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Il gusto (dolce) della tradizione

Il gelato a Venezia? Il gianduiotto di Nico
di Fabio Marzari

Un luogo-simbolo, una tappa irrinunciabile per rendere indimenticabile il ricordo del passaggio in città.

Siamo consapevoli di essere troppo Veneziacentrici, è il nostro modesto, ma convinto contributo nel provare a tenere vive le tradizioni di una città che sta scivolando pesantemente nel baratro che potrebbe condannarla definitamente a divenire una versione più costruita di Pompei, città morta per definizione. Anche per le piccole cose ci sono ancora in città per fortuna dei luoghi speciali dove poter rispettare la tradizione senza rimanere delusi.

Uno di questi è certamente la Gelateria Nico alle Zattere che con la sua terrazza sull’acqua è uno dei punti più conosciuti e frequentati di Venezia. Un locale nato negli anni Venti del secolo scorso, quando la migrazione verso la Laguna avveniva dall’entroterra e più di qualche famiglia riuscì a gettare le basi di solide imprese capaci di prosperare ancora oggi. Da subito Giovanni Causin, detto Nico, arrivato da Musestre, un piccolo paesino nel Trevigiano, riuscì a convincere il pubblico con la bontà dei suoi gelati e soprattutto ebbe la geniale intuizione di proporre una specialità che sarebbe diventata la ragione stessa dell’andare da Nico: il gianduiotto, ovvero un mattoncino gelato di gianduia affogato in un bicchiere di vetro riempito di panna montata, che deborda ai due lati, senza nessuna ulteriore aggiunta. Prodotti freschissimi, senza variazioni, da allora a oggi. Una di quelle bontà che meritano una sosta ad hoc, in versione “seduto” o “da passeggio”, per gratificarsi lo spirito. Naturalmente anche gli altri gelati proposti alle creme e alla frutta fresca meritano un assaggio, ma è il gianduiotto il re di Nico, quel qualcosa di unico e mitico che si tramanda da generazioni di veneziani e di studenti liceali e universitari, che alle Zattere hanno passato molti momenti della loro formazione, accademica e non.

La delizia sta anche nella gestualità di affondare il cucchiaio nel bicchiere mescolando la panna al gianduia, con il sorriso beffardo della felicità che dipinge il volto e spesso crea anche dei buffi baffi bianchi ai bordi delle labbra. È assurdo definirlo un peccato di gola, almeno sino a quando persiste l’attenuante della modica quantità, al secondo gianduiotto di fila scatta una brevissima crisi di coscienza, cui segue immediata l’auto-assoluzione!

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