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Villaggio globale

Faccia a faccia con Alessandro Zan
di Fabio Marzari
trasparente960

Torna alla Fiera di Padova il Pride Village che taglia il traguardo della 15. edizione. Abbiamo incontrato il Deputato Alessandro Zan, fondatore della manifestazione, per parlare di diritti civili, di discriminazione e inclusione, di Italia, senza paura.

Alessandro Zan, padovano, ingegnere, deputato del Partito Democratico al Parlamento, primo firmatario di un disegno di legge contro i crimini d’odio, è per i più un paladino dei diritti civili, mentre al contrario per i suoi detrattori incarna una specie di creatura mefistofelica, in grado di sovvertire l’ordine naturale delle cose con il disegno di legge che porta il suo nome. È noto, purtroppo, come sia al momento finita la questione.
Sin dai tempi delle superiori Zan si è avvicinato ai movimenti per la pace, dimostrando un forte interesse per le tematiche sociali. Ai tempi dell’Università è stato politicamente attivo nel movimento LGBT ed è stato promotore di manifestazioni in favore dei diritti civili, fondando 15 anni fa il Pride Village a Padova. Da assessore al Comune di Padova è riuscito nel 2006 nell’intento di creare, per la prima volta in Italia, un registro anagrafico delle coppie di fatto aperto anche a persone dello stesso sesso.
Per spiegare cosa sia il Pride Village si citano le stesse parole che Zan utilizza nel sito web: «Con questa sono 15 edizioni di Padova Pride Village, che dal 2008 accompagna l’estate di Padova. Dopo due anni scanditi dalla pandemia Covid, che hanno scosso e segnato le nostre vite, torniamo a vivere gli spazi della nostra socialità. Il ritorno presso la Fiera di Padova simboleggia anche il ritorno di quello che, nel corso di queste 15 edizioni, è diventato il più grande festival LGBTQ+ d’Italia, aperto a tutti, così come noi lo abbiamo sempre conosciuto: certamente un luogo di gioia, spensieratezza e divertimento, ma anche uno spazio di cultura e di approfondimento politico, dedicato in particolare alla battaglia per una legge contro i crimini d’odio, con un programma ricco di concerti, dibattiti e presentazioni di libri… un evento esempio di inclusione e civiltà, punto di riferimento nella difesa dei diritti di tutti…».

L’Italia non è tra le democrazie occidentali un Paese capofila in tema di diritti civili. Quanto lungo ancora è il cammino da compiere per raggiungere dei livelli più elevati in termini di inclusività e di parità?
Il cammino è ancora molto lungo perché l’Italia sconta un ritardo clamoroso sotto il profilo del riconoscimento dei diritti. Nella mappa che esce ogni anno, preparata da Ilga Europe, un’associazione non governativa che si occupa di diritti LGBTQ+, in cui viene stilata una classifica dei Paesi in Europa con il range più alto nel riconoscimento dei diritti, le prime posizioni spettano a Malta, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, mentre gli ultimi posti sono occupati dal Principato di Monaco, Russia, Armenia, Turchia, Azerbaijan. L’Italia è al 33esimo posto, dietro l’Ungheria, il che restituisce al contempo una cronica inadeguatezza civica del nostro tessuto sociale su questi temi, con tutto quel che ne consegue in termini di episodi di violenza e discriminazione, e un altrettanto grave vuoto legislativo.
Occorre dunque lavorare sul fronte legislativo, dove pare che ogni volta che si affronta il tema dei diritti si alzino dei muri invalicabili. Mi riferisco non solo al ddl che porta il mio nome, ma anche allo ius scholae (diritto di cittadinanza per i minori stranieri residenti in Italia in base alla frequenza di un ciclo scolastico), al suicidio assistito, al tema della cannabis, tanto per rimanere ai temi di cui perlomeno si dibatte nel presente. Ogni volta che si prova a proporre delle idee per delle nuove leggi che normino questi vuoti normativi c’è una destra particolarmente agguerrita e violenta che cerca di bloccare in tutti i modi delle riforme che sono invece molto sentite dalla popolazione e dalla società civile. A tal proposito basti pensare alla mancanza di formazione in molti ambiti e settori della nostra vita civile, sociale e direi anche e soprattutto istituzionale, a partire dalla scuola, palestra per i futuri cittadini, dove mancano quasi del tutto progetti antidiscriminatori o di insegnamento dell’educazione sessuale e dell’affettività. In moltissimi Paesi tutto ciò è realtà da lungo tempo; da noi se ne parla da anni senza in concreto, tranne iniziative di singoli istituti, essere arrivati ad un uno straccio di progetto comune, condiviso.

Dobbiamo credere molto nelle Istituzioni, nella democrazia rappresentativa, dobbiamo lavorare e continuare a combattere queste lotte per far uscire il Paese da una condizione di arretratezza

Non crede sia divenuto inattuale addurre come pretesto per giustificare l’arretratezza del nostro Paese sull’allargamento dei diritti l’ingerenza del Vaticano a riguardo nella nostra società?
In realtà diversi sondaggi dimostrano che la maggior parte degli italiani sono favorevoli all’allargamento di questi diritti; il problema è poi tradurre questo largo consenso con un voto a quelle forze politiche che sono coerenti con questi cambiamenti. Se si è favorevoli al ddl Zan e poi si continua a votare Giorgia Meloni o Matteo Salvini… Un atteggiamento del resto in linea con la purtroppo annosa ipocrisia italica, grazie alla quale poi vediamo politici difendere moralisticamente la famiglia tradizionale per poi registrare che nella loro vita hanno costituito più di una famiglia. Ad ogni modo ci sono sempre più cittadini che non si riconoscono più in queste istituzioni incapaci di fare dei passi in avanti, il che in buona parte spiega il tasso di astensione sempre più crescente che si registra negli appuntamenti elettorali. Noi invece dobbiamo credere molto nelle Istituzioni, nella democrazia rappresentativa, dobbiamo lavorare e continuare a combattere queste lotte per far uscire il Paese da una condizione di arretratezza. Le ultime conquiste che siamo riusciti ad ottenere sono state le unioni civili e prima ancora il divorzio e l’aborto. Per un Paese fondatore dell’Unione Europea è davvero troppo poco.

Sono giunte a 15 le edizioni del Pride Village di Padova, un traguardo assai significativo, specie in un Veneto apparentemente non così progressista in termini di aperture al nuovo. Come è cambiata secondo lei la sensibilità dei cittadini in questi tre lustri e anche del pubblico che ha affollato gli spazi dell’evento in questi anni? Non crede che, dopo una forte spinta iniziale, vi sia stato un sostanziale rallentamento nel percorso di “normalizzazione” delle cosiddette minoranze?
In realtà il Pride Village che compie 15 anni ha fatto molto bene alla città di Padova e al Veneto in generale. Quando abbiamo cominciato l’avventura del Village 15 anni fa rendersi visibili in uno spazio LGBT friendly era più complicato. L’appuntamento, quindi, inizialmente era frequentato dai più coraggiosi, da una minoranza che non temeva affatto di uscire allo scoperto in un’occasione importante di condivisione collettiva. Oggi, invece, dopo lunghi anni di radicamento nel territorio fortunatamente è frequentato da tanti giovani che non si pongono nemmeno più il tema se si è gay, etero o altro. Il Pride Village di oggi è il derivato di tanti anni di una manifestazione sempre inclusiva e plurale, che ha contribuito a rendere Padova una città realmente aperta, considerata oggi tra le più civicamente avanzate d’Italia. Un risultato certo frutto di plurime azioni e progettualità, ma è incontestabile che il Pride Village abbia esercitato un ruolo nodale a riguardo. Qualche tempo fa accadeva che in manifestazione si creassero delle tensioni; c’erano gruppi di ragazzi etero che sembrava fossero spinti principalmente da una curiosità quasi morbosa nel vedere come si comportavano gruppi di ragazzi gay. Oggi c’è una totale e consolidata apertura, ordinaria direi: nessuno dei ragazzi, soprattutto quelli più giovani, più si chiedono chi sei o chi non sei. Questo è il risultato che doveva raggiungere il Pride Village, ossia disegnare un luogo il cui dato identitario è il pieno rispetto di tutte le differenze.

Il Pride Village è il derivato di tanti anni di una manifestazione sempre inclusiva e plurale, che ha contribuito a rendere Padova una città realmente aperta, considerata oggi tra le più civicamente avanzate d’Italia

Scorrendo il programma assai ricco del Village emerge come tra i vari appuntamenti in calendario si alterni la cifra della leggerezza a quella dell’impegno. Le chiedo, forse per gusto del paradosso, se non sarebbe interessante in questo luogo aperto ascoltare anche le opinioni, le idee sul tema delle differenze e delle discriminazioni di genere dei vari Adinolfi e Pillon, e magari pure di Donazzan o del vescovo di Verona.
No, non sarebbe giusto e ne spiego le ragioni. Il Village e così i vari altri Gay Pride per loro natura sono manifestazioni molto aperte e plurali dove tutti possono partecipare. Servono proprio a sconfiggere quella tendenza in chi era considerato, e per molti lo è ancora, diverso a rendersi invisibile che era una disposizione “normale”, maggioritaria nel mondo omosessuale e non solo fino a qualche anno fa. Un atteggiamento di triste autodifesa ancora purtroppo ben presente in molte realtà di provincia, in cui si nega a certe persone il diritto alla felicità proprio perché queste stesse persone vengono private del diritto di esprimersi per come sono e per quello che sono. Si pensi al recente caso di Cloe Bianco, che qualche anno fa ha deciso di essere pienamente e pubblicamente sé stessa, rimanendo l’insegnante di fisica che era, prendendo il coraggio di dire ai suoi alunni come si sentiva e come voleva essere, senza ipocrisie, con una autenticità in più rispetto a prima. La sua scelta, non di essere Cloe, ma di palesarlo a tutti, è divenuta ragione di isolamento, di demansionamento professionale, di emarginazione pesantissima anche da parte di chi, nei vertici istituzionali del governo della pubblica istruzione, dovrebbe prima di ogni altro garantire la libera espressione di ciascuna persona per quello che è e si sente di essere senza per questo ledere i diritti di nessuno. Come far finta di non vedere la gravità degli atti, delle azioni dell’assessore regionale Donazzan, la quale da subito mandò gli ispettori per controllare la cosiddetta moralità della condotta di Cloe, continuando sempre a riferirsi a lei al maschile, senza alcuna pietà, neppure di fronte alla sua morte drammatica. Offrire un palcoscenico a queste persone che sono portatrici di odio non solo non darebbe niente in più al dibattito, ma aumenterebbe il tasso di odio già robustamente ancora presente nella società. Serve ricordare che la violenza perpetrata nei confronti delle persone LGBT, nei confronti di persone con disabilità, nei confronti cioè di persone non conformi allo schema della cosiddetta “normalità”, da parte di soggetti che si nutrono di odio viene gravemente legittimata proprio da questi politici, e non solo di quelli qui nominati, che lanciano e gettano odio attraverso i social, nei talk televisivi, nei loro comizi anche fuori dalle frontiere nazionali? Quindi fare da cassa di risonanze a figure, a posizioni che non prevedono alcun ascolto, alcuna permeabilità verso temi che stanno cambiando ed arricchendo la libertà sociale delle nostre comunità ritengo sarebbe un’azione ulteriormente pericolosa, dannosa per i nostri obiettivi di miglioramento del grado di civiltà del nostro presente. Non abbiamo bisogno di più odio, ma di ancora più gentilezza e di capacità di ascolto. È doveroso confrontarsi con persone rispettose che hanno opinioni differenti; il dibattito serio e aperto arricchisce e contribuisce noi tutti a riflettere, sempre. Ma chi è contro i diritti umani, andando contro il dettato stesso della nostra Costituzione, non può essere un interlocutore; chi sparge veleno non merita di essere ascoltato, no.
Noi siamo eccome apertissimi a confrontarci con persone che la pensano diversamente da noi, ma sempre con un atteggiamento di rispetto e di ascolto profondo per le posizioni altre. Abbiamo in programma ad esempio un dibattito sull’identità di genere e la Chiesa cattolica il 22 luglio a Padova con Luciano Moia, capo redattore di «Avvenire», cui è stato invitato anche il vescovo di Padova. La disponibilità da parte nostra è massima quando ci sono i presupposti per una discussione ricca e costruttiva.

È davvero sempre più imprescindibile che vi sia una legge a tutela di tutti. Per amare chi si vuole, senza paura. Per essere sé stessi, senza nascondersi

Inevitabile e doveroso parlare del suo disegno di legge, il cui cammino è stato un percorso ad ostacoli, fino alla bocciatura in Senato. Perché è così complesso far passare questo disegno di legge senza ricorrere a barriere ideologiche, che finiscono col confondere, col contaminare il vero tema in questione? Chi ha ancora interesse nel 2022 a raccontare che una legge che ha come titolo “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” possa sovvertire i principi etici e morali di una nazione?
C’è un disegno preciso, espressione di un’avanzata della destra suprematista che si sta organizzando in tutto il mondo. La sentenza della Corte Suprema americana sull’aborto è un esempio drammatico di questa tendenza. Da Trump a Orban, da Meloni a Salvini, da Le Pen a Putin: vi è un teso e lungo filo conduttore che lega nel mondo questa pericolosa destra sovranista, suprematista e non liberale, totalmente altra dalla destra liberale che esiste invece nei paesi del Nord Europa. Questi sovranisti, populisti e reazionari, si stanno organizzando per smantellare i diritti acquisiti ed introdurre nuove leggi discriminatorie nei confronti delle persone, delle donne, o come in Polonia verso le persone LGBT, e ciò accade anche in Italia con Meloni e Salvini, perché i diritti allargati fanno paura. I diritti rappresentano un antidoto contro uno stato illiberale, poco democratico, debole e più precario; i diritti rendono più consapevoli i cittadini che sanno di poter esercitare un controllo sociale dal basso verso il potere e dunque tutto ciò rafforza la democrazia. Quando una persona ha pochi diritti, perché gli viene imposto un percorso contrario alla sua natura, quella persona è spinta alla lotta per la propria sopravvivenza e quando si lotta per sopravvivere non c’è tempo per occuparsi della comunità e della società. I diritti sono la garanzia per mantenere una società più solida, più democratica, più inclusiva e questo rafforza la democrazia. Questa destra che vuole una società più precaria, più debole per meglio poterla controllare ha paura dei diritti, perché i diritti vanno verso una direzione opposta.

Chi è contro i diritti umani, andando contro il dettato stesso della nostra Costituzione, non può essere un interlocutore; chi sparge veleno non merita di essere ascoltato

A settembre 2021 con edizioni Piemme ha pubblicato Senza paura, volume che ha presentato e sta ancora presentando in varie tappe in giro per il Paese. Ci parli di questo lavoro.
Scorrendo la cronaca, purtroppo, è ancora molto attuale. Questo libro è molte cose insieme. Lo definirei un racconto autobiografico, intimo e privato, in cui ho voluto condividere con il lettore il mio percorso faticoso, ma consapevole, di militante LGBT, dagli inizi nella piccola provincia padovana fino ai banchi della Camera dei Deputati. Alla luce di questo mio personale vissuto arricchito dal confronto, dalle esperienze con moltissime altre persone che hanno consumato un percorso assai prossimo al mio, in questo scritto mi soffermo ed insisto a spiegare la necessità di una legge che combatta l’odio, l’omotransfobia, la misoginia, le discriminazioni verso i disabili. La necessità, quindi, di accompagnare il progresso dell’educazione civica in tutti gli ambiti della nostra società con un processo normativo all’altezza di una compiuta democrazia. Ho voluto altresì denunciare l’approccio che definirei etero-normativo del diritto, il patriarcato nelle sue molteplici e inconsce forme di dominio. Insomma, è davvero sempre più imprescindibile che vi sia una legge a tutela di tutti. Per amare chi si vuole, senza paura. Per essere sé stessi, senza nascondersi.

Osservando da vicino il mondo dell’arte e della cultura, e mi riferisco ad esempio nello specifico alla Biennale Arte in corso di svolgimento, sembra che il messaggio queer sia fortemente radicato e non certo minoritario, perlomeno in questi territori di scoperta e ricerca…
L’arte è comunque avanguardia e non può essere resa in modo coercitivo rispetto al linguaggio universale col rischio di omologare l’arte stessa. Penso che allo stesso modo non sia neppure possibile descrivere in maniera definitiva il mondo queer, un mondo proprio per sua stessa natura ampio, inclusivo, decisamente plurale al suo interno. L’arte queer è il contrario delle etichette. La stessa parola “queer” parte da una definizione dispregiativa che veniva usata nell’Inghilterra negli anni ‘60/’70 e che è stata volutamente adottata, trascendendone il marchio negativo trasformandola in una definizione di avanguardia, un po’ inseguendo quella filosofia di apertura che non può essere categorizzata in modo perentorio e specifico. L’arte queer rappresenta condizioni umane e minoritarie spesso discriminate, che non si rispecchiano nelle etichette. Per questo l’arte queer è predominante: non solo per un fatto di “moda”, ma perchè il linguaggio comunicativo sfugge ai conformismi e rappresenta un attacco politico fatto attraverso l’arte al substrato culturale del patriarcato che è ancora molto presente nella società. L’arte queer vuole smantellare questa visione della società, a Londra è stato fatto da tempo, in Italia si arriva sempre dopo, ma si arriva.

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