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Il gioco dello specchio

di Marisa Santin
  • sabato, 3 settembre 2022

Nominato nel 2015 Miglior Critico Cinematografico dal Ministro dell’Educazione indonesiano, Makbul Mubarak dopo aver realizzato diversi corti pluripremiati  (The Dog’s Lullaby, 2015 e The Malediction, 2016), presenta Autobiography suo primo lungometraggio in Concorso nella sezione Orizzonti.

Quale aspetto della situazione sociale e politica indonesiana ha deciso di rappresentare nel suo film?
L’Indonesia è stata una dittatura militare dal 1966 al 1998. Nonostante il governo attuale sia di natura civile, gli effetti della dittatura sono tuttora molto evidenti e si ripercuotono sui giovani, sulla mia generazione. Il film cerca di mostrare l’influenza che il vecchio regime continua ad avere su di noi. Sappiamo che tecnicamente è finita ma possiamo ancora sentirne la presenza nella vita di tutti i giorni, nella mentalità collettiva e nelle ore di lavoro. Gli indonesiani sono restii all’esprimere la propria opinione, non perché non siano a conoscenza dei fatti ma perché troppo abituati alla censura e all’autocensura. Nelle aree rurali il retaggio della mentalità che divide l’élite dalle classi più umili è molto forte, rispetto all’ambiente urbano più progressista. Volendo rappresentare questo divario sono andato nelle aree rurali e ho cercato di inserirmi, inoltre sono cresciuto in campagna e non in città.

«Sono cresciuto considerando la fedeltà di mio padre allo stato come qualcosa di inerente alla mia vita familiare». Puo spiegare il titolo di Autobiography? Quanto della sua vita personale e familiare troviamo nel film? Cosa l’ha spinta a scegliere una storia così personale per il suo lungometraggio?
Mentre scrivevo per il film e facevo delle ricerche, mi sono reso conto di non aver bisogno di guardare a un qualcosa di lontano da me ma potevo far riferimento alla storia della mia vita. Si chiama Autobiography ma la scelta del titolo è stata data dal fatto che, secondo me, il generale Purna è un’autobiografia del giovane Raki e viceversa. Ci sono molti specchi nel film, che sono riuscito a integrare nelle scene anche grazie alla collaborazione con il direttore della fotografia. I due protagonisti sono come degli specchi reciproci: l’uno copia l’altro e l’altro impara dall’uno, si influenzano a vicenda. La generazione dell’era militare passata e i giovani che vivono nella realtà post-dittatoriale dialogano essendo uno il riflesso dell’altro. Siamo due generazioni diverse che scrivono costantemente della storia del paese. Penso sia una mia autobiografia ma è anche molto più importante di una semplice autobiografia perché è del nostro paese ed è questo il motivo per cui ho scelto questo titolo, una scelta più simbolica che esplicativa.

 

AUTOBIOGRAPHY

In un villaggio indonesiano di montagna, il giovane Rakib porta avanti il ruolo che da secoli ha il clan della sua famiglia, quello di custodire una dimora disabitata. Suo padre...

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Un titolo su tre livelli: parla di lei, dei due protagonisti e del suo paese. Come è arrivato alla scelta dei protagonisti e del cast in generale?
Tra me e l’attore che interpreta Purna, l’anziano, c’è in primis un rapporto di amicizia e quando ho scritto il copione avevo lui in mente, sia perché ha una presenza molto forte ma anche perché vive vicino a una caserma militare e riesce quindi a capire com’è l’esercito e come vivono i soldati. è stato una fonte di ispirazione durante la stesura del copione perché abbiamo parlato tanto della sua esperienza e quando nel 2017 abbiamo girato delle scene nel deserto era già nel suo ruolo. Non ho fatto un vero casting per il ruolo di Purna, ho avuto in mente lui fin dall’inizio. Invece per il giovane attore che interpreta Raki, il ragazzo, Autobiography è il primo film in cui è protagonista. L’ho visto in un film indonesiano e c’è qualcosa in lui di molto concreto, sembra una persona normale ma con dentro una rabbia strana e profonda. Quando l’ho conosciuto per la prima volta il nostro incontro è stato bizzarro, era arrabbiato ma non sapevo perché; è arrivato arrabbiato e, dopo avermi lasciato solo per quattordici minuti, è tornato arrabbiato come prima. Abbiamo parlato e in quel momento ho capito che volevo usare e alimentare la sua rabbia, incanalandola nel film. Questa proiezione è mirata anche alla comprensione della storia e della personalità dell’attore, non solo del personaggio. per cui, con il giovane ragazzo dall’animo intenso, ci siamo preparati per due anni.

Il film era inizialmente inteso per un pubblico indonesiano, ora che è stato scelto dalla Mostra del Cinema di Venezia raggiungerà invece un pubblico internazionale. Come pensa verrà accolto?
Quando l’abbiamo scritto, cinque anni fa, non avevo fatto nessun lungometraggio ma solo corti, di conseguenza siamo partiti da una posizione abbastanza umile. Volevamo fare un film indonesiano sulla mia storia, per un’audience indonesiana, perché abbiamo pensato che fosse specificatamente riguardo il nostro paese ma, non molto dopo la selezione al TorinoFilmLab con grande sorpresa abbiamo scoperto che altri paesi avevano vissuto esperienze simili alla nostra nel dover avere a che fare con le ingiustizie date dal sistema elitario del potere nel loro paese. C’era Trump negli Stati Uniti, Orbán in Ungheria e Le Pen in Francia. Abbiamo allora pensato di aprire le porte per far sì che le persone potessero apprezzare la nostra storia come se fosse la loro ampliando l’identità e il contesto del film. Volevamo ampliare la produzione invitando persone esterne al film a collaborare con noi e aiutarci a rendere la storia più internazionale, con un direttore alla fotografia e camera team dalla Polonia, alcuni membri del team dalla Francia e i co-produttori da sette paesi diversi, tutti si rivedono in qualcosa del film. Gli è vicino perché la storia, anche se così personale e specifica, affronta anche la condizione umana collettiva con cui tutti devono fare i conti di questi tempi e di questo siamo molto felici.

Guardando alla storia del cinema quali autori e film l’hanno ispirato maggiormente da un punto di vista stilistico?
Da un punto di vista stilistico guardo a molti registi, studio il loro lavoro e prendo quello che posso. Per esempio, il regista che ammiro di più è probabilmente Elia Kazan nel modo in cui si relaziona con gli attori e in cui gestisce l’intensità nei suoi film. Un altro esempio può essere Michael Haneke e Rosellini, per come lascia la realtà attraversare i suoi film. Direi quei tre, guardo anche ad Alfred Hitchcock per la sua disciplina nelle strutture e forme/figure; ogni tanto sento di essere indisciplinato e quando studiai il suo lavoro ripetutamente mi resi conto che con la disciplina puoi cambiare qualcosa. Ci sono anche registi contemporanei molto validi come Andrea Arnold e Barry Jenkin, delle figure esemplari secondo me. Non potremo mai essere bravi come loro perché sono dei fuoriclasse ma possiamo guardare e imparare da loro.