questi rifiuti, a maggior ragione perché si tratta di amministratori di teatri conosciuti in precedenza nei suoi vorticosi viaggi europei, passando infine a batter cassa, invitando Casanova a farsi vivo presso un creditore di Da Ponte al fine di convincerlo ad estinguere il debito, oppure a perorare presso il suo protettore boemo (il conte di Waldstein) il buon nome del Da Ponte ai fini di un aiuto finanziario. La lettera viene infine conclusa esaltando il successo avuto nella città da cui scrive di sue poesie dedicate alla morte di Luigi XVI o di altri suoi libelli, successi dei quali, mentre si leggono le parole esaltate, sembra evidente la natura millantatoria. Se il Settecento è il secolo dell’individualismo che si staglia contro la società, lo è anche grazie a questi capolavori di ipocrisia e di infingimenti che sono le lettere di Da Ponte.

“…le bestie boeme….”

Leos Janacek, They chattered like swallows, da On an overgrown path, libro 1
Amari gli ultimi anni di Casanova: alla fine del 1785, mentre fa il segretario dell’ambasciatore di Venezia a Vienna, ai confini della povertà e al servizio di una potenza che è un dead man walking, accetta l’invito del conte Karl Waldstein che lo assume come bibliotecario nel suo castello a Dux, oggi Duchcov, a circa 100 chilometri da Praga. Rimarrà lì quasi tredici anni, fino alla sua morte nel giugno del 1798. Molto solo, con il conte Waldstein quasi sempre residente a Vienna o a Londra, Casanova passa i suoi ultimi anni di vita impegnato nella corrispondenza epistolare e soprattutto a scrivere in francese l’Histoire de ma vie, regesto delle sue imprese in giro per l’Europa e palestra per l’esercizio della sua memoria strepitosa. I primi anni sono molto duri: non parla tedesco, non può interagire con gli altri impiegati del castello, in particolare con il malefico maggiordomo Faulkircher, che spesso tratta come persone di rango inferiore. È evidente che in poco tempo questi lo prendano di mira, mettendo in campo, a suo dire, una serie di comportamenti aggressivi e di sostanziale emarginazione. La scelta del pezzo di Janacek non ha strettissimi legami con il contenuto del comma: Janacek, tra l’altro, è sì un grande esponente della scuola cecoslovacca, ma è moravo e non boemo. Lo abbiamo scelto perché il tema, così irruento ma anche senza una direzione precisa, sospeso nella sua brevità, ci sembra che vagamente possa richiamare quella sospensione della vita di Casanova negli ultimi anni di Dux.

Chi è Pasquale Anfossi e perché parla male di me?

Colonna sonora: Pasquale Anfossi, La contadina incivilita, Primo movimento
Il titolo evidentemente è uno scherzoso accenno ad un film del 1971 che mi aveva molto colpito da ragazzo, Chi è Harry Kellermann e perché parla male di me?, che narra la storia di un compositore di successo che ha dei problemi con la sua identità. È il contrario di quanto accadde al Casanova, sempre granitico nella rappresentazione letteraria della sua psiche, ossessionato dalla ripetitività delle procedure erotiche, sociali, gastronomiche. Vogliamo qui ricordare, per concludere il nostro viaggio alla ricerca di una colonna sonora della vita del Grande Seduttore, Maddalena Allegranti, soprano veneziano. In qualche modo c’entra con Casanova, il quale, assai più vecchio di lei, la conobbe da giovinetta e la ricorda allo zio di lei che lo ospita a Firenze come “una persona affascinante, piena di finezza, di vivacità, che mi imbarazzava ogni volta che mi augurava il buongiorno”. Anche negli ultimi anni di Dux i due si scrivevano; abbiamo lettere in cui lei lo vuole a Dresda dove canterà. Ma la Allegranti ci serve per concludere con un musicista che in quegli anni conobbe il successo e che fu uno dei protagonisti della scuola musicale napoletana, oggi a malapena citato dai libri di storia della musica: si tratta di Pasquale Anfossi, una cui opera, Viaggiatori felici, ebbe un grande successo a Londra e portò alla fama europea proprio l’Allegranti, che qui cantava la sua parte da primadonna. Se la musica classica fosse un museo, l’Anfossi, che ai suoi tempi ebbe a competere con Mozart, oggi avrebbe al massimo un suo quadretto, ignorato dalla maggior parte dei visitatori, all’interno della sala dedicata alla musica del Settecento napoletano. Sic transit gloria mundi…

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