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In punta di penna

Marcelle Padovani ricorda Giovanni Falcone a trent'anni dalla strage di Capaci
di Fabio Marzari
trasparente960

Tessendo ricordi, aneddoti e colloqui con alcuni uomini di giustizia, la giornalista e saggista francese riesce a intrecciare passato, presente e futuro, a «celebrare l’Antimafia di oggi, senza dimenticare di rendere omaggio a quella del passato». Nel suo libro si attualizza il pensiero del magistrato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 e si offre uno strumento di comprensione sull’influenza esercitata dalla sua eredità.

Tessendo ricordi, aneddoti e colloqui con alcuni uomini di giustizia, Padovani riesce a intrecciare passato, presente e futuro, a «celebrare l’Antimafia di oggi, senza dimenticare di rendere omaggio a quella del passato». Il risultato è un libro che va oltre le facili celebrazioni e che ha il merito di fare «il punto sull’acquisito, l’immutabile, il positivo» della giustizia. Sempre in compagnia di Giovanni Falcone; del suo ricordo, ma anche del suo esempio concreto, presente, vivissimo.

Marcelle Padovani, fiera di essere nata nella stessa isola che dette i natali a Napoleone, romana, anzi, meglio, trasteverina da moltissimi anni, è una delle più accreditate corrispondenti della stampa estera in Italia. Racconta ai lettori del settimanale francese «L’Obs» il nostro Paese in maniera sincera e sempre appassionata, frutto di un lavoro di profonda conoscenza del territorio e di chi quotidianamente lo vive, dai palazzi del potere alle realtà più periferiche e spesso emarginate dalle cronache. Tra i vari libri “italiani” da lei pubblicati, Cose di Cosa nostra (Rizzoli, 1991) è sicuramente uno di quei lavori che hanno saputo fermare un momento cruciale della nostra storia: venti interviste da lei realizzate negli anni a Giovanni Falcone raccontate come un unico fluire di parole e pensieri, in cui il magistrato smonta i falsi miti che si celano dietro alla mafia, raccontando la violenza di uomini che sono tutto fuorché “d’onore”, i loro codici e comportamenti, senza tralasciare gli intrecci con le istituzioni, il territorio e l’omertà delle persone comuni che, cedendo il passo ai clan e alle loro clientele, finiscono col calpestare i propri stessi diritti.

Nella fase di costruzione del volume, io gli mandavo le bozze in francese in cui lui poi apponeva qualche correzione in italiano. Era una persona sobria, concreta, scevra da ogni forma di retorica. Non amava spendersi in smancerie rituali; non si è mai speso in grandi complimenti, “limitandosi” solo a dirmi: «abbiamo lavorato bene».

Il libro riscosse immediatamente un grandissimo successo, divenendo di fatto una sorta di testamento di Giovanni Falcone, e venne tradotto in varie lingue. In occasione del trentennale dell’attentato di Capaci consumatosi il 23 maggio 1992, in cui persero la vita Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, Padovani ha scritto un nuovo libro dal titolo Giovanni Falcone. Trent’anni dopo (Sperling & Kupfer, 2022), in cui svela i retroscena di quelle interviste: dal loro primo incontro alla correzione delle bozze del giudice, vergate a mano, che la giornalista ha rispolverato riscoprendo dettagli importanti, che confermano il carattere puntuale e preciso che ha sempre caratterizzato il lavoro del magistrato siciliano in qualsiasi sua declinazione. Nel libro si attualizza il pensiero di Falcone e si offre uno strumento di comprensione sull’influenza esercitata dalla sua eredità. Tessendo ricordi, aneddoti e colloqui con alcuni uomini di giustizia, Padovani riesce a intrecciare passato, presente e futuro, a «celebrare l’Antimafia di oggi, senza dimenticare di rendere omaggio a quella del passato». Il risultato è un libro che va oltre le facili celebrazioni e che ha il merito di fare «il punto sull’acquisito, l’immutabile, il positivo» della giustizia. Sempre in compagnia di Giovanni Falcone; del suo ricordo, ma anche del suo esempio concreto, presente, vivissimo.

Proprio il 23 maggio scorso Rai Tre ha mandato in onda un docufilm dal titolo Chiedi chi era Giovanni Falcone, disponibile su RaiPlay, in cui attraverso le testimonianze di persone a lui molto vicine, tra cui la stessa Padovani, viene approfondita la sua complessa e forte personalità. Prodotto da Rai Documentari e Indigo Stories, in collaborazione con Rai Teche e la regia di Gino Clemente, il docufilm racconta in maniera asciutta, coinvolgente e senza alcuna retorica il lato meno conosciuto del magistrato, quello più umano e meno indagato dai media, raccogliendo ricordi di una vita che fu narrati da chi l’ha conosciuto in profondità in prima persona.

Lei ha da poco pubblicato il libro Giovanni Falcone. Trent’anni dopo. Ancora una volta non ha mancato di sottolineare che non è di eroi che abbiamo bisogno, quanto di esempi. E Falcone è stato esattamente questo, in fondo: un cittadino e un servitore dello Stato con le sue passioni e le sue idiosincrasie, che ha saputo mettere il bene comune al di sopra di ogni considerazione o interesse personali. Chi era davvero Giovanni Falcone? E cosa dopo 30 anni da Capaci ha voluto raccontare che ancora non era stato detto?
Io non ho voluto raccontare niente di più su Falcone, né come personaggio pubblico, né come persona; ho voluto piuttosto raccontare 30 anni dopo che cosa ci aveva lasciato, in un certo senso la sua eredità, che si potrebbe riassumere in due punti: da un lato una legislazione antimafia che si è dimostrata estremamente efficace nella lotta al fenomeno criminale, dall’altro lato il lavoro quotidiano di molti ottimi magistrati, che rappresentano una sorta di sua eredità fisica, in cui il metodo Falcone viene seguito e applicato giorno per giorno. Un metodo di grande discrezione, grande riservatezza, il cui obiettivo vero e unico è quello di farsi conoscere e riconoscere per il contenuto stringente delle indagini, non certo per dichiarazioni pubbliche al servizio di media in cerca di eco, di clamore. Ci sono in Italia circa 9000 magistrati; bene, sono una ventina al massimo quelli che parlano, si agitano, fanno dichiarazioni, complottano… Gli altri, la stragrande maggioranza, lavorano evitando il clamore mediatico e non solo. Questo è il metodo Falcone: grazie a lui oggi nelle istituzioni vi è un livello diffuso e alto di applicazione dei contenuti dell’antimafia, indubitabilmente la migliore del mondo.

Nel docufilm Chiedi chi era Giovanni Falcone emerge dalle testimonianze di chi gli è stato più accanto, tra cui lei, il ritratto di una persona altamente normale, con le sue consuetudini di uomo e di cittadino tra cittadini, con le sue passioni…
Falcone era una persona assolutamente normale. È quindi corretto definirlo un servitore dello Stato, non un eroe; e lui aggiungeva sempre: «servitore di questo Stato, così com’è». Non è che egli militasse o lavorasse per uno stato immaginario o fantasticamente producente ed efficace; no, lavorava per questo Stato per quello che era ed è, ossia un sistema intriso di contraddizioni, di difficoltà, di carenze, ma sempre soggetto come tutti i sistemi a possibili azioni, processi di miglioramento. Credo abbia rappresentato in questo senso una sorta di archetipo contemporaneo della figura di servitore dello Stato; lui davvero non ha mai in nessun modo cercato alcuna forma di celebrità. Era lontano anni luce da quel tipo di magistrati che compiono operazioni di arresti spettacolari a favore delle telecamere, cui fanno seguire immediatamente proclami del tipo: «la più grande retata fatta dal maxi processo di Falcone».

Ci sono in Italia circa 9000 magistrati; bene, sono una ventina al massimo quelli che parlano, si agitano, fanno dichiarazioni, complottano… Gli altri, la stragrande maggioranza, lavorano evitando il clamore mediatico e non solo.

Una disposizione questa che oggi, trent’anni dopo e grazie al suo sacrificio e al suo esempio professionale di schiva e profonda concretezza, fa quasi sorridere nella sua chiassosa, inopportuna scompostezza.
Ha impiegato moltissimo tempo per convincersi a fare il libro Cose di Cosa nostra, in cui ha raccontato la mafia al mondo. Era il 1991, quando era solo ed esposto ad un tiro incrociato da parte della mafia, ma anche della politica e della magistratura stessa, che addirittura arrivò a scioperare contro di lui, contro i suoi metodi investigativi. Il 3 dicembre 1991, infatti, l’Associazione Nazionale Magistrati attuò uno sciopero contro l’allora capo dello Stato Cossiga e contro l’istituzione della Procura nazionale antimafia, la creatura ideata da Falcone per rafforzare – attraverso il coordinamento dell’attività delle procure – la lotta alla mafia, e invece accusata in maniera feroce dal sindacato delle toghe di porre il pubblico ministero sotto le dipendenze dell’esecutivo. Il regista di questo attentato all’indipendenza dei magistrati veniva individuato proprio nel traditore Falcone, ormai vendutosi al Ministro della Giustizia Martelli (n.d.r.).
Nella fase di costruzione del volume, io gli mandavo le bozze in francese in cui lui poi apponeva qualche correzione in italiano. Era una persona sobria, concreta, scevra da ogni forma di retorica. Non amava spendersi in smancerie rituali; non si è mai speso in grandi complimenti, “limitandosi” solo a dirmi: «abbiamo lavorato bene».

Ogni anno si consuma la retorica del ricordo, dimenticando troppo spesso quanto la mafia fosse molto addentro ai gangli dello Stato, con mille connivenze a tutti i livelli. Dopo una vita da italiana con “lieve accento francese” che idea si è fatta di questo Paese in cui l’esercizio del ricordo è legato a singole celebrazioni e fatica a divenire memoria collettiva condivisa?
La domanda riassume in due righe il senso dell’esistenza di una persona come me, sbarcata in questo Paese più di 40 anni fa e che si è in un certo senso identificata col laboratorio italiano, così come veniva chiamato. Io sono arrivata e ho cominciato col raccontare lo straordinario communisme à l’italienne, che veniva invidiato in tutta Europa e raccontato in Francia specialmente, un comunismo capace di gestire bene i territori, un comunismo democratico, non subalterno a Mosca. Dopo è arrivato il terrorismo, probabilmente tra i pochi nei Paesi democratici che sia stato sconfitto senza l’istituzione di tribunali speciali. In Francia non c’è stata che l’ombra di quanto accaduto in Italia e già era stato creato il tribunale speciale a Parigi. Da questo punto di vista il laboratorio italiano mi ha convinta. E poi c’è stata la mafia. Ho cominciato a interessarmene anche perché sono una studiosa di problemi dello Stato e chi si interessa allo Stato non può non interessarsi alle mafie, mi sembra ovvio. Aggiungo una componente mia personale, decisiva: sono nata in un’isola, la Corsica, grande quasi come la Sardegna ma con soli 300.000 abitanti, generalmente vecchi, perché quasi tutti vanno in Continente a lavorare. Un’isola priva di capacità produttive, che – e lo dico per paradosso – non è neppure stata capace di inventarsi una mafia! Mi sono interessata alla Sicilia perché è un’isola prospera, felice, con 5 milioni di abitanti, un granaio fantastico da ogni punto di vista e che, per risolvere alcuni annosi problemi, si è pure inventata una mafia. Certo, conosco già il contenuto della obiezione che mi potrebbe essere rivolta: «meglio non inventare niente che inventare una mafia!». Non sono completamente d’accordo.

…una mafia che spara meno, ma che si infiltra nel modo degli affari con sistemi assai più sottili e “professionali”. È questa la nuova frontiera da attraversare per conoscere e sconfiggere questa nuova età della criminalità organizzata.

Tornando per esempio di nuovo alla mia Corsica, infatti, se ci fossero lì stati dei movimenti o sotterranei o quasi in superficie in grado di far emergere, di esprimere l’insofferenza di una condizione di vita di fatto marginalizzata, anziché languire adagiati nell’indifferenza, sollevando in modo deciso quindi un rilievo critico rispetto al modo in cui lo Stato francese esercitava il suo potere, ciò avrebbe potuto cambiare il destino di quest’isola impedendole di lasciarsi andare in una deriva sconsolata. Vorrei fosse ben chiaro che non sto affatto producendomi in un elogio della mafia, ci mancherebbe! È stato fondamentale lavorare a fondo per cercare di sconfiggerla, di sradicarla dal controllo pieno della società, catturando i suoi capi incarcerandoli. Però ciò è potuto accadere perché la reazione è partita anche dai cittadini comuni, i più dei quali hanno finito per non riconoscersi più nel potere e nei metodi di quella mafia, anche se oggi si registra una pericolosa e sofisticata evoluzione di quella che potrebbe essere definita una mafia di sostituzione, che investe maggiormente l’economia attraverso sofisticati strumenti finanziari. Quindi una mafia che spara meno, ma che si infiltra nel modo degli affari con sistemi assai più sottili e “professionali”. È questa la nuova frontiera da attraversare per conoscere e sconfiggere questa nuova età della criminalità organizzata.

Dalla coppola ai colletti bianchi, insomma, dagli omicidi efferati, fotografati perfettamente da Letizia Battaglia, alle montagne di denaro ripulito che viaggiano in tutto il mondo. Riusciremo davvero a sconfiggere prima o poi questo cancro della società?
Falcone ci ha insegnato che se vuoi sapere dove va la mafia devi seguire i ‘piccioli’, il denaro. Oggi è tutto più complesso, perché prima di tutto le pratiche che i mafiosi utilizzano per speculare e fare affari all’interno delle istituzioni economico-finanziarie sono spesso le stesse utilizzate dalla finanza legale, come ad esempio evadere l’Iva o aggirare alcune leggi sui patrimoni. In questo periodo a causa della pandemia si sono avute delle facilitazioni incredibili per ottenere aiuti statali; non c’è neppure più la necessità di produrre il certificato antimafia. Con queste facilitazioni, che sono già legali, il lavoro delle mafie è orientato a inserirsi il più dignitosamente possibile all’interno delle istituzioni finanziarie, e tutto ciò potrebbe un giorno cambiare radicalmente a fondo la faccia del nostro capitalismo, che rischia, grazie a questa evoluzione camaleontica delle attività delle organizzazioni criminali, di diventare un capitalismo prevalentemente mafioso.
Purtroppo quanto si è guadagnato sul terreno della convivenza civile e degli spargimenti di sangue, che sono drasticamente diminuiti, azzerando quasi il numero degli omicidi per mafia – se si pensa che nella sola Palermo nel 1981 io avevo contato più di cento morti causati da azioni di stampo mafioso –, viene perso in gran parte con la legittimazione di pratiche illegali ben camuffate da attività legali.

Chi è nato dopo la tremenda primavera-estate del 1992 attribuisce a Falcone/Borsellino un ruolo storico di vittime-eroi, di cui ricordarsi nel giorno degli anniversari, o peggio come nomi di edifici pubblici o di piazze. Sono ancora troppi secondo lei gli scheletri negli armadi per riconciliarsi e poter storicizzare in maniera corretta quelle luttuose pagine di cronaca italiana?
In Italia vi è una mentalità diffusa molto più vicina alle vicende della quotidianità, che porta facilmente, in maniera anche troppo disinvolta, a una sorta di rigetto della storia e della memoria condivisa. Questo rende anche le commemorazioni dei meri esercizi retorici, di fatto inutili, perché non innervati da una vera, vissuta memoria. Credo, dopo moltissimi anni trascorsi felicemente in questo Paese, di aver compreso che nella mentalità italiana sia insita l’idea, assai vantaggiosa, di vivere a pieno la quotidianità. Una pratica dell’oggi, una “Dolce Vita” dell’oggi-qui che rende precario il solidificarsi di una continuità storica comune. Questo spiegherebbe anche il motivo per cui l’Italia, riunificata da oltre un secolo e mezzo, sia ancora fortemente legata ai suoi infiniti particolarismi, al suo definirsi e riconoscersi nella dimensione provinciale. Queste differenze sono un meraviglioso biglietto da visita dal punto di vista turistico e culturale, ma rappresentano un ostacolo concreto, un macigno granitico frapposto nel mezzo di un percorso certo lungo e complesso, eppure necessario e sempre più improcrastinabile, verso un’unità effettiva di una società, di una cultura, di una mentalità ancora troppo frammentate.

Nel docufilm di Rai Tre lei racconta di una penna regalata a Falcone, a sua volta da lei ricevuta in regalo da un illustre personaggio.
Posso raccontare il seguito di quell’episodio, perché c’è un seguito, ancora del tutto inedito. Regalo quella famosa penna che mi era stata donata da François Mitterrand a Giovanni Falcone, che non aveva mancato di farmi notare sin dalla prima volta che la vide quanto gli piacesse. Poi ci fu la strage di Capaci e ovviamente la penna era l’ultimo dei miei pensieri. Dopo qualche giorno sua sorella Maria Falcone mi chiama al telefono per dirmi che se avessi voluto un ricordo di Giovanni avrei potuto recarmi al Ministero della Giustizia nella sua stanza e scegliere qualcosa. Tra mille ritrosie ci vado e cosa vedo in bella mostra nella sua scrivania? La penna! Me la sono ripresa. Un tragitto di andata e ritorno, circolare, un oggetto di straordinario valore simbolico.

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