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Solo Amanda

Carolina Cavalli debutta alla regia in Orizzonti Extra
di Fabio Marzari
  • lunedì, 5 settembre 2022

Amanda, opera prima della giovane regista e sceneggiatrice milanese Carolina Cavalli, arriva alla Mostra nella sezione Orizzonti Extra. Il tema della solitudine viene affrontato in chiave pungente e con toni a volte surreali. E dopo Venezia il film volerà in concorso a Toronto.

Un film sul bisogno di amicizia, in cui emerge un elegante rigore della forma architettonica che si contrappone al disordine dei personaggi. È solo un’impressione o ci conferma che l’architettura non è un elemento del tutto estraneo alla narrazione?
Essendo un’opera prima molte cose le ho scoperte lavorando, tra cui comprendere quanto l’ambiente potesse essere importante nel delineare al meglio un personaggio. Questo è stato utile per disegnare la figura della madre di Rebecca, l’amica desiderata da Amanda, interpretata da Giovanna Mezzogiorno. La dimensione architettonica mi è servita molto, abbiamo trovato una casa non ancora finita ma già ‘rovinata’ e questo senso di incompletezza è stato funzionale al mio racconto, così come la grande villa in cui vive la famiglia di Amanda restituisce sempre un senso di soffocamento, anche se caratterizzata da vasti spazi. Non ho mai avvertito la presenza di un luogo nelle nostre vite come girando questo film, la commistione di chi siamo e di quali ambienti occupiamo e in cui viviamo. Io prediligo tutto ciò che a livello materiale è austero e astratto, ma serve cercare una forma per rendere questa astrazione. Ci sono alcuni ambienti che si sono prestati a creare anche fisicamente l’idea di un “non luogo” molto più di altri. Averli messi insieme è risultato molto utile per poter creare quella sensazione di spaesamento, vissuta da tutti i personaggi.

Come è andata formandosi la scrittura del personaggio di Amanda?
Mi capita spesso di scrivere insieme ad altri. Scrivere da sola qui invece mi ha dato la possibilità di non pianificare la storia a priori, dovendola organizzare solo con me stessa. Per questo film sono partita dal personaggio di Amanda e mi piaceva immaginare una ragazza che vive nella solitudine, pur non essendone vittima. Solitudine intesa non solo in termini di relazione interpersonale, ma anche come isolamento fisico, in un contesto o in un luogo dato. Amanda non si dà per vinta nei confronti della realtà: ha degli atteggiamenti che potrebbero passare per infantili, adatta la realtà smussandola in termini decisamente propri. Un po’ come la mia adorata Pippi Calzelunghe, che ha avuto un ruolo importante nel definire il personaggio di Amanda, perché anche lei nella sua vita contorce e ridireziona la realtà. Mi chiedevo spesso come sarebbero stati alcuni personaggi bambini una volta cresciuti e questo pensiero mi ha condotto alla definizione di Amanda. Lei è fuori dagli schemi convenzionali, ma alla fine ha la matura una spiccata consapevolezza di una visione più nitida del senso comune.

AMANDA

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Non manca nella storia un sottile filo di ironia, che riesce anche a strappare delle risate…
L’ironia è funzionale alla storia. Amanda riesce a prendere in giro la vita, deve fare i conti col grottesco, osservando un mondo di scombinati che le ruota intorno, e lo fa con disperazione, esagerando il confronto con la realtà delle cose, anche se alla fine neanche tanto. Il film non vuole trasmettere angoscia, piuttosto racconta lo sgomento che viviamo nel quotidiano, esasperando la solitudine dei nostri giorni. È un’ironia figlia di una certa disillusione che definirei “generazionale”. Anche nella vena malinconica delle bellissime musiche di Niccolò Contessa, non manca mai una cifra piuttosto ironica.

La scrittura e la regia presentano specificità tecniche proprie. Come è stato dirigere un film?
Non c’è dubbio che siano attività assai differenti tra loro. Io fino ad oggi mi ero occupata di sceneggiature; l’idea di non avere l’abitudine di confrontarmi con elementi che fossero all’esterno del foglio mi ha portato a vedere, mentre giravamo, non Benedetta Porcaroli che si recava sul set, bensì Amanda che veniva in casa sua. Lavoravo non con gli attori, ma direttamente con i personaggi. L’abitudine a stare molto con le storie conduce un po’ fuori della realtà, si crede molto nella propria storia e quindi durante le riprese era per me fondamentale avere una buona sceneggiatura. Non sono in grado di improvvisare e non volevo farlo ora. Dirigere un film da esordiente è stato naturalmente molto interessante e direi abbastanza facile.
Ho trovato molte più persone coraggiose di quanto non mi sarei immaginata, disposte a rischiare su una sceneggiatura e una regia che non offrivano molte certezze: ho avuto la fortuna di avere attorno a me produttori, attori molto capaci e una troupe molto attenta. Non so se questa sia la regola, ho l’impressione che non lo sia…

Come ha scelto il cast?
Ho parlato con più di sessanta ragazze per i ruoli di Amanda e Rebecca, andati poi rispettivamente a Benedetta Porcaroli e Galatea Bellugi. Per il ruolo affidato a Giovanna Mezzogiorno ero da subito convintissima di lei, altrettanto per Monica Nappo. Le ho cercate io, chiedendo agli agenti di leggere la sceneggiatura, prima di ricevere il loro assenso.
Michele Bravi interpreta Dude, un po’ Vincent Gallo e un po’ Dean Stockwell quando canta in Blue Velvet. Ho trovato con gli attori, tutti davvero eccellenti, una reciproca comprensione. Per quanto volessi tenere ogni aspetto il più possibile sotto controllo, c’è uno spazio in cui si diventa carne ed ossa, sguardo e testa, intelligenza, nel quale bisogna lasciarsi necessariamente trasportare.