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Il cinema iraniano in Mostra

di Maria Casadei
  • venerdì, 9 settembre 2022

L’edizione di quest’anno lascia gran spazio alla cinematografia iraniana. Presenza alquanto interessante e pesante, merita sicuramente di essere approfondita. In Concorso Beyond the Wall di Vahid Jalilvand e No Bears di Jafar Panahi, in Orizzonti World War III di Houman Seyedi e in Orizzonti Extra il lavoro di Arian Vazirdaftari, Without Her.
Pellicole impegnate, cariche di tensione e violenza, attraverso la quale si esprimono la lotta di classe, i conflitti sociali e personali nell’Iran di un tempo e di oggi, dove sembra che molte cose non siano cambiate.
Nella storia del cinema iraniano, Lor Girl (1932) è il primo film sonoro prodotto dall’Imperial Film Company a Bombay. I primissimi lavori cinematografici iraniani furono infatti prodotti proprio in India, dove il persiano per molti secoli ebbe lo status di lingua ufficiale, favorendo il suo sviluppo linguistico e letterario. Ma fu The Cow (1969) di Dariush Mehrjui, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1971, a far conoscere il cinema iraniano all’estero e soprattutto in Europa, dove trovò fin da subito un pubblico attento e interessato.
Le due rivoluzioni iraniane, costituzionale tra il 1905 e il 1911 e islamica del 1977-79, scossero l’intero paese ed ebbero un impatto significativo sulla produzione cinematografica. Dopo Abbas Kiarostami, regista di Where is the Friend’s Home (1985) premiato al Festival di Locarno, Jafar Panahi è ad oggi una delle figure più audaci e impegnate del panorama iraniano. Studente di Kiarostami, Panahi ha superato i confini del proprio mentore, toccando tematiche sempre più sensibili e critiche riguardo la dimensione sociale e politica dell’Iran odierno e aprendo così una nuova fase per il cinema iraniano. Anche se è ancora troppo presto per poter definire questo periodo di evoluzione, Asghar Farhadi, regista di A Separation (2011) e The Salesman (2016) vincitore di ben due premi Oscar, ne è sicuramente una valida espressione.

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